Scarseggia la manodopera stagionale ma il RDC non ha nessuna colpa

Lo scoccare della stagione estiva riconduce, solitamente, a due eventi: l’arrivo del caldo e l’inizio del lavoro stagionale. Un settore, quello del turismo e del suo indotto, che occupa una fetta importante di lavoratori in virtù dell’estrema importanza, e peso specifico, che tale settore ricopre nel PIL nazionale. Nonostante ciò, non sono certamente segreti i suoi connotati in relazione alla dimensione lavorativa: lavoro in nero, contratti non rispettati, straordinari non pagati e orari draconiani accompagnati da salari totalmente inadeguati rispetto all’apporto offerto e da una folta offerta di lavoro che permette un ulteriore pressione verso il basso di qualità occupazionale e retributiva, ricalcando le orme di quello che era “l’esercito industriale di riserva” di Marx.

Quei salari totalmente inadeguati

Negli ultimi tempi, tuttavia, inizia a far sempre più rumore il coro di malcontento sorto dagli imprenditori, i quali si sono ritrovati improvvisamente privati di quella sterminata forza lavoro a cui erano soliti attingere. Le motivazioni di ciò sono state ricondotte ad un unico responsabile: il Reddito di Cittadinanza. Queste “accuse” vengono mosse da parti contrastanti con posizioni antitetiche: da una parte è considerato uno strumento improduttivo, che falsa e ostacola il mercato del lavoro e che li ha privati di manodopera attraverso una presunta “concorrenza sleale”; dall’altra uno strumento difensivo contro il dumping salariale di cui le imprese italiane fanno solitamente abuso, un mezzo attraverso cui riequilibrare il rapporto domanda-offerta e permettere una pressione salariale verso l’alto dall’altra.

Appare ovviamente ilare la prima considerazione, soprattutto considerando la nuova riforma rintracciabile nella Legge di Bilancio 2022 che ne ha rivisto le meccaniche in senso peggiorativo, soprattutto in relazione alle offerte di lavoro. Nonostante ciò, infatti, le richieste dalle aziende continuano a non pervenire attraverso i Centri per l’Impiego (CPI), manifestando implicitamente il fatto che, attraverso i canali istituzionali, non si potrebbe perseguire quelle che sono le condizioni al ribasso proposte consuetamente. Parallelamente è anche innegabile l’esternalità positiva che questo sussidio ha conseguito per i lavoratori, permettendo di innalzare quello che è il “reservation wage”, cioè il salario più basso al quale un individuo è disposto ad offrire la propria prestazione lavorativa. In virtù di questo focoso e acceso dibattito balneare, e considerata la raccolta firme sponsorizzata da Matteo Renzi per un referendum abrogativo contro tale politica sociale-occupazionale, appare necessario descrivere sommariamente cosa effettivamente esso sia, quali siano i suoi pregi, limiti e prospettive future. Un piccolo vademecum, dunque, al fine di decostruire quella retorica di destra e restituire la realtà di questo, discusso e divisivo, strumento.

Tentiamo dunque di rispondere alla prima domanda fondamentale: cosa è? Il Reddito di Cittadinanza è un programma di workfare. Questo è un tipo di PAL (Politica attiva del lavoro) combinata al welfare, costituendone però un’alternativa, introdotta nel mondo anglosassone con il Governo Blair e la Presidenza Clinton negli anni ’90. Tale intervento ha innanzitutto una caratteristica peculiare: ha una natura intrinsecamente punitiva. I disoccupati vengono difatti considerati “choosy”, dunque esigenti e pigri nel trovare un posto di lavoro. Il sistema si basava per l’appunto su un sussidio, non particolarmente alto, somministrato in cambio dell’impegno di recarsi a cadenza prestabilita presso i Job Center, i quali dovevano fornire offerte di lavoro rifiutabili per un massimo di tre volte, pena il decadimento del beneficio. Non è dunque difficile individuare le criticità di tale policy: innanzitutto si basava su una presunzione certa e incondizionata che le offerte di lavoro fossero omogenee, non prendendo in considerazione quelle che erano le specificità socio-economiche di determinate aree e lo stesso stato di salute del mercato del lavoro; in secondo luogo, attraverso la leva degli “strike” era possibile dunque per gli imprenditori acquisire manodopera a condizioni molto più basse ed economiche, abbassando dunque la qualità dell’offerta. In tal senso è molto formativo, per comprende il funzionamento, la visione del film “Io Daniel Blake”, film di Ken Loach del 2016. La natura del RdC italiano è essenzialmente la medesima e, come anticipato precedentemente, la Legge di Bilancio del 2022 ha inoltre conseguito quello che è stato un inasprimento a danno dei percettori: sono stati ridotti gli strike di rifiuto da 3 a 2, sono stati rivisti i limiti di distanza con i quali si ritiene congrua un’offerta entro gli 80km e 100 minuti di percorrenza per la prima offerta, mentre per la seconda è valevole su tutto il territorio nazionale, sono considerate congrue anche gli offerti che prevedono occupazione a tempo determinato per almeno tre mesi e, infine, è stato introdotto un “décalage” che prevede la riduzione di 5€ al mese in seguito al rifiuto della prima offerta di lavoro. Inoltre, vi sarà la possibilità in capo ai comuni di coinvolgere, a titolo gratuito, i percettori del sussidio in progetti di pubblica utilità. Si inquadra quindi il tentativo di portare ad accettare le offerte di lavoro, anche se talvolta economicamente insostenibili, mettendo in evidenza quella che è la natura vessatoria dello strumento. Appare quindi quasi grottesca e surreale la crociata attuata contro tale intervento, considerando le modifiche poste dal Governo Draghi. Ciò mette ulteriormente in luce, come affermato in precedenza, la preferenza per i rapporti di lavoro informali, precari e non tutelati. E naturalmente stupisce come lo stesso Renzi, promotore della raccolta firme, si scagli contro una policy da lui stesso proposta.

