Scandalo concerie
in Toscana, il Pd
deve dare risposte

«Vorrei che il Pd diventasse il partito della sostenibilità e che il colore verde entrasse nel modo in cui ci guardano. Vivere per sei anni con dei ragazzi mi ha fatto capire che per loro la priorità è solo questa». Così Enrico Letta. È difficile oggi per il Pd parlare alla Toscana con questa immagine. La vicenda devastante dell’indagine KEU rischia di offuscare di un colpo il valore di un’esperienza di governo apprezzata e anche studiata lontano da noi, di colpire un consenso mai regalato, conquistato.

Serve un giudizio politico chiaro

Dobbiamo essere dalla parte e degli inquirenti nella difesa più intransigente della legalità. Alla manifestazione di Santa Croce sull’Arno promossa da Libera hanno aderito, fra gli altri, con i comitati di cittadini, Legambiente, Wwf, Arci, Acli, Anpi, Cgil, Cisl e Uil. Va rilanciato l’impegno contro la penetrazione delle mafie. Il prefetto di Pisa Giuseppe Castaldo ha lanciato ripetuti allarmi e le relazioni semestrali della Direzione Investigativa Antimafia, come le relazioni realizzate dalla Scuola Normale su mandato della Regione, hanno segnalato un forte allarme per l’incombere di fenomeni di criminalità organizzata e corruzione in Toscana. Si deve agire con l’impegno nelle istituzioni e a fianco delle associazioni.

Nella nostra regione disponiamo di competenze d’assoluto rilievo: l’Università di Pisa è ormai all’undicesimo anno del suo Master contro mafie e corruzione. Lì è nata l’esperienza del codice etico per gli amministratori locali, la “Carta di Pisa”, fatta propria da Avviso Pubblico, ancora oggi validissima, che dev’essere rilanciata.

Ma non c’è solo la vicenda giudiziaria con il suo corso, né spetta alla magistratura dare una prospettiva futura ad un grande distretto industriale: la politica deve fare la sua parte. Ad oggi non si può dire che l’abbia fatta. Per gli indagati che hanno incarichi politici confidare che non siano toccati dalle accuse più gravi non può certo bastare. Si deve chiedere che si spieghi e si giustifichi quello che si è letto. Ciò che oggi significa inaffidabilità per le istituzioni e insicurezza per le comunità che vivono dove sono stati interrati quei rifiuti. Si deve fare nelle assemblee elettive, com’è dovuto, e nel rapporto con chi ha il compito d’informare. Come sempre si è fatto in passato. Non può gravare sul partito e sulle coalizioni che si rappresentano il danno di una mancata risposta che agli occhi dei più appare una manifestazione di arroganza del potere.

Comunque, il Pd ha il dovere di esprimere un giudizio politico inequivoco di disapprovazione delle scelte sbagliate e di netta correzione, poiché, purtroppo, ci sono ragioni ineludibili per darlo. Infatti, l’abrogazione, approvata dal Consiglio Regionale su richiesta del presidente Eugenio Giani, dell’emendamento famigerato alla legge del 2006 che avrebbe imposto meno controlli e più deroghe è già stata un atto importante d’implicita e collettiva autocritica. Da qui si deve partire. Per poi confrontarsi con altre forze della sinistra, alleate a tutti i livelli di governo o potenziali alleati, quale il M5s, che hanno espresso giudizi e avanzato proposte: Sinistra Civica Ecologista del Val d’Arno Inferiore l’ha fatto. Per interloquire con gli attori sociali coinvolti.

La necessità di trasparenza

Quello che è accaduto deve spingere ad andare oltre, ad ogni livello, con una discussione trasparente su quello che è accaduto in questi anni e che ora si rivela. Proprio a partire dalle difficoltà di prospettiva di un grande distretto industriale.
C’è un affanno, una fragilità voluta della politica che diventa subalternità a poteri economici, ben oltre il rapporto stretto che le istituzioni hanno sempre avuto, doverosamente, con l’impresa. Non c’è da aspettarsi, né da augurarsi, che l’Unione Europea con la sua legislazione prevalente e il governo nazionale abbassino il livello di linee guida e soglie d’accettabilità. Si tratta di scelte irreversibili.

