Salvini e Meloni
la sconfitta del bullismo
senza politica

La grammatica di “Destra e Sinistra”, come da titolo del famoso saggio di Norberto Bobbio, ritrova in ogni tornata elettorale, oltre che nelle pratiche di reggimento della cosa pubblica, la sua marmorea attualità. E però si affaccia perentoriamente, quasi fosse una norma cogente, un’altra dicotomia altrettanto se non più immediatamente illuminante, quella tra Politico e Impolitico, tra opera di governo forte di un progetto arruolabile per questi tempi di fatto rivoluzionari (e anche carico di valori, vedi sempre Destra e Sinistra) e solletichi irriflessivi, emozionali – in tre parole: antiquati, vecchi, controproducenti – alla pancia degli elettori-cittadini.

Quello schiaffo che rimbomba

Invasione di migranti o scardinamento di burocrazie letali per un Paese integratissimo su scala continentale? Bullismo sui diritti o sguardo sereno e “lungo” sulla nostra demografia calante e sui mondi veri vissuti dalle persone? Merito o clientela? Pragmatismo alto o divieti (fine vita, droghe leggere etc)? Far rete per produrre – in questa nuova frontiera della sopravvivenza di specie – meglio e con crescita professionale dei lavoratori o covare nostalgia per i combustibili fossili? Sviluppo regolato o nefasta, cieca devozione al Pil (concetto sottolineato dal fresco premio Nobel per la Fisica Giorgio Parisi)?

In un tornante se non da “vita o morte” sicuramente epocale, sospesi sul ponte tra pandemia e ripartenza-riconversione (della macchina giudiziaria, del governo, delle infrastrutture, del welfare), la Destra italica, ha ricevuto dalle urne uno schiaffo che rimbomba e dice: ci avete proposto dei candidati a guidare grandi città (e dunque sistemi complessi) che sono parsi con ogni evidenza “unfit to lead”, come scrisse l’Economist di Silvio B. Inadatti a governare. A reggere – in un’ora specialissima – destini collettivi che devono chiamare a raccolta intelligenze scientifiche, economiche, amministrative e gestionali con cui giocarci il futuro. E non recrimini troppo Giorgia Meloni su attacchi concentrici e giustizia sospetta, su una campagna elettorale trasformata dalla bieca gauche “in una lotta nel fango”, pratica sportivo-mediatica che il suo amico e sodale a fasi alterne Salvini usa programmaticamente da sempre, scatenando una Bestia posa-mine, provocatoria, incendiaria e insultante, di irresponsabilità e gravità trumpiana, lesiva del buon gioco politico, che è duro ma non infamante e bugiardo.

I Michetti e i Bernardo sono state pipette di gesso del tirassegno, ben facili da sbriciolare. Con le gaffe del primo, gran rimestatore populista nel pentolone romano di Radio Radio. Una sua uscita fra tante? Nel 2017, dopo la tragedia di Rigopiano, il candidato sindaco proposto da Fratelli d’Italia si era lamentato di aver “visto pure della gente di colore che stava lì a dare una mano”, riferendosi ai volontari migranti tra le fila della Croce Rossa. Fino al post-disfatta “l’esito è laconico”, un esempio di creatività linguistica alla pajata.

E poi con la smagliante sprovvedutezza del secondo, pediatra affezionato al suo porto d’armi, che agli inizi della campagna elettorale segna un autogol da centrocampo scagliandosi, nella città più europea d’Italia, contro le piste ciclabili, una delle direttrici di marcia più chiare di qualsiasi metropoli occidentale. Indimenticabile il tentativo di dipingere una “realtà alternativa” nelle ore successive al primo turno che già delineavano la batosta con un gap del 25% abbondante rispetto a Sala: “L’unico vincitore di questa tornata elettorale è l’astensionismo, non c’è sconfitta di nessuno”. In una sceneggiatura teatrale, dopo una battuta del genere si leggerebbe: “entrano gli infermieri, lo portano via”.

 

Una passerella di candidati impresentabili

Giancarlo Giorgetti, ministro leghista allo Sviluppo economico nel governo Draghi, aveva provato a spiegare che proporre gente simile era un suicidio. Buon annusatore dei venti, Giorgetti aveva compreso che servivano figure di ben altro peso in una navigazione verso un voto poco rassicurante, alfiere – tra governo Draghi e crescente co-operatività europea – di un cambio forte, perfino a Varese, roccaforte della destra e, peraltro, terra del ministro. Niente da fare, il centrodestra aveva tirato dritto, come con l’impresentabile trombatissima Borgonzoni, mandata al massacro a Bologna nel 2016, e nei mesi scorsi il centrodestra non era riuscito nemmeno a unirsi su Bertolaso o Letizia Moratti, due proposte di fonte berlusconiana che avevano un minimo di senso. Un centrodestra diviso, presago di scivoloni. E la Lega ancora di più, con Salvini dentro-fuori il governo, annaspante e così scoperto nelle strumentalizzazioni ad alta voce da farsi sgamare un minuto dopo.

Ma il guasto non sono le rivalità personali o le mezze figure candidate dal fronte “conservatore”. Il guaio è che un rassemblement modernamente conservatore in Italia non si è mai costituito. Il fatto che Fratelli d’Italia a Milano e Roma bazzichi coi peggio arnesi della nostalgia ducesca, è appena un lato, per quanto delicatissimo, del problema, se è vero che il partito di Meloni viene dato nei sondaggi come primo partito e che, con qualche altra robusta disinfezione, Fdl risulterebbe di fatto più federabile a Forza Italia della fetta salviniana della Lega. L’inceppo enorme di questa destra è culturale, nel senso più profondo del termine.

Non bastano le pernacchie a favore di sondaggio

Dicono vetuste cose propagando calorie intellettualmente vuote, arrampicandosi sovente su luoghi comuni che ci fanno deridere in qualsiasi sede estera che non sia l’anticamera di Putin o di Orbán, tubano con sovranisti che però s’intascano i fondi europei, comiziano davanti a malati di reflusso franchista (cfr Meloni e la platea di Vox). Ma facessero politica, non pernacchie a favore di sondaggio: che poi la loro famosa “gente” li clicca ma in larga parte si astiene (a proposito di impoliticità). La faglia è evidente. Il discrimine profondo fra Destra-Sinistra oggi è la cultura, è il gradiente di riflessione-azione congruo rispetto a società complesse, sono i saperi incorporabili nella pratica, è il co-working di scienza e politica, è la rete diffusa che controlla e verifica, è la trasparenza, è il ridisegno totale del rapporto centro-periferie, è il ripensamento del circuito diritti-doveri dal reddito di cittadinanza in avanti. C’è il Moderno da una parte, c’è l’Inservibile dall’altra.
Su questo e altro, muti. Mentre ai berluscoidi, benché opachi, scappano talvolta dichiarazioni sensate, Salvini e Meloni a questo gioco che richiede competenze ibride, non hanno ancora imparato a giocare.