Il RDC ha compensato la mancanza del reddito minimo

Quali sono però gli apporti effettivi del RdC? Possiamo riconoscere come, per vari fattori e motivazioni, la sua funzione di PAL è stata, quasi fortunosamente, fallimentare considerando però che anche le basi stesse del workfare anglosassone erano alquanto fragili. Nonostante ciò, possiamo dunque concentrarci su quella che è la sua esternalità maggiormente positiva per la collettività: il compensare la mancanza del reddito minimo nel nostro ordinamento. Tale istituto, riconosciuto anche dall’ordinamento comunitario all’art. 34 comma 3 della Carta dei Diritti fondamentali dell’Europa, e adottato da varie nazioni nel continente come la Germania, viene considerato uno dei principali interventi volto a “garantire un’esistenza dignitosa a tutti coloro che non dispongono di risorse sufficienti”. Considerato inoltre l’allarme relativo alla crescente povertà nel nostro paese, in cui si segnalano 5,6 mln di individui in uno stato di povertà assoluta, tale beneficio ha avuto un effetto analgesico raggiungendo quelle aree grigie sprovviste di qualsiasi sostegno, come gli individui che, per motivi anagrafici e di salute, si ritrovano inadatti e impossibilitati a rientrare nel mondo del lavoro e, contemporaneamente, sono distanti dall’età del pensionamento. Oltre ciò vi sono state anche ricadute positive nell’economia reale, stimolando i consumi in virtù della non cumulabilità del beneficio e della riduzione dell’importo nel caso questi non vengano impegnati in spese. Specularmente è però possibile individuarne i limiti, i cui più evidenti si possono rintracciare nei criteri di accesso e godimento: per la richiesta non viene preso in considerazione unicamente l’ISEE, ma bensì anche i patrimoni immobiliari e mobiliari, con questi ultimi che sono caratterizzati da una cifra molto bassa che caratterizza una soglia molto problematica in quanto risparmi “statici” o entrare occasionali (come una borsa di studio o una piccola eredità monetaria) potrebbero pregiudicare l’ottenimento della prestazione. Questo, dunque, causerebbe un perverso circolo vizioso di povertà perpetua, il quale ha origine nella natura temporanea della politica sociale.

L’inconsistenza delle tesi dei detrattori del RDC

Alla luce delle considerazioni fatte è possibile riconoscere quindi quelli che sono i tratti meritevoli, nonché le forme problematiche del Reddito di Cittadinanza. Tale strumento necessita tuttavia di essere superato, se non adattato, a quelle che sono le esigenze e che possa, al contempo, superare le contraddizioni che lo caratterizzano. Va quindi fortemente evidenziata quella che è l’inconsistenza delle tesi avanzate dai suoi detrattori, in quanto le problematiche di tale va ricercata nel comportamento dei soggetti datoriali ma anche nella stessa struttura economica del sistema economico italiano, costituito da un folto strato di PMI, le quali sono fisiologicamente incapaci di andare incontro a quelli che sono gli obiettivi occupazionali e di abbattimento della disoccupazione, dunque anche le ricette di PAL proposte, come il finanziamento di corsi di formazione, appaiono completamente inadatti per i problemi strutturali del caso italiano.

In conclusione, il RdC risulta uno strumento attualmente vitale, seppur perfettibile e non esente da critiche. Prima di stigmatizzarlo bisognerebbe però uscire dalla propria bolla ideologica e revanscista, al fine di poter effettuare una lucida analisi dei costi-benefici di un intervento che ha regalato una boccata d’ossigeno ad una popolazione sempre più povera, stanca, smarrita e abbandonata. Ogni mossa sbagliata e miope potrebbe condurla ad alimentare ulteriormente quelle che sono le vele dell’odio, della disperazione e della reazione più profonda che navigano sempre più con il vento in poppa nel mare tempestoso della politica italiana.