Salvini viola il codice
dei giornalisti
L’Ordine non interviene?

Può darsi che il ministro dell’Interno Matteo Salvini non stia commettendo reati prendendo in ostaggio centinaia di migranti sulle navi (incluse quelle militari italiane, tanto che è indagato ad Agrigento per sequestro di persona, arresto illegale e abuso d’ufficio) oppure continuando a usare parole che inducono all’odio e/o alla paura e/o al disprezzo nei confronti dei profughi. Lo stabilirà la magistratura che, nel caso dovesse processarlo dopo varie denunce e notizie di reato, dovrà comunque passare attraverso le maglie poste ancora a tutela di parlamentari e ministri. D’altra parte lo stesso vicepremier e leader della Lega ha appena sfidato i magistrati ad arrestarlo. Meglio non contraddirlo.

Però non c’è solo la magistratura ordinaria. Esiste anche la deontologia, la cui tutela non dovrebbe fermarsi di fronte a nulla. Ne risponde chi appartiene a un Ordine professionale. E Salvini – anche se tanti non lo sanno – è iscritto all’Ordine dei giornalisti, in Lombardia, come professionista. Lo è nonostante il suo disprezzo verso i colleghi, quelli non succubi, tanto da aver minacciato, nel 2013, di prenderli “a calci nel culo”.

Basta cercarlo sull’albo online. Eccolo: “Salvini Matteo, data di nascita 09/03/1973, luogo di nascita Milano (Mi), data di iscrizione 22/07/2003”. È tuttora un giornalista in aspettativa, cui vengono versati i contributi pensionistici figurativi perché da decenni eletto qua e là. Ci tiene così tanto che qualcuno lo ha anche visto per qualche minuto durante i corsi obbligatori per la formazione professionale continua.

C’è chi non si capacita del fatto che lo sia? La circostanza merita una rapida cronistoria. Aiuta ricordare un momento di imbarazzo che gli è capitato. Tre anni fa, durante il programma Quinta Colonna, fu accusato di non aver mai lavorato, al di fuori dell’attività politica, in vita sua. Salvini replicò con un ululato, per ricordare poi: “Il signore dice che non ho mai lavorato nella vita. Io ho fatto per dieci anni il giornalista. Fare il giornalista significa non lavorare nella vita?».

In effetti nel 1997 iniziò a fare il redattore per la Padania, l’organo di partito del Caroccio, e dal 1999 al 2013 è stato direttore di Radio Padania (fonte Treccani). Non risulta che abbia mai svolto la professione di giornalista al di fuori degli organi di comunicazione leghisti; non ci sarebbe nulla di male, visto che bravi cronisti sono nati e cresciuti dentro quotidiani di partito (all’Unità, all’Avanti, o al Popolo, per esempio), però lui  alla Padania si vedeva poco perché aveva già altro per la testa.  C’è chi ricorda che arrivava la mattina, dava una sbirciata alla pagina delle lettere, poi andava a fare politica, negli altri uffici milanesi del partito, in via Bellerio. Il praticantato alla Padania lo avrebbe “svolto” così.

Infatti – iscritto alla Lega Nord dal 1990 – era pieno di impegni, difficili da conciliare con il lavoro giornalistico: contemporaneamente alla sua attività di redattore padano, è stato responsabile del Gruppo Giovani di Milano fino al 1997, segretario provinciale della Lega Nord Milano dal 1998 al 2004, consigliere comunale di Milano dal 1993 al 2012, parlamentare europeo dal 2004 al 2006, dal 2008 deputato, dimessosi nel 2009, anno in cui è stato eletto al Parlamento europeo. Nel 2013 è stato nuovamente eletto alla Camera ma ha cessato il mandato il primo giorno della legislatura; nello stesso anno è stato eletto segretario federale della Lega Nord, dopo aver vinto le primarie. L’anno successivo è stato rieletto al Parlamento europeo. Il resto è storia recente.

Pochi anni fa comunque un giudice di Bergamo ha scritto nero su bianco che non è diffamatorio scrivere che Salvini non ha mai fatto un lavoro che non sia quello di politico leghista. Il
leader aveva querelato il giornalista Davide Vecchi e il Fatto Quotidiano, per averlo sostenuto; il giudice archiviò, sostenendo che “neppure Salvini ha potuto dimostrare di aver fatto ‘qualcosa’ al di fuori della Lega”. Insomma, sarà un giornalista un po’ latitante, ma formalmente lo è. Anche se La Padania non esiste più, dopo essere stata “mandata (economicamente) a catafascio”, nonostante fosse “tenuta in vita… soltanto dai contributi pubblici” (4 milioni l’anno). Lo riporta il giudice.

Al di là dello strano modo di fare il giornalista, il problema nasce da una circostanza: Salvini lo è tuttora e ci tiene a farlo sapere. E, visto che lo è, il Consiglio di disciplina dell’Ordine lombardo dovrebbe occuparsi di lui e decidere se comminargli eventuali sanzioni per violazione della deontologia professionale. L’articolo 48 della Legge 3 febbraio 1963, n. 69 (Ordinamento della professione di giornalista) prevede: “Gli iscritti nell’Albo, negli elenchi o nel registro, che si rendano colpevoli di fatti non conformi al decoro e alla dignità professionale, o di fatti che compromettano la propria reputazione o la dignità dell’Ordine, sono sottoposti a procedimento disciplinare”. Le sanzioni possono arrivare fino alla radiazione dall’Albo.

È chiaro pure ciò che prescrive il “Testo unico dei doveri del giornalista (approvato dal Consiglio Nazionale nella riunione del 27 gennaio 2016, Leggi qui ), nato dall’esigenza di “facilitare l’applicazione di tutte le norme, la cui inosservanza può determinare la responsabilità disciplinare dell’iscritto all’Ordine”. Ai punti 6 e 7 dell’articolo 2 si legge che il giornalista “rispetta il prestigio e il decoro dell’Ordine e delle sue istituzioni e osserva le norme contenute nel Testo unico; applica i principi deontologici nell’uso di tutti gli strumenti di comunicazione, compresi i social network”. E – come è noto – proprio sui social network Salvini dà il peggio di sé, tra post, anatemi e autointerviste.

In particolare, il leader del Lega infierisce sui stranieri e rom. Eppure l’articolo 7 del testo unico citato recita: “Il giornalista nei confronti delle persone straniere adotta termini giuridicamente appropriati… evitando la diffusione di informazioni imprecise, sommarie o distorte riguardo a richiedenti asilo, rifugiati, vittime della tratta e migranti”. In particolare si fa riferimento alla Carta di Roma, nata nel 2008 dalla collaborazione tra Alto Commissariato delle Nazioni Unite per i Rifugiati, Ordine dei Giornalisti e Federazione Nazionale della Stampa Italiana sul tema dell’immigrazione e dell’asilo.

Pare evidente che Matteo Salvini, nella sua attività mediatica, viola sistematicamente il codice deontologico dell’Ordine cui appartiene. Probabilmente – se dovesse imbattersi in questo articolo e lo riterrà degno di replica – candiderà chi lo firma a essere preso a calci nel culo e magari proclamerà che a lui non importa di essere nell’Ordine dei giornalisti perché … (e via con insulti a piacere). Però, forse, apprendere che il Consiglio di disciplina si occuperà della sua scarsa simpatia per la deontologia sarebbe di conforto per molti suoi colleghi meno truci e più civili e pure per qualche cittadino.

Ps: nel caso non si fosse capito, questo è un invito a procedere. Grazie.