Salvini si “riprende” i porti e riparte la guerra ai profughi

Prepariamoci a tornare ai giorni caldi della guerra ai profughi del mare, quando Salvini chiudeva i porti, si sequestravano le navi che raccoglievano i disperati in mare prima che affogassero mentre l’Italia regalava mezzi e istruttori alla guardia costiera libica che riportava i fuggitivi nei lager in cui potevano morire senza che nessuno si occupasse di loro. Il neoministro dell’Interno Matteo Piantedosi, in totale accordo con il suo superiore d’antan Matteo Salvini, del quale fu capo di gabinetto, ha disposto il divieto di entrare nelle acque territoriali italiane a due navi impegnate nei salvataggi, la Ocean Viking e la Humanity One perché – si legge in un comunicato – la loro condotta non sarebbe “in linea con lo spirito delle norme europee e italiane in materia di sicurezza e controllo delle frontiere e di contrasto all’immigrazione illegale”. Sui 326 naufraghi complessivamente a bordo delle due imbarcazioni il comunicato del Viminale non dice una parola. La loro sorte non è affare del ministero e del governo italiano: gli equipaggi li riportino in Libia e li consegnino alle motovedette degli aguzzini. Non vogliono? E allora se li portino a casa loro, ovvero in Norvegia quelli della Ocean Viking e in Germania quelli della Humanity One. Il ministro degli Esteri Antonio Tajani ha già provveduto a muovere la diplomazia per rendere chiaro a Oslo e a Berlino che l’Italia non scherza. Le navi battono la vostra bandiera, sono affari vostri. E non sono comunque affari nostri gli altri 1300 profughi che, secondo le stime di Alarm Phone (l’organizzazione che cerca di coordinare le ricerche) in questi giorni si troverebbero in mezzo al Mediterraneo.

Trecentoventisei profughi

Nella logica della burocrazia ministeriale made in Salvinia le soluzioni, come si vede, appaiono molto semplici. Se poi i 326, tra i quali donne e bambini, non fossero in grado di reggere una ulteriore traversata di giorni e giorni dopo quello che hanno passato nella deriva nel Mediterraneo, pazienza. Restino in mezzo all’acqua finché qualche altro paese europeo si ricorderà che in teoria esisterebbe un protocollo in cui c’è scritto che si devono far approdare i migranti nel porto sicuro più vicino e poi distribuirli con criteri scritti nero su bianco tra i diversi paesi. Oppure finché, com’è accaduto in passato, un giudice di qualche tribunale non interverrà a ricordare che i salvataggi in mare sono un preciso e tassativo dovere a meno che – come recita l’articolo 19 della Convenzione dell’Onu sul diritto marittimo – i naufraghi “non arrechino “pregiudizio alla pace, al buon ordine e alla sicurezza dello Stato costiero”, non costituiscano una “minaccia” o un “pericolo” e non abbiano intenzioni ostili verso il paese cui appartiene l’imbarcazione che li ha raccolti. E sinceramente è un po’ difficile immaginare che quelli a bordo della Ocean Viking e della Humanity One possano essere considerati un pericolo o una minaccia per la sicurezza dell’Italia e degli italiani.

Meloni e l’Operazione Sophia

Si ricomincia, insomma. E stavolta, più ancora di prima, c’entra la politica. Salvini deve dimostrare di essere ancora lui il deus ex machina della difesa degli italiani dall’”invasione” degli extracomunitari, massimamente quelli che arrivano via mare. Prima ancora che il governo di fosse insediato ufficialmente aveva già convocato il capo della guardia costiera nazionale per “fare il punto della situazione” e rendergli chiaro, per prima cosa, che la giurisdizione sui porti tocca a lui, ministro delle Infrastrutture, pure se Giorgia Meloni ha pensato bene che per evitare guai fosse necessario tenerlo lontano il più possibile dal Viminale. Sui porti decide Matteo Salvini, non certo quell’improbabile Nello Musumeci ripescato da Meloni in Sicilia e nominato ministro “del mare”, anzi del Mare e del Sud, proprio per evitare che ricominciassero i balletti sui porti chiusi e aperti con tutti i guai annessi e connessi.

Ma se la longa manus dell’ex ministro tira i fili del ministro attuale, non è detto che la capa del governo stia a guardare. Giorgia Meloni, si sa, ha la sua fermissima idea su come va risolto il problema dell’immigrazione in Italia. Lei, come Salvini, preferisce dire dei “clandestini. Non bisogna sequestrare le navi o chiudere i porti perché ai “clandestini” dev’essere proprio proibito di mettersi in mare. Prima e durante la campagna elettorale la parola d’ordine era “blocco navale” poi, una volta eletta, i consiglieri giuridici devono averle spiegato quello che tutti le dicevano da anni: che no, il blocco navale è un’azione di guerra e proprio non si può fare. Allora ecco come ha pensato di aggirare il problema, almeno stando a quanto ha dichiarato in sede di replica al dibattito sulla fiducia al Senato. Chiederemo all’Europa di ripristinare l’operazione Sophia, la quale prevedeva che unità di marina dei paesi europei si schierassero al largo delle coste nordafricane per impedire la partenza delle imbarcazioni dei “clandestini”.

Peccato che l’operazione Sophia lanciata nel maggio del 2018 sull’onda della preoccupazione per l’aumento impressionante dei naufragi e dei morti nel Mediterraneo e finita nell’aprile del 2020 non era affatto volta a bloccare i porti di partenza delle imbarcazioni con i profughi, ma a stroncare l’attività dei trafficanti che, nella maggioranza dei casi in combutta con la Guardia costiera libica, gestiscono il lucroso mercato dei viaggi verso l’Europa. Le navi italiane che partecipavano all’operazione salvarono molte vite in mare e, forse proprio per questo, l’operazione non piaceva affatto a Salvini.