Scalera e Gallo superlativi, Filumena Marturano emoziona come con Eduardo

Può succedere di emozionarsi, commuoversi, sorprendersi e anche sorridere assistendo alla messa in scena di un testo che si conosce quasi a memoria nelle battute, nelle ambientazioni, nei caratteri dei personaggi sullo sfondo di una città che è incapace di esserlo ed è sempre protagonista? Può succedere. Ed è andata così per gli oltre tre milioni e mezzo di telespettatori solo su RaiUno che hanno reso omaggio a Filumena Marturano, donna dolente e forte, ostinata, fragile, tenera, e a Domenico Soriano, sfrontato nel difendere la gioventù che se ne va, svogliato, mai cresciuto ma alla fine responsabile, assieme  alle straordinarie capacità degli attori che li hanno interpretati, Vanessa Scalera e Massimiliano Gallo, guidati dal regista Francesco Amato. Lo stesso straordinario terzetto di Imma Tataranni.

La prova affrontata con forza e originalità

Scalera e Gallo interpreti di Filumena Marturano
Vanessa Scalera e Massimiliano Gallo

Non sono tre artisti coraggiosi che hanno deciso di affrontare un’opera rappresentata a teatro e vissuta al cinema sulla scia di grandi interpreti. Vanessa Scalera e Massimiliano Gallo hanno affrontato la prova con la totale forza e originalità che deriva dal grande talento di entrambi, dalla sintonia professionale che li unisce, dalla capacità di immedesimarsi senza mai imitare. Inutile esercizio dunque quello di paragonarli a Sophia Loren e Marcello Mastroianni diretti da Vittorio De Sica in “Matrimonio all’italiana” trasposizione cinematografica del ’64. Come Sophia tutte le altre Filumena, cioè Titina De Filippo, Mariangela Melato, Regina Bianchi, Pupella Maggio, Isa Danieli, Lina Sastri, Valeria Moriconi, Mariangela d’Abbraccio, brillano nella storia del cinema, del teatro, della televisione, ognuna con le proprie specificità. Ora nella memoria collettiva si è aggiunta Vanessa-Filumena, straordinaria, originale, autonoma, che il personaggio lo ha assimilato e fatto tutto suo senza cedimenti così come è accaduto a Massimiliano-Domenico. Hanno raggiunto lo straordinario risultato grazie più alla loro sperimentata simbiosi che all’ispirarsi ad altre interpretazioni. Filumena Marturano diretta da Francesco Amato è un film di raro equilibrio e sintonia. Una originale prova attoriale e di regia che si è guadagnata il diritto ad essere elencata tra le opere da non perdere. Da conservare nella memoria e nel cuore per riuscire a capire meglio un mondo fatto di difficoltà, di amore, di riscatto, di solidarietà, di conquista e di perdono. Che in fondo, pur nelle differenze, è quello di tutti noi. Soprattutto di chi si sente forte e indenne dal bisogno degli altri. E non c’è nessuno che lo sia.

La commedia del 1946 dedicata a Titina De Filippo

Vanessa Scalera in Filumena MarturanoLa commedia che Eduardo De Filippo scrisse nel ’46 dedicandola a sua sorella Titina, la prima Filumena, rivela la straordinaria capacità dell’autore di immedesimarsi nel vissuto, nelle sofferenze, nelle speranze, nelle debolezze e nella forza delle donne proprio attraverso la storia di una donna nata nella miseria di un basso napoletano, a vico San Liborio, dove il caldo dell’estate è insopportabile e il freddo dell’inverno è quasi insuperabile. Dove a tredici anni cominci ad essere troppo grande per poter chiedere alla famiglia di mantenerti e così l’unica via d’uscita, nella Napoli del dopoguerra, può sembrare quella di vendere il proprio corpo a uomini come Mimì Soriano. A cui però Filumena, intelligente e volitiva, riesce a legare la propria esistenza diventandogli indispensabile negli affari e nella gestione della casa. Resistendo impavida ai tradimenti e all’indifferenza. Legandolo a sé per sempre come in fondo lui desiderava e non lo riconosceva.

Dopo venticinque anni di convivenza la donna finge di essere in fin di vita e chiede di essere sposata sul letto di morte. La ragione vera della finzione, oltre all’amore che prova ancora per quell’uomo vanesio e spregiudicato e ad un comprensibile desiderio di riscatto e di parità, è quella di salvaguardare il futuro dei tre figli avuti da uomini diversi, di cui non ha mai parlato con nessuno se non con l’anziana domestica, ma che ha amorevolmente accudito a distanza. Uno è figlio di Domenico ma lei si rifiuta di rivelargli quale. Non farò nessuna differenza tra loro, lui assicura. Ma non potrebbe essere così. E lei lo sa. Non cede ripetendogli le parole che le parve di sentire mentre una notte, davanti all’edicola della Madonna, chiedeva consiglio se portare avanti la gravidanza e fare come tante altre. “’E figli so’ ffigli. E so’ tutti uguali”. E alla fine anche Mimì Soriano lo capirà e sposerà Filomena senza bisogno di intrighi e trabocchetti. Per amore. Per essere chiamato papà da tutti e tre. Dando alla donna che gli ha dedicato tutta la vita la possibilità di piangere. Lei non lo aveva mai fatto perché, spiega nel finale a lui e a tutti noi, “sai quanno se chiagne? Quanno se cunosce ‘o bbene e nun se po’ avé! Ma Filumena Marturano bene nun ne cunosce e quanno se cunosce sulo ‘o mmale nun se chiagne”.