Salvini premier di fatto
Così la democrazia
diventa opaca

Alle anomalie istituzionali l’attuale governo gialloverde ci aveva ormai abituati. Basti pensare, per citare gli episodi più gravi, al modo in cui è stato approvata, sul filo di lana della fine dell’anno, la legge fra tutte più importante, e cioè il bilancio dello Stato, varato dal Parlamento in poche ore, senza dibattito e ricorrendo al circuito perverso decreto legge – voto di fiducia. O la decisione di proporre in forma di decreto legge – previsto dalla Costituzione come procedura extraordinaria, in casi di “comprovata urgenza e necessità” – un provvedimento come il decreto Salvini, in larga misura non sufficientemente motivato, almeno dal punto di vista dell’urgenza. Per non parlare dell’inedita formula escogitata per trarsi d’impiccio sulla questione della Tav e su altri argomenti divisivi, intorno ai quali si è approvata solo la cornice formale della deliberazione, utilizzando per il resto l’espressione “salvo intese”, per consentire ai veri domini dell’esecutivo (Salvini e Di Maio) di trovare successivamente un compromesso sul merito della legge.

Insomma, nell’arco di un anno le manomissioni istituzionali erano già state abbastanza numerose e significative, confermando un punto che continua a sfuggire nei commenti in circolazione, vale a dire la sempre più accentuata obsolescenza della Costituzione formale, soppiantata di fatto da una costituzione materiale che è diventata di gran lunga più incisiva delle norme contenute nella legge fondamentale dello Stato. Come era lecito prevedere, il processo di divaricazione fra il livello formale e quello materiale, alimentato anche da forzature pressochè quotidiane, ha raggiunto negli ultimi giorni una soglia ulteriore. Si tratta del problema, tutt’altro che banale, del rapporto fra l’esecutivo e la maggioranza parlamentare di cui esso dovrebbe essere espressione.

La situazione che si è creata su questo piano è perfino paradossale: da un lato, infatti, in linea di principio il governo dovrebbe riflettere, nella sua composizione numerica e negli orientamenti decisionali, il rapporto esistente in Parlamento fra le diverse forze politiche. Ma, dall’altro lato, dopo le elezioni europee l’esecutivo tende a comportarsi come se il ribaltamento dei rapporti di forza verificatosi con la consultazione del 26 maggio riguardasse anche le relazioni tuttora esistenti nelle due Camere.

Tanto per capirsi: pur essendo per così dire azionista di minoranza nella compagine governativa, la Lega si comporta come se avesse ora oltre il 34% dei seggi nel Parlamento nazionale, relegando dunque i 5stelle ad un ruolo gregario e subalterno, anche se in realtà essi continuino ad avere una presenza numerica nelle assemblee legislative quasi doppia, rispetto al partito guidato da Salvini. Il quale può così parlare e agire come se fosse il leader della maggiore forza politica italiana, pur essendo in realtà un comprimario del soggetto che ha tuttora la maggioranza dei seggi.

Sarebbe sbagliato sottovalutare l’importanza di questa sfasatura. Da un lato, infatti, essa consente al ministro dell’interno di muoversi contemporaneamente su un doppio registro, a seconda dei casi e delle opportunità, ora come premier effettivo e ora come vincolato alle decisioni del premier formalmente nominato. Più importante è un secondo lato della questione. L’ormai strutturale sfasatura fra maggioranza reale e maggioranza virtuale conduce inevitabilmente ad una perdita di trasparenza del processo decisionale, nel senso che tende ad occultare, o almeno a rendere più opache, le dinamiche concrete che sfociano poi nelle deliberazioni assunte.

Col risultato di rendere difficile, se non impossibile, una chiara individuazione dei pesi e delle responsabilità degli attori politici coinvolti. Un altro passo avanti, insomma, nella trasformazione strisciante dell’assetto istituzionale del nostro Stato.