Sbarchi selettivi, Meloni predica il rispetto delle regole ma viola quelle del diritto internazionale

C’è la firma di tre ministri della Repubblica italiana sotto un decreto che fa carne di porco di leggi e regolamenti internazionali, di convenzioni cui l’Italia ha aderito da quando esiste come stato, di disposizioni e direttive dell’Unione europea. E anche – non è la colpa minore – del buon senso e delle regole minime di civiltà che dovrebbero regolare l’esercizio del potere. Saranno i giuristi e forse i tribunali nazionali e internazionali che – lo speriamo – vorranno indagare su quello che sta succedendo in queste ore a fare l’elenco delle violazioni e dei reati che si stanno compiendo al molo 25 del porto di Catania dove è attraccata la nave Humanity 1 e dove è arrivata la Geo Barents con il suo carico di 575 disgraziati raccolti in mare prima che affogassero, di cui almeno un centinaio bambini. Intanto, a noi spetta il compito ingrato di raccontare il teatro dell’assurdo che sta andando in scena. A cominciare dai protagonisti sul campo, dove è nata una inedita figura giuridica, quella del “selettore di profughi”: questo sì, lo prendiamo; questo no, se ne torni in mare aperto.

Mare Mediterraneo, la nave soccorso Humanity 1 battente bandiera Tedesca, con i 104 minori soccorsi
Mare Mediterraneo, sulla nave soccorso Humanity 1 battente bandiera tedesca, con i 104 minori soccorsi
Foto Arez Ghaderi/ROPI/agenzia Fotogramma.it

È quello che è accaduto sulla Humanity e qualche ora dopo sulla Geo Barents, da dove ieri sera sono state portate a terra 276 persone, quasi tutti minori e donne, mentre 215 profughi sono restati a bordo, e che presumibilmente accadrà poi sulle altre due navi “nemiche” che da giorni incrociano al largo della Sicilia nell’attesa, vana, di ricevere il permesso di entrare in un porto: la Ocean Viking e la Rise Above.

Dei 179 profughi della Humanity, i selettori hanno scelto 144 “vulnerabili” che sono stati fatti scendere e portati sotto un tendone piantonato in forze da agenti armati al quale nessuno – men che mai giornalisti o operatori delle associazioni umanitarie – può avvicinarsi. Gli altri 35, che hanno passato due settimane in mare dopo essere usciti, per la maggior parte, dai lager in cui i libici li tenevano prigionieri da mesi con maltrattamenti e torture di cui molti portano inequivocabili segni, sono rimasti sulla nave al cui capitano è stato ordinato di prepararsi a riprendere il mare appena passata la tempesta che sta flagellando le coste sullo Ionio.

Selezione di esseri umani

Chissà se gli “ispettori” incaricati della selezione (a proposito chi erano: funzionari di polizia, incaricati dalla prefettura, sanitari?) avranno provato qualche disagio a trovarsi a decidere chi poteva restare ed essere curato e chi invece veniva condannato a riprendere l’odissea perché non abbastanza “vulnerato”. Le selezioni di esseri umani sono gran brutte cose, anche a non andare con la memoria a quando avvenivano all’arrivo dei treni nei campi di sterminio nazisti. Altri tempi e ben altre tragedie, per carità, ma la logica è in fondo la stessa: questo sì, lo prendiamo; questo no…

Il capitano della Humanity ha fatto sapere che contro l’ordine di ripartire stamani presenterà un ricorso urgente al Tar e che comunque non obbedirà. Terrà la nave attraccata al molo 25 del porto forte delle norme del diritto internazionale che impongono lo sbarco nel porto sicuro più vicino dei naufraghi, di tutti i naufraghi, raccolti in mare. Il corollario di questo obbligo è, ovviamente, quello dello stato di approdo di accogliere tutti coloro che sono stati salvati. Vedremo in base a quale pretesa giuridica le autorità italiane cercheranno di eludere questo obbligo e costringere nave ed equipaggio ad obbedire al diktat di riprendere il mare.

Il goffissimo tentativo di coinvolgere le autorità politiche degli stati di cui le navi battono bandiera (tedesca la Humanity, francese la Geo Barents, norvegese la Ocean Viking) – sono navi “vostre” e perciò fatele arrivare nei vostri porti – è stato già ridicolizzato con richiami di Berlino e di Oslo alle leggi internazionali in fatto di diritti e doveri degli stati di bandiera che i consiglieri giuridici dei tre ministri dovrebbero conoscere perché è (o almeno sarebbe) il loro mestiere. Una brutta figura che non è il male peggiore in tutta la tristissima vicenda ma che si sarebbe potuta evitare. A meno che la chiamata in causa di tedeschi e norvegesi non fosse, come è possibilissimo, volgare fuffa nazional-patriottarda da buttare sugli occhi dell’opinione pubblica.

