L’odore dei soldi,
la svolta opportunista
di Matteo Salvini

Un bel giorno di sole di quarant’anni fa, questa è storia ormai, affissi ai platani della circonvallazione di Milano comparvero dei manifesti , scritta blu scuro su bianco, che urlavano: “Roma ladrona”, “Lumbard tas”… Affissione strategica: chi conosce Milano sa benissimo che quella strada significa code, attese, tutto il tempo per guardarsi attorno, leggere, rileggere, mandare a memoria quegli slogan. E quindi tutto il tempo per chiedersi: “Ma chi sono questi?”. Di lì a poco avremmo conosciuto Umberto Bossi con il suo codazzo di estimatori e complici, Castellazzi, Speroni (quello con il cravattino da cow boy), Maroni (quello di sinistra con il quale intrattenere buoni rapporti), Calderoli, Borghezio e poi ancora il professor Miglio, l’accademico, lo studioso di Cattaneo, ben poco conosciuto oltre gli ambienti universitari (la sua prima intervista “politica” apparve sull’Unità).

Quando c’era Bossi

L’Umberto Bossi, di dubbi studi, non certo un fine intellettuale, non certo un ideologo, era uno che sapeva annusare il vento, che s’era accorto che qui e là, al Nord, erano nati piccoli, modesti movimenti che si potevano ritrovare attorno a quelle parole d’ordine (dal Piemonte al Veneto e i veneti, mai ricambiati, lo aiutarono assai con cinquanta milioni quando la sua Lega era vicina al fallimento). Bossi cominciò a dire in giro quel che tanta gente pensava e mormorava e che si riassumeva nella rivendicazione di un mitico territorio come ambito di riconoscimento e di autonomia (per altro verso, di isolamento), nel disincanto e nell’antagonismo nei confronti del sistema politico tradizionale (che finiva con il condensare tutto ciò che sapeva di “centralismo” e, banalmente, di “Roma”, cioè i partiti, il governo, il palazzo, il sistema, la cultura e soprattutto la pseudo cultura televisiva della Rai, la Confindustria della grande impresa ma anche i sindacati e persino la Chiesa: memorabili le sparate di Bossi a Pontida contro i “vescovoni”).

Dovemmo assistere così alla nascita e al progredire della Lega indipendentista, regionalista, federalista, protezionista, populista… e altro ancora, con gran chiasso, quando si trattava di propaganda, con straordinario senso pratico e altrettanta duttilità quando si trattava di occupare posti di governo (nei comuni o nelle regioni, basti pensare alla Lombardia, a Formigoni, Maroni, Fontana: cioè il disastro della sanità pubblica). Quegli anni passano tra tangentopoli (1992 la prima pietra dello scandalo), Craxi, Berlusconi.

Con Berlusconi sarà la prima intesa di Bossi, poi tradita, poi ripresa. Vennero i successi elettorali e le sconfitte, i primi scandali, il mistero dei soldi nei paradisi fiscali, il contrasto tra Bossi e Maroni, la perdita progressiva di credibilità: l’eterogenea base leghista, dal piccolo imprenditore del Nord all’operaio che si sentiva tradito dagli eredi del Pci, dall’agricoltore delle valli bergamasche (quello, per dirla con Bossi, che sarebbe dovuto scendere a valle con il fucile spianato) al sottoproletario emarginato delle periferie urbane, viveva la delusione e soffriva il tradimento. La Lega, che aveva saputo interpretare e riassumere le tensioni, le domande e i sentimenti di una società in rapida trasformazione, in grado di cogliere i processi di crisi nel rapporto tra istituzioni pubbliche, partiti e società, una volta conquistato il governo, aggrappata al governo, si mostrò debole, povera, in balia di altre forze. Le promesse restarono tali. Il consenso sfumava.

Dal casello di Gallarate a “Salvini premier”

salviniS’arrivò al fatale 2013, quando s’affermò il nuovo segretario del partito. Salvini liquidò Bossi (malato da tempo) alle primarie e, il 15 dicembre, al congresso del Lingotto, salì in sella. Esordì presentandosi ad un presidio con i camionisti al casello di Gallarate contro l’aumento delle tariffe autostradali: “A Roma si circola sul Grande raccordo gratis, la Salerno-Reggio Calabria è gratis. Qui si paga un occhio della testa”. Lega secondo tradizione e con scarse risultanze: non era dal casello di Gallarate che si poteva partire per riconquistare gli animi sfiduciati del Nord, di quanti avevano capito che ormai alla Lega si poteva chiedere poco o nulla. Atto successivo la proposta di cinque referendum per l’abrogazione della legge Merlin, della legge Mancino, della riforma Fornero, per l’abolizione delle prefetture e dei concorsi pubