Sanzioni: grandi banche
nel mirino, ma il gas
per ora resta fuori

Dopo l’invasione russa dell’Ucraina la strada delle sanzioni economiche contro Mosca è già imboccata. Ma la lama di questo strumento è affilata da entrambi i lati. Da un lato promette di far pagare un pesante costo ‘trasversale’ allo stato aggressore: alle ricche élite vicine a Putin, ai funzionari statali, alla classe media. Dall’altro, visto l’elevato grado di globalizzazione economica, porta con sé il rischio di abbattersi sulle maggiori economie europee, Italia inclusa, e persino di mettere a repentaglio la stabilità del sistema finanziario internazionale.

Gradualità

La prima mossa degli Stati Uniti sul versante delle sanzioni è stata improntata alla gradualità. Sono state colpite due istituzioni finanziarie pubbliche: la Vnesheconombank (Veb), che ha un ruolo importante nel raccogliere fondi sul mercato ed è una delle prime cinque banche russe con un attivo di 53 miliardi di dollari e la Promsvyazbank, ottava nella graduatoria, che finanzia il ministero della difesa coprendo il 70% dei contratti del comparto. E’ stata inoltre bloccata l’operatività finanziaria estera di esponenti di rilievo del circolo più vicino a Putin insieme a quella dei loro familiari. Ma, secondo gli esperti, il vero danno all’economia russa – e veniamo al secondo probabile passo – verrà colpendo, come ha annunciato Biden senza farne il nome nel suo discorso di ieri pomeriggio, le maggiori banche controllate dallo Stato: Sberbank, Vtb, Gazprombank e Rosselkhozbank oltre che il Fondo pubblico per gli investimenti diretti. La sanzione scatterebbe con un intervento del Dipartimento al Tesoro Usa che includerebbe gli istituti nella lista S.D.N., soprannominata anche “game over”, perché impedirebbe a tutte le banche internazionali di avere rapporti con tali istituzioni, con un effetto pesantissimo anche sulle aziende russe da loro finanziate.

Queste misure sarebbero efficaci? Per rispondere occorre esaminare il precedente del 2014, quando la Russia si annesse la Crimea. In quell’occasione Washington e i suoi alleati europei imposero a Mosca una serie di ‘punizioni’ economiche: congelamento di beni, divieti di viaggio, restrizioni ai finanziamenti e ai trasferimenti tecnologici. Con un costo per l’economia russa valutato dall’economista Anders Aslund –uno dei massimi esperti di sanzioni – in una perdita di Pil attorno al 3%. Nuove sanzioni contro Mosca come quelle prospettate avrebbero oggi un effetto molto più pesante sulla gente comune, con prezzi in netto aumento per beni essenziali come cibo e indumenti e con forti decurtazioni a pensioni e conti correnti bancari a causa di un sicuro ulteriore crollo del rublo. “Sarebbe un disastro, un incubo per il mercato finanziario interno”, ha dichiarato al New York Times Sergey Aleksashenko ex primo vicepresidente della banca centrale russa che sottolinea come dallo scorso ottobre alla fine di gennaio la divisa russa abbia perso  oltre il 10% del suo valore sul dollaro.

L'”arma totale”

Ma l’ ”arma totale” contro Mosca sarebbe quella di colpire con sanzioni le esportazioni energetiche. Con le sue ampie riserve di greggio, di gas e di altre risorse naturali la Russia assomiglia per molti versi a un petro-stato mediorientale. Già nel 2014, l’anno della Crimea, il settore energetico forniva a Mosca oltre il 25% del Pil e quasi il 30% della spesa pubblica oltre che 2/3 delle entrate in valuta legate alle esportazioni e  un quarto degli investimenti totali nell’economia interna, secondo i dati dell’Accademia Russa delle Scienze. Ma questa tipologia di ritorsione, per ora viene esclusa da Washington perché i costi per gli alleati europei che consumano gas russo per le proprie aziende e famiglie, a partire dalla Germania e dall’Italia, sarebbero insostenibili, come già sperimentato con gli ultimi, sostanziali, aumenti dei prezzi internazionali dell’energia.

Le sanzioni restano comunque, come dimostra l’ampia letteratura disponibile sull’argomento, uno strumento lungi dall’essere perfetto. Basta ricordare un episodio dell’aprile 2018 quando il Dipartimento del Tesoro Usa inserì Oleg Deripaska – un imprenditore molto vicino a Putin – e sei altri oligarchi nella lista S.D.N.. Deripaska era allora il proprietario della Rusal, il secondo produttore mondiale di alluminio, e le sanzioni provocarono un forte aumento dei prezzi mondiali di questo metallo. Il che portò Washington a fare marcia indietro cancellando le sanzioni alle principali aziende del suo gruppo.

Anche probabili sanzioni a Mosca sulle forniture tecnologiche, che dovrebbero emulare quelle messe in atto dall’amministrazione Trump contro il colosso cinese delle telecomunicazioni Huawei, avrebbero un impatto tutt’altro che certo.  La Russia ha un disperato bisogno di componentistica sofisticata non solo per il suo apparato militare ma anche per l’industria energetica. Ma, in caso di sanzioni Usa di questo tipo, potrebbe rivolgersi proprio alla Cina la cui risposta è tutt’altro che certa.
Infine, vale la pena di prendere in considerazione la forte possibilità che nuove sanzioni alla Russia inneschino una serie di controritorsioni mirate a dividere il fronte occidentale, innescando possibili reazioni sistemiche sul settore finanziario. Le sanzioni, insomma, sono uno strumento, tutt’altro che perfetto.