Nessuno può pensare che, con la nuova legislazione europea e dopo il Next Generation EU, si possano intercettare finanziamenti europei, e pubblici in generale, per diminuire gli impatti ambientali se non si adattano gli standard al rialzo e dunque se non si cambiano i sistemi e i processi produttivi.

Dunque urge una risposta impegnativa ad alcune domande. Ha prevalso una logica del profitto e, come minimo, delle scappatoie rispetto alle regole per eludere i costi di smaltimento? L’impresa ha fatto o no la propria parte? Cos’hanno significato aggregazione d’imprese e segmentazione dei cicli produttivi? Quali differenze ci sono fra il polo di Santa Croce-San Miniato e quello di Arzignano, o fra azienda e azienda, nel recepimento dei processi autorizzatori? Cosa si chiede di fare al sistema d’imprese per ridare alle istituzioni un’interlocuzione credibile? Esistono ricerca e piani d’investimento adeguati ad una riduzione dell’impatto delle produzioni per i quali si possano chiedere investimenti alle aziende e rivendicare anche il sostegno pubblico? Cosa si può fare per rendere trasparente agli occhi dei cittadini e facilmente accessibile e comprensibile il monitoraggio chimico-ambientale su scarichi e fanghi, l’esistenza di deroghe e i nuovi obiettivi da perseguire?

Mentre gli inquirenti indagano sugli aspetti più inquietanti della vicenda, a queste domande va data una risposta trasparente, aggiornata e decisa. È molto probabile che per darla non basti l’impegno locale, che serva un rapporto molto stretto con le competenze e l’indirizzo politico della Regione e con altri attori sociali, a partire dai sindacati dei lavoratori, dalle associazioni ambientaliste e dai comitati di cittadini. Anche perché per imporre un’attenzione nazionale si deve costruire uno schieramento che dia la forza d’urto necessaria. È principalmente con queste risposte, con politiche di prospettiva, in un sistema regionale di economia circolare, che si garantisce il lavoro per il futuro. Ecco che per poterle dare e essere credibili servono prima spiegazioni e giustificazioni e poi un giudizio politico che le orienti.

Il futuro del distretto, l’allarme dei sindacati

L’allarme lanciato dai sindacati e da dirigenti della Cgil come Maurizio Brotini dev’essere ascoltato. Nella storia del distretto è già accaduto di affrontare tornanti difficilissimi. Negli anni ’80 la parola d’ordine è stata “produrre senza inquinare”. Oggi ne può esistere una meno impegnativa? Certo, no. Allora si svoltò e oggi si deve svoltare, innanzitutto, a fianco del mondo del lavoro, spinti dall’ambientalismo, da comitati di cittadini. Dal consenso, da ciò che ha dà la forza per svoltare.

L’allarme non riguarda solo i rischi per il lavoro. Riguarda la tenuta di un sistema di relazioni già lacerato, profondamente cambiato. Si è consumato un grande capitale sociale. Sul Val d’Arno Inferiore c’è una bellissima ricerca del professor Mario Caciagli da rileggere “Addio alla provincia rossa. Origini, apogeo e declino di una cultura politica”. Ci sono le ricerche di Carlo Baccetti. La forza di una cultura politica aveva tante ragioni profonde e complesse: di certo quella di una forte etica della politica, sorretta dalla partecipazione di tanti e di tante che la garantivano nei partiti di massa. Con uomini forti al comando, certo. Ma non con uomini soli al comando. Se è impossibile riprodurre il passato, almeno ci si deve proporre di garantire etica politica e partecipazione.

Il decadimento della politica e il partito leggerissimo

Viviamo anche il dramma di un decadimento della politica che è crisi di democrazia, con una fortissima spinta alla “privatizzazione della politica” da parte dei poteri che hanno risorse e spregiudicatezza per farlo. La nostra è una democrazia malata. Diciamocelo chiaro: è difficile mantenere autonomia e rigore, far valere l’impegno dei singoli, quando i partiti, ormai leggerissimi, diventano somme di comitati elettorali e di filiere correntizie con capetti e gregari, con gli “staff” istituzionali personali, pesanti, che ormai sostituiscono i vecchi “apparati”.