Miserie. Intanto, a dimostrare il vero senso politico dell’operazione porti chiusi, nelle stesse ore in cui alle navi delle ONG veniva prima negato l’accesso in rada e poi imposta la selezione, circa 200 migranti venivano sbarcati senza il minimo problema da una nave francese della missione Frontex e dalla petroliera italiana Zagara ad Augusta, mentre continuavano, finché le condizioni del mare non li hanno interrotti, i continui “microsbarchi” sulle coste siciliane, calabresi, sarde e salentine.

La guerra alle Ong

Il fatto è che secondo le stime rese pubbliche dalle capitanerie di porto e dallo stesso ministero dell’Interno (almeno prima che arrivasse Piantedosi) le navi delle ONG sono responsabili di meno del 20% degli arrivi di profughi via mare e del 10% degli arrivi in totale. L’accanimento che contraddistingue l’atteggiamento delle autorità italiane fin dai tempi delle gesta di Salvini quando era ministro dell’Interno e anzi, per essere precisi, dai tempi del suo predecessore Minniti, ha ben altre ragioni d’essere. I salvataggi in mare delle ONG mettono in evidenza l’inefficienza degli stati e la colpevole inerzia dell’Unione europea: l’accusa di far fare alle navi i “taxi del mare”, espressione usata a suo tempo da Luigi Di Maio è stata riscoperta in questi giorni da vari corifei del nuovo governo.

Migranti avvicinati dalla Geo Barents, giugno 2021, foto Msf

Ma fino a che punto il governo Meloni potrà portare avanti la guerra alle ONG? In fin dei conti, stiamo tutti dentro un gigantesco déjà-vu. Ciò che sta accadendo in queste ore in Sicilia non è molto diverso dallo spettacolo vergognoso cui Salvini costrinse gli italiani ad assistere quando era ministro dell’Interno e vicepremier, insieme con l’uomo dei “taxi del mare”, del governo Conte. Il quale Conte, sia detto en passant, pur solitamente assai ciarliero, non ha trovato una parola da dire su quello che sta succedendo a Catania.

Le illegalità e i reati, a parte (finora) il sequestro di persona, sono gli stessi di allora. A cominciare dal respingimento in blocco, proibito da precise norme delle convenzioni ONU e dalle direttive, recepite dalla legislazione italiana, dell’Unione europea. Ogni singolo migrante, dicono quelle norme, ha il diritto di presentare domanda di protezione e lo stato ha il dovere di esaminare le domande caso per caso. Un qualche barlume di consapevolezza dell’illegalità dei respingimenti collettivi deve aver sfiorato i geniali consiglieri giuridici di Meloni, Salvini e Piantedosi perché a un certo punto è stata avanzata l’ipotesi che le richieste di asilo o protezione degli aspiranti profughi vengano esaminate a bordo delle navi. Come se i responsabili delle ONG potessero assumersi un compito che spetta alle autorità dello stato e fossero loro a dover fare la “selezione”. Per fare che cosa, poi, degli eventuali naufraghi che non avessero diritto alla protezione? Buttarli in mare?

In realtà non c’è altra soluzione se non la ricerca, paziente, di accordi europei sempre più stringenti per ottenere che, una volta sbarcati, i migranti vengano distribuiti tra i diversi paesi dell’Unione. Qualche passo in avanti in questa direzione si è fatto, ma è vero che i meccanismi che sono stati messi in atto funzionano poco e male, anche a causa del boicottaggio dei governi che, come quelli del gruppo di Visegrád, sono talmente schierati sulle stesse posizioni della destra destra italiana che di extracomunitari sul loro territorio non ne vogliono nemmeno mezzo. A meno che non si tratti di profughi ucraini, ma solo quelli con la pelle chiara.

Un po’ più di serietà da parte del governo sarebbe opportuna. E anche un po’ meno di ipocrisia. Da quando il governo Merloni si è insediato abbiamo sentito in tutte le salse il mantra delle regole che vanno rispettate. Benissimo, magari si potrebbe cominciare da quelle che riguardano il diritto internazionale e il diritto di asilo.