Sceila, Alida e le altre: l’orrore
sul volto delle donne di Sebrenica

Questo articolo di Nuccio Ciconte è uscito sull’Unità del 23 luglio del 2008 in occasione dell’arresto di Radovan Karadzic.

Finalmente l’Onu si salva l’anima e canta vittoria, sperando di far calare un velo pietoso sulla storia di Srebrenica e della guerra nei Balcani. L’arresto di Radovan Karadzic, dice il segretario generale dell’Onu Ban Ki-moon, è «un momento storico per le sue vittime, che hanno aspettato tredici anni che fosse portato davanti alla giustizia». Chissà cosa ne pensano di queste parole Sceila, Azra, Alida, Mukelefa.
Tutte donne di Srebrenica. Di altre non so più i nomi ma ne ricordo i volti devastati dal dolore, gli occhi persi, sprofondati nell’orrore. Giovani mogli appena diventate vedove, madri che hanno visto sgozzare i propri figli. Ragazze violentate e derise, stuprate perché di etnia e credo religioso diverso da quello degli aguzzini. La più grande e infame strage nel cuore dell’Europa dopo la Seconda guerra Mondiale.

Una macelleria a cielo aperto: quasi ottomila morti, decine di migliaia di profughi. Non un fulmine a ciel sereno. Un massacro annunciato che la comunità internazionale (l’Onu, l’Europa, gli Usa, la Russia) non ha voluto o saputo evitare.

Era luglio anche allora. Metà luglio del 1995. Srebrenica, che l’Onu aveva dichiarato «zona protetta», è messa a ferro e fuoco dalle truppe del generale serbo-bosniaco Ratko Mladic. Radovan Karadzic, dal suo quartier generale di Pale (sulle alture di Sarajevo), segue in presa diretta tutte le fasi dell’assalto. È una partita scontata, il risultato è uno solo: la disfatta dei musulmani-bosniaci. La popolazione di Srebrenica è stremata da anni di assedio, isolata e scarsamente armata. I resistenti sono spazzati via in poche ore. I Caschi Blu dell’Onu, che avrebbero dovuto proteggere la popolazione civile, hanno un solo obiettivo: salvare la propria pelle; molti
si dileguano, altri si rinchiudono nelle caserme. Una pagina nera per l’Onu, una vergogna per i Caschi Blu olandesi.

Chi sfugge al massacro vaga per giorni nelle campagne, nei boschi. Si cammina per ore, sotto un sole impietoso, senza cibo né acqua. Migliaia di profughi si trascinano dietro anziani e bambini. Gli uomini sono pochi. È una moltitudine fatta di donne, di ragazzini. Per tutti la meta è Tuzla, nel Nord della Bosnia, città controllata dalle truppe del governo di Sarajevo. È lì che l’Onu installa una tendopoli.

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Srebrenica è chiusa alla stampa. Karadzic e Mladic non vogliono giornalisti tra i piedi, men che meno telecamere. Forse sperano, s’illudono, di poter in qualche modo nascondere o attutire l’impatto internazionale di quell’orrore. Da anni il mondo assiste impotente alla pulizia etnica nei Balcani. I due leader di Pale si muovono pressoché indisturbati grazie alla protezione del governo di Belgrado. Allora, perché non sperare di farla franca anche in questo caso?
Il sodalizio con Slobodan Milosevic è molto forte. Anzi, c’è chi giura che i due macellai dei Balcani sarebbero solo dei burattini nelle mani dell’uomo che guida la Serbia. L’assalto di Srebrenica ha avuto la luce verde di Belgrado? Difficile dirlo. Il massacro nell’enclave musulmana, «zona protetta» dell’Onu, segna il punto più alto della strategia militare di Karadzic e Mladic, l’esibizione della massima potenza di fuoco e di efferatezza, ma anche l’inizio della loro sconfitta. Milosevic, da abile giocatore sul tavolo della diplomazia internazionale, capisce che è arrivato il momento di scaricare i due ingombranti alleati. L’occasione arriva pochi mesi dopo, il 21 novembre del ’95. Alla conferenza di Dayton l’uomo forte di Belgrado si traveste da agnello: scarica i «ribelli» serbi, si siede al tavolo dove si decide la spartizione dei Balcani, si offre all’occidente come uomo di dialogo, uomo di pace. «Time» gli dedica la copertina come uomo dell’anno: poi si sa come andò a finire con la guerra nel Kosovo. Questa però è un’altra storia.

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Rileggo gli appunti di allora, per rinfrescare la memoria. È il 17 luglio, fa caldo e l’umidità toglie il respiro. I primi profughi li incontro lungo la strada, a dieci chilometri da Tuzla. C’è Sceila, venticinque anni, zigomi alti, occhi neri come la pece. Tiene in braccio una bambina, la stringe forte al petto, dondola i lunghi capelli corvini, canta sottovoce una nenia per la «piccola che dorme». Intorno, altre donne le dicono qualcosa, ma lei scuote la testa e riprende a cantare. Qualcuna la strattona forte per un braccio, ma lei sempre sullo stesso tono continua a cantare. Sceila, ci spiegano, è da due giorni che tiene attaccata a sé la sua unica figlia: la bambina, già malata, è morta durante la fuga di Srebrenica, ma lei rifiuta la realtà, si rifugia in un mondo tutto suo dove la piccola dorme tra le sue braccia.

