Salvini (per ora) si salva
dai suoi sfoderando vecchi slogan
e solite promesse

Nel Belpaese le previsioni sono difficili, tanto l’elettorato è ondivago, tanto è sommerso, tanto è vulnerabile di fronte agli slogan, alle fake news, alle facezie, che si materializzano ovunque: sugli schermi televisivi, negli innumerevoli social, nei sempre meno diffusi giornali (ecco, la crisi dell’informazione di cui si dovrebbe parlare e di cui si parla poco o pochissimo, mentre rappresenta una questione non indifferente di democrazia). Così  immaginare il destino della Lega di Salvini in termini di sconfitta, perdita, ridimensionamento, per non dire di peggio, dopo l’esito infelice delle ultime consultazioni elettorali (senza dimenticare le liti che le hanno precedute e la vistosa incapacità del centrodestra di sommare forze per presentare candidati credibili: l’esempio milanese e quello romano sono clamorosi) è un po’ presto, è un po’ un azzardo. Le impennate non si possono mai escludere (o scongiurare).

Sempre le stesse promesse

Matteo Salvini (sx) e Giorgia MeloniIn fondo Salvini, Bossi declinante,  raccolse una Lega ai minimi termini, la prese per mano e la condusse a diventare il primo partito, partito di governo. Ma il repertorio salviniano, parole gridate e rigridate, gesti che potevano apparire di originale risolutezza, muscolari (e agli italiani, per antico dna, piacciono i muscoli) necessari a fermare l’eventuale bla bla della politica, ha esaurito sua “spinta propulsiva”. Quante volte, da tutte le piazze, nell’abbondanza delle sue esibizioni,  Salvini ha promesso “meno tasse”.

Ma ora i suoi stessi elettori gli rinfacciano la “barzelletta del taglio delle tasse” . Dopo anni di governo e di nuovo al governo.  Ancora l’altro giorno, al consiglio federale convocato  alla svelta, nel giro di ventiquattro ore, per fermare il neo-rivale Giorgetti, ha sventolato la stessa bandierina. Ma chi gli può credere? Ha con veemenza e nella solita vena demagogica attaccato il reddito di cittadinanza, ma gli hanno ricordato che a introdurlo era stato un governo di cui era vicepresidente. Non parliamo di immigrazione, chiodo fisso della Lega, dei leghisti, dei simpatizzanti: dove ha condotto la strategia dell’ex ministro degli interni?

Per ora Giorgetti è zittito

Per ora Salvini è riuscito nella piccola, modesta, impresa di zittire Giorgetti, il ministro dello sviluppo economico (azzarderei: un ministro degno di chi l’ha visto), che ama il profilo basso e non ama le comparsate televisive. Salvini ha aggredito il suo pubblico con la solita tribunizia oratoria (cinquanta minuti), preceduta da una intimidatoria sentenza: “Io ascolto tutti e decido, come sono solito fare sempre”. Parole famose: “Mi interessa parlare di flat tax o bonus ai genitori separati. Mi appassionano i temi concreti. Non altro… Nove miliardi di euro per regalare redditi di cittadinanza a furbi ed evasori non è rispettoso per chi fatica e lavora… La visione della Lega è vincente: unità nazionale per la pandemia, poi governo del centrodestra…”.

Hanno scritto che è riuscito a passare come un rullo compressore sulle obiezioni del presunto rivale. Probabilmente è vero: la Lega discute a porte chiusissime. Intanto il cosiddetto capitano ha dato un appuntamento per l’11 e il 12 dicembre, a Roma, per una assemblea programmatica, che dovrebbe approvare la sua linea politica. Non gli sono bastati gli applausi dell’altro giorno, cerca conferme… Perché Giorgetti resiste, perché i “governatori”, Zaia, Fontana, Fedriga, rivendicano qualche autonomia, alle prese, loro sì, con i problemi concreti, a partire dal covid  con le vaccinazioni, altra occasione delle altalene di Salvini, in bilico tra negazionisti, no pass, neofascisti, dopo aver sponsorizzato deleterie aperture anticipate di bar, ristoranti, balere e spiagge, approfittando di tutti i malumori, illudendo tutti, mettendo al bando la coerenza e il rigore.

Solo propaganda senza una linea

Propaganda che lascia sullo sfondo la cosiddetta linea. Niente sul presidente della Repubblica, se non che “bisogna andare compatti”, qualcosa di più, reiteratamente, sull’Europa (anche in questo caso contro le opinioni di Giorgetti). Salvini, prima sovranista, poi europeista all’arrivo dei soldi del Pnrr e del governo Draghi, di nuovo sovranista, ha scelto la strada della costruzione di “un grande gruppo, identitario, conservatore e di centrodestra, alternativo ai socialisti con cui il Ppe governa insieme da anni”. Insomma, ha scelto la compagnia di OrbanMorawiecki, Le Pen, più qualche gruppo neonazi…Ha negato la possibilità di un’altra strada, quella che avrebbe volentieri imboccato il ministro, perché “il Ppe non è mai stato così debole”, perché “è impensabile entrare nel Partito popolare subalterno alla sinistra, mentre noi siamo alternativi alla sinistra”.

Insomma una Lega moderata e liberale non piace a Salvini. Non gli va di occupare il centro  del centrodestra, non gli va di vestire i panni del Berlusconi ringiovanito, liquidando nella destra estrema la Meloni. Vocazione autentica, dna postfascista, confusione mentale? Chi può dirlo. Certo Salvini dimostra una straordinaria passione per il ruolo di “capitano” (“ducetto” più che “duce”, per non allarmare la Meloni), incurante della democrazia anche nel suo schieramento: “Qui comando io”. Dunque Orban meglio del Ppe. E una folla di parlamentari, di funzionari, di dirigenti, applaude. Chi ha voglia di esporsi?

L’abbraccio con Orban e Le Pen

Ma il gioco europeo è pesante, perché piazzarsi tra le braccia di Orban e di gente simile, cioè all’ultima frontiera dell’Unione europea, è un pericolo per la Lega, che potrebbe correre incontro alla propria marginalizzazione: non contare più niente, dire addio alle proprie aspirazioni, rinchiudersi in un castello di filo spinato…

In Europa, insieme con una alleanza minoritaria, frammentata, mal sopportata, che ha dimostrato di non voler condividere gli stessi principi di solidarietà alla base dell’Unione, le stesse ragioni politiche, le basi democratiche, i suoi obiettivi sociali…

In patria, perché l’Italia non può certo permettersi una leadership di governo poco credibile, che non abbia la fiducia di Bruxelles, che non dia garanzie ai mercati internazionali. Giorgetti lo ha capito: confermare la faccia “europeista” della Lega, per preservare le ambizioni di governo della Lega, in un paese in difficoltà, che ha un clamoroso bisogno dell’Europa, che attende i soldi del Pnrr, che vive la condizione di sorvegliato speciale per via del debito gigantesco alle spalle…

Un disco rotto che continua suonare

Salvini parla al suo partito, alla “pancia” si direbbe, ne stimola vecchi istinti, per salvare se stesso e il bottino di voti messo da parte negli ultimi anni. Possiamo dirlo: è un disco rotto, che continua a suonare grazie a certe alleanze, anche le più oscure, addirittura nere, grazie a mai sopite vocazioni degli italiani, contro le tasse, contro gli immigrati, per le semplificazioni contro la stessa complessità del nostro tempo, esaltando egoismi e pregiudizi. Pure in virtù della “memoria” di Umberto Bossi, che aveva messo in campo ben altra intelligenza politica.