Non si può reggere quando ci si abitua al drastico restringimento della partecipazione e lo si favorisce. Dopo le elezioni regionali del 2015 il Pd pisano ha dovuto subire guide provinciali volutamente insufficienti, inadeguate – della serie: “tanto comanda di fatto chi ha un’investitura istituzionale maggiore” –, che per tutta una fase hanno rinunciato ad affrontare in autonomia le sfide che si sono proposte. Fino al commissariamento ancora in atto, causato pur di non far lavorare un segretario forte e autonomo. Con l’affermarsi, come fosse cosa normale, di un modello di partito niente affatto moderno ma che assomiglia tantissimo a quelli falliti e travolti nella prima Repubblica, di certo estraneo alla tradizione politica toscana.

Ma così, si è visto, per un partito di sinistra non può funzionare. Non discute su sfide d’importanza strategica, quali quelle che si giocano per il distretto del cuoio. Né può avere peso la nostra provincia, anche per rispondere con progetti nuovi alle sfide, come sperimentato negli ultimi anni, con l’evidentissimo squilibrio regionale a favore di Firenze e dell’area più forte della Toscana e con i disimpegni su progetti e finanziamenti strategici, fino a quelli che avrebbero potuto essere inseriti nel Recovery Plan. Così si realizza una mutazione in qualcos’altro con i prezzi che si pagano. Si è esposti, quando ci sono risorse minime per sostenere i costi della partecipazione politica: senza quel tesseramento così radicato e faticato, e non fatto last minute per competere in congressi e conte, senza le feste dell’Unità, abolito ogni finanziamento pubblico ai partiti contro il dettato della Costituzione e senza curarsi di ciò che invece avviene negli altri paesi europei. Ciò, ben inteso, non giustifica comportamenti che fossero irregolari, ma dice di un problema di vastissima portata e d’effetti dirompenti nel nostro paese.

Vincere i “sistemi di potere”

Attenzione al rischio che venga un’ondata di destra come risposta. Non basta dire, anzi, essere certi, che “farebbero peggio”. Si deve fare meglio di come abbiamo fatto. E guai a dimostrarsi arroganti e autosufficienti. Là dove si sono creati si devono vincere i “sistemi di potere” che imbrigliano la politica rendendola meno autonoma. La Toscana Costiera soffre, si sa, per una assai minore velocità di sviluppo rispetto al capoluogo di regione. Ricordo che è stato proprio Enrico Letta con l’intervista su ‘Il Tirreno’ a richiamare, non per caso, la Regione ad un impegno d’importanza vitale. Quello della velocizzazione dei collegamenti ferroviari fra Livorno-Pisa e Firenze, per l’aggancio della costa all’alta velocità, per passeggeri e merci, per la saldatura di una grande area metropolitana di dimensione europea.

Ad oggi non sono venute risposte. Perché? Perché è stata affossata la decisione presa il 27 luglio 2016 di fare il master plan del progetto di potenziamento? Né sono stati dati segnali con il Recovery Plan: le scelte fatte, invece, aggravano la disparità denunciate dai sindaci e danno da pensare. Ha un segno politico di destra, inconfondibile, la pressione politica indebita sulle istituzioni d’interessi che hanno squilibrato una corretta visione regionale. Con Matteo Salvini che ha messo il suo timbro, quello del trasversalismo politico. Interessi arroganti quanto portatori di una visione parziale e privatistica, di risultati ad oggi nulli per il benessere collettivo che sono ancora forti di sostegni, di ambiguità evidentissime come quelle che Pisa e la Toscana Costiera subiscono, di troppi silenzi. La politica di sinistra è un’altra cosa. È il momento di un cambio di rotta. La sinistra toscana dev’essere capace di scegliere e di aprire un confronto a questo livello, di allargarsi e di proiettarsi al futuro. Di meno non basterà.