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La tendopoli di Tuzla accoglie i primi profughi, i funzionari delle Nazioni Unite e alcune organizzazioni non governative, lavorano allo stremo: una cucina da campo sforna i primi pasti caldi, centinaia di bottiglie di acqua passano di mano in mano. È una goccia nel deserto. Non c’è cibo né acqua sufficiente per sfamare gli oltre seimila disgraziati che affollano quest’area
scelta come campo, un’area assurdamente recintata in tutta fretta con il filo spinato.
Un lager umanitario. Le tende sono bianche e blu. Come i colori dell’Onu. I colori della vergogna, come senti dire da molti profughi. Come dargli torto? Da giorni si sapeva che le truppe di Madlic avrebbero sferrato l’attacco a Srebrenica: l’Onu non solo non ha fatto nulla per impedirlo, ma neanche si è data da fare in tempo per soccorrere quest’umanità in fuga. C’è rabbia, rancore, odio. Tutti vedono nei Caschi Blu i migliori alleati dei serbi, dei cetnici massacratori.
Le testimonianze dei profughi sembrano le sceneggiature di film dell’orrore. Storie di violenza indicibile, ma qui non c’è finzione. Sono le donne a parlare, a raccontare al mondo quel che hanno visto, quello che hanno subito. Gli uomini sono pochissimi e anziani. Le agenzie di stampa internazionale dicono che almeno quattromila uomini sono in fuga da
Srebrenica, vagano nei boschi per sfuggire alla truppe serbo-bosniache. «Non è vero – sentiamo ripetere più volte – abbiamo visto uccidere i nostri mariti, sgozzare i nostri figli. Morti, sono tutti morti». Solo molto tempo dopo il mondo saprà che avevano ragione loro.

 

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Alì non ha ancora compiuto quattro anni. Da quattro giorni non parla, rifiuta il cibo, beve solo un po’ di acqua. La sua storia me la racconta Azra Salchic, una vicina di casa. È lei che lo ha portato in salvo fino a Tuzla. La sua mente è devastata, dice la donna indicando gli occhi del bambino: «Ha visto cose mostruose, che la mente umana, seppur di un bambino, non può dimenticare». Alì era con la madre e i due fratelli, di 15 e 17 anni, quando nella loro casa sono arrivati i miliziani di Karazdic. Chiedevano oro, volevano soldi. Arraffano quel poco che trovano poi afferrano il ragazzo più grande lo trascinano davanti casa e lo sgozzano davanti a tutti. «Ridevano facendo roteare in aria il coltello rosso di sangue, dicevano
alla donna: bevi il sangue di tuo figlio, solo così puoi salvare gli altri
due». Il racconto di Azra si interrompe più volte. Tutt’intorno è radunata una piccola folla che ascolta in silenzio. Si sente solo il singhiozzo senza lacrime di alcune anziane donne. Alì è rimasto solo: anche la madre e l’altro suo fratello sono stati uccisi davanti ai suoi occhi.
La mia interprete è una giovane croata. Nazionalista tosta, detesta i musulmani più che i serbi. In macchina da Spalato a Tuzla, durante il lungo viaggio discutiamo e a volte litighiamo. L’odio etnico ha messo radici profonde. Mi spiega che i musulmani sono bugiardi per natura, mentono sempre, inventano stupri, a Sarajevo compiono stragi e poi accusano di volta in volta i serbi o i croati. Eppure nella tendopoli di Tuzla la sua sicurezza vacilla. Più volte non riesce a tradurre, s’interrompe, piange. S’immedesima nelle donne che ha davanti, prova lo stesso dolore, si scusa mentre il suo viso è solcato dalle lacrime.

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Srebrenica del luglio 1995 è sinonimo di gente ammazzata, di cadaveri accatastati nelle fosse comuni. Ma non solo. C’è un altro capitolo odioso legato indissolubilmente alla logica della pulizia etnica e che riguarda lo stupro di centinaia di donne. Giovanissime ma anche donne più avanti negli anni umiliate, violentate perché bosniache, perché musulmane. Quante? Impossibile dirlo. Non ci sono cifre ufficiali attendibili. A Tuzla da una tenda all’altra i racconti degli stupri volano di bocca in bocca. Racconti agghiaccianti. Ci dicono delle “corriere dello stupro”. Quei pullman che portavano lontano da Srebrenica centinaia di profughe. Pullman militari.
Gli uomini di Karazdic vi facevano salire le donne, le portavano via dalla città distrutta e le abbandonavano a qualche decina di chilometri di distanza in mezzo alla campagna. Ma il trasporto era salatissimo. No, le sopravvissute non dovevano spendere soldi per fare il biglietto. Il costo della corsa era uno solo: il loro corpo; violentate più volte magari dagli stessi aguzzini che avevano da poco massacrato i loro mariti, i figli, i fratelli, i genitori. Un orrore nell’orrore.