Salvini e la democratura
quella malcelata
nostalgia per il podestà

Nel giro di pochi giorni abbiamo capito meglio qual è il progetto del leader leghista-ministro dell’Interno-vicepremier Matteo Salvini. Ci sono ottime probabilità che abbia l’obiettivo di trasformarci in una democratura (dittatura travestita da democrazia) in stile russo (d’altra parte Salvini è ufficialmente alleato col partito di Vladimir Putin, ex ufficiale del KGB, e col peggio dell’ultradestra europea). Come vuole farlo? Trasformando le Forze armate in un organo di Polizia; poi, esautorando i sindaci e affidando più potere ai prefetti, funzionari legati direttamente al Viminale, trasformati – volenti o nolenti – in un’ansiogena fotocopia dei podestà di mussoliniana memoria.

Salvini a Varsavia nello scorso gennaio

Ricapitoliamo.

Caso n. 1 – Martedì scorso i militari hanno dovuto ricordare al “Capitano” (così si fa chiamare dai suoi fan) Salvini quali sono le regole democratiche: per fortuna nel nostro Paese chi porta i galloni ne è ancora consapevole. È successo dopo che avevano ricevuto una sua direttiva. Nel documento il ministro dell’Interno intima (letteralmente, verso la fine c’è scritto “intimazione”) anche al capo di Stato maggiore della Marina militare e al comandante generale della Guardia costiera (corpo specialistico della Marina militare inquadrato funzionalmente e organizzativamente nell’ambito del Ministero delle Infrastrutture e dei Trasporti) di vigilare affinché il comandante e la proprietà della nave “Mare Jonio”, gestita da un’organizzazione umanitaria italiana, “si attengano alle vigenti normative nazionali e internazionali in materia di coordinamento delle attività di soccorso in mare”. La violazione di queste norme potrebbe “determinare rischi di ingresso sul territorio nazionale di soggetti coinvolti in attività terroristiche o comunque pericolosi per l’ordine e la sicurezza pubblica”.

Salvini non ha ritenuto opportuno valutare che la missiva non era stata spedita ai vertici delle forze dell’ordine, su cui il Viminale ha competenza, ma ai comandanti della Marina e della Guardia Costiera; non dipendono da lui ma dal ministero della Difesa, retto dalla ministra (grillina) Elisabetta Trenta, e in misura minore da quello delle Infrastrutture e dei Trasporti, retto dal ministro (grillino) Danilo Toninelli; rispondono solo a loro e al Presidente della Repubblica, che è il capo Supremo delle Forze Armate. Insomma, quella di Salvini è un’ingerenza senza precedenti nella storia della Repubblica.

Caso n. 2 – Il secondo editto salviniano ordina che ai prefetti di intervenire per “contrastare più efficacemente il degrado urbano e rafforzare la sicurezza nelle città”, nel caso i sindaci appaiano, come dire…, distratti. Ai prefetti è stato imposto di “convocare specifiche riunioni del Comitato provinciale per l’ordine e la sicurezza pubblica, nel cui ambito dovrà essere avviata una previa disamina delle eventuali esigenze di tutela rafforzata di taluni luoghi del contesto urbano”. È opportuno ricordare che la Prefettura è un organo periferico del Ministero dell’Interno e la sede di rappresentanza del Governo in ogni provincia.

La sua azione si svolge in ambiti molto vari: l’ambito socio‐economico (monitoraggio delle situazioni di disagio e delle problematiche sociali a livello locale, interventi di mediazione per crisi occupazionali e vertenze sindacali, potere di precettazione in caso di sciopero nei servizi essenziali); l’ambito della sicurezza (ordine e sicurezza pubblica, protezione civile, emergenze ambientali); l’ambito istituzionale (come riferimento in periferia per gli altri uffici statali periferici, le autonomie locali, le altre istituzioni pubbliche e private). Il prefetto presiede il Comitato provinciale per l’ordine e la sicurezza pubblica. Particolarmente impegnativa risulta anche l’attività svolta dai Consigli territoriali per l’immigrazione.

La legge n. 125 del 24 luglio 2008, nel conferire nuovi poteri ai sindaci sul fronte della sicurezza urbana, ha riservato al prefetto compiti di vigilanza. Il fatto è che l’editto di Salvini punta a togliere ai sindaci queste ultime prerogative e pure i compiti che avevano prima del varo della legge 125. E mira a una specie di “militarizzazione” delle città, gestita direttamente dal ministro dell’Interno. Si tratta di un potere che le regole democratiche non attribuiscono a quel signore rissoso e incazzoso seduto, per il momento, sulla poltrona del Viminale.

