Santanchè batte Cottarelli, Fascina eletta in contumacia. Grazie al rosatellum

Ironia della Storia, il Rosatellum, curioso metodo elettorale, ircocervo un po’ maggioritario e un po’ proporzionale, giunto alla seconda prova sul campo dopo le consultazioni de 2018, porta la firma del ragionier Ettore Rosato, ai tempi della fabbricazione della legge che porta il suo nome parlamentare Pd, oggi in Italia Viva. Ed è proprio il Rosatellum, erede del poco costituzionale Porcellum di Calderoli, che ha sancito l’affondamento del Pd nei collegi uninominali.

L’ennesimo, previsto “facciamoci del male” di un partito che ha perso pezzi in corso di legislatura, ha rotto ma anche non rotto i rapporti coi 5 Stelle e tentato – riuscendoci perfettamente – di indebolire la sua già compromessa forza centripeta. E non si può neanche parlare della classica gauche italiana frammentata, perché il Pd la sinistra o un fronte progressista non li rappresenta se non molto parzialmente. Al di là di Draghi c’è di più. Il Rosatellum, oltre tutto, ha fornito un eccellente contributo al crescente distacco tra italiani e rito elettorale (affluenza al 64 per cento, 9 punti percentuali in meno rispetto al 2018), paracadutando candidati-puzzle preordinati dalle segreterie di partito.

Il caso Fascina

Servirebbero un proporzionale puro o collegi uninominali a doppio turno, con la seconda chiamata alle urne che “costringe” ad alleanze o desistenze. Non ci si arriverà mai, continueremo col Rosatellum, che una maggioranza solida sulla carta  stavolta, dopo il pari e patta del 2018, l’ha garantita. E non dispiace di certo alla signora Marta Fascina in Silvio, manco proiettata in ologramma nel collegio di Marsala durante la campagna elettorale e però eletta senza, è il caso di dirlo, colpo ferire.

Fascina e Berlusconi sulla copertina di Chi

Ha detto uno dei suoi antagonisti, Antonio Ferrante, candidato Pd: “Ho girato 22 comuni su 26 del collegio, ma sono 400.000 elettori, non puoi raggiungerli tutti” (a proposito di taglio dei parlamentari…). Il Rosatellum spinge a votare il partito, solo quello scelgono gli elettori. Partiti sempre più deboli, verticistici e personalistici hanno prodotto un sistema di voto autogarantista e autolesionista (rivedi astensione etc) che sembra e molto è una beffa alla luce di una democrazia delegata sì ma partecipata. Tanto per restare in ambito forzitaliota, Silvio B. è passato nel collegio uninominale di Monza e gli toccherà presiedere, come senatore più anziano, la prima seduta della “camera alta”. Un pregiudicato sarà quindi per (si spera) breve tempo la seconda carica della Repubblica. Yuppie.

L’esame delle urne

Aboubakar Soumahoro, splendida figura di sindacalista al fianco dei braccianti e candidato di Sinistra Italiana, si era meritato un collegio uninominale abbastanza blindato, quello di Modena. Lui non ce l’ha fatta (anche se poi è stato eletto al proporzionale), Pierferdinando Casini a Bologna sì. E non c’è da aggiungere altro. Si rifletta piuttosto sul fatto che Soumahoro è stato superato per pochi voti, 3.000, da Daniela Dondi, Fratelli d’Italia. Ripetiamo: a Modena.

Il segno dei tempi è quanto mai evidente pure a Cremona, dove Daniela Garnero in Santanché, Fratelli d’Italia, ha superato nell’uninominale un economista solidissimo di fama internazionale come Carlo Cottarelli. Della serie: “Volete Gesù o Barabba?”. Tra le batoste leghiste (in generale: su 50.869.304 elettori solo in due milioni e mezzo hanno messo la croce sul simbolo che porta il nome di Salvini), da segnalare con estremo piacere l’affondamento del senatore Simone Pillon, candidato in Umbria. Ha già garantito che andrà comunque avanti con “la missione che Dio mi ha affidato”. Catto-cattolico ultraconservatore, più che in odore di finanziamenti dall’Est, non se ne sentirà la mancanza in aula. E crediamo che non la sentirà nemmeno Dio.

E poi c’è Gigino

Ma la trombatura più birichina è stata quella di Luigi Di Maio, sì, il giovanotto che alcuni giorni fa veniva alzato in cielo a braccia dai pizzaioli di Napoli manco fosse Damiano dei Måneskin e ora si ritrova, per la gioia acuta del redivivo Giuseppe Conte, senza mozzarella. Colpa della bufala di Impegno Civico, micro scheggia (in società con Bruno Tabacci, uno dei galleggianti paradigmatici – da tempo in fase di sgonfiamento – del centro eternamente vedovo della Dc) accasatasi sotto le ali del Pd, una volta soprannominata la Ditta, attualmente specialista nel fungere da asilo nido per gli ininfluenti e da patrigno per chi può far bottino.

Luigi Di Maio
Luigi Di Maio

Di Maio non ce l’ha fatta. Pur giocando in casa, nel collegio uninominale della Camera di Fuorigrotta, l’ha spuntata il Cinque Stelle Sergio Costa. Di Maio draghiano non più alfiere del reddito di cittadinanza? Ahi ahi ahi. Si resta in attesa di verificare la capacità di galleggiamento e resilienza trasformista del neo-centrino. Chissà, un Mastella – per restare in zona – è ancora lì che frulla, fa il sindaco di Benevento dopo un duro lavoro creativo: Ccd, Cdr, Udr, Udeur, Noi Campani e Noi di Centro sono tutti opera sua.

Finita la scorpacciata di ministeri, per Di Maio i primi tempi saranno duri. Dopo le missioni in giro per il mondo, faccia un salto a Ceppaloni, da Mastella, e riceverà ottimi consigli. Oppure aspetti, lavori sottotraccia, magari uno strapuntino l’ex bambino prodigio diventato ragazzo obbediente da qualche parte lo troverà.