Sandy-Olivia di Grease non c’è più, svanisce la nostra adolescenza

Un altro pezzo del nostro immaginario adolescenziale se ne è andato. E non un pezzo qualunque, nossignori, era lei, Sandy – Olivia Newton John, la così vicina e così irraggiungibile incarnazione della compagna di scuola carina che sostava nei nostri sogni scossi dagli ormoni. Vicina perché era ovunque, sul grande schermo come, fatte le debite proporzioni, in classe o nella scuola, o nelle prime feste semiclandestine. Anzi, lì imperversava ancora di più con le sue canzoni. E se non era lei, a gracchiare sotto la puntina rovinata del giradischi erano gli altri pezzi della colonna sonora di Grease, il film che l’ha catapultata nei nostri ormoni, purtroppo duettando con quel tamarro di Danny Zuko. Perché diciamolo, Zuko era un tamarro. Il meno peggio di quella squinternata banda di sfigati che un giubbotto di pelle e una pezza ricamata sulla schiena non bastava a far diventare una gang giovanile, il meno peggio ma pur sempre un tamarro.

L’idolo degli adolescenti degli anni Settanta

Grease era, anzi è questo, una divertente sagra dell’ormone e del ridicolo dal quale sono passati tutti gli adolescenti nella loro corsa al diventare grandi, tra (molti) goffi tentativi e (poche) memorabili “vittorie”. Non è la brutta copia di American Graffiti, forse più impegnato, forse meno divertente ma decisamente asessuato. No, Grease era permeato di sensualità. E’ l’ipotesi di attraversare la linea d’ombra, che però nei desiderata non passava dall’equatore ma da sotto l’elastico. Se eravamo in grado di leggerlo bene potevamo sentirci (per chi ci si sentiva, ovvio) un po’ meno sfigati. Perché a ben guardare, Sandy – Olivia, ma tutta la gang femminile che l’aveva presa sotto la loro ala rosa, era un po’ sfigata come noi, con quella sigaretta fumata si fa per dire, in bilico tra i sogni romantici e il materialismo delle pulsioni vitali. Come i loro ragazzi, del resto, con le pose virili alla lunga insostenibili, l’inadeguatezza nello sport, lo spirito di ribellione che si incrinava miseramente davanti all’autorità della preside.

In realtà chi scrive aveva più un debole per Rizzo, una pragmatica Stockard Channig, capace di essere magnetica anche con una benda da pirata sull’occhio, indossata in Smoke di Wayne Wang e Paul Auster. Ma lei, Rizzo, nell’immaginario di un adolescente giocava già in un’altra serie: aveva superato la linea d’ombra. Ci bastava sognare la biondina. Che poi, col tempo, abbiamo smesso di sognare e poi seguire, chi indossando un giubbotto di pelle con le borchie, chi un moncler, chi un parka. Lei, Olivia, era uscita dai nostri radar, sostituita da Blondie, da Annie Lennox, da una qualunque “another girl around my male curiosity”, come cantava Kid Creole. Un malaccio, come si diceva allora, forse l’ha riportata davanti ai nostri occhi, lasciandoci con lo sgomento di chi perde qualcuno che ha rappresentato qualcosa e, insieme, la vista della nostra adolescenza, lontana ormai troppi anni luce.