Tuttavia la sua direttiva prevede esplicitamente che i prefetti potranno scavalcare i sindaci, con “il ricorso al potere straordinario di ordinanza, di durata temporalmente limitata, qualora l’iniziativa non sia differibile all’esercizio degli strumenti ordinari”. Poi: “Si tratta di ordinanze, in funzione anti-degrado e contro le illegalità”, adottate dai prefetti, che “intervengono per rimuovere una oggettiva criticità, concretamente manifestatasi, per il tempo ritenuto strettamente necessario alle esigenze rilevate”.

Le reazioni? L’intimazione rivolta alle Forze armate e il golpe anti-sindaci hanno creato, grazie al cielo…, un’ulteriore frattura tra Lega e M5S, il cui elettorato è un po’ più attento alle regole democratiche. Sul fronte delle prefetture, Dario Nardella, sindaco Pd di Firenze, ha commentato: “Salvini faccia il ministro perbene e non si nasconda dietro un prefetto. Mi pare che il distratto sia lui: a novembre aveva promesso 250 agenti di forze dell’ordine e ancora non li ha mandati”. Il presidente dell’Associazione nazionale dei Comuni italiani, nonché sindaco di Bari, Antonio Decaro ha aggiunto: “Noi sindaci amministriamo ogni giorno, tra mille difficoltà e non abbiamo bisogno di essere commissariati da nessuno”. Poi: “Se Salvini ci avesse chiamati per affrontare seriamente il problema del degrado urbano nelle città, gli avremmo detto che varare zone rosse è un po’ come mettere la polvere sotto il tappeto, non risolve il problema, lo sposta altrove”.

Interessante il commento di Pippo Civati, fondatore di Possibile. Ha affermato che ormai “siamo al regime Salvini: dove non può contare sui suoi sindaci sceriffi, vuole che siano i prefetti a fare da pasdaran e sostituirsi ai primi cittadini. Tanto vale cambiare loro nome in podestà. È un altro tassello di una lunga serie di provvedimenti che, con la scusa della sicurezza, vogliono limitare le libertà. Ancora una volta il ministro dell’Interno si comporta da padrone del governo, da uomo al di sopra della legge. Non è accettabile e lo contrasteremo con la Costituzione sotto il braccio”.

Il podestà – è opportuno ricordarlo – è stato, durante il ventennio fascista, un funzionario dello Stato a capo del governo di un Comune, dal 1926 in poi. Gli organi democratici municipali furono soppressi e tutte le funzioni svolte in precedenza dal sindaco, dalla giunta comunale e dal consiglio comunale furono conferite proprio al podestà, che era nominato dal governo tramite un Regio decreto. Dopo la guerra di Liberazione, si tornò ai sindaci e alla normale rappresentanza.

Il fatto che Matteo Salvini possa trovare affascinante lo stile del Ventennio non desta meraviglia. D’altra parte è uno che ha tirato fuori tutte le bufale e i luoghi comuni possibili sul “fascismo buono”, con affermazioni da bar tipo: “Ci sono state le leggi razziali, che sono state quanto di più folle, ma mi sembra negare l’evidenza che le paludi siano state bonificate… Dobbiamo anche considerare le realizzazioni fatte nel corso del Ventennio”. Inoltre ha promesso sin dal 2017, durante il raduno della Lega a Pontida: “Cancelleremo la legge Mancino e la legge Fiano”, cioè quelle che puniscono l’apologia del fascismo e gesti, azioni e slogan legati all’ideologia nazifascista o che incitano alla discriminazione razziale, etnica, religiosa o nazionale. Inoltre è alleato con l’inventore del regime pseudodemocratico e liberticida post-sovietico.

Chi non si fa ipnotizzare dalla brutale retorica salviniana ha il diritto e il dovere di resistere, ovvio. Usando i mezzi e gli strumenti della democrazia, come è altrettanto ovvio. Perché di certo non si può definire il trucido Salvini un mussoliniano o un putiniano al 100%. Anche perché i tempi cambiano e gli ingredienti vanno da lui dosati con gusti più “moderni”. Ma di certo è un tipo che ama i cocktail, anche in politica. E non abbiamo proprio bisogno di prendere quel tipo di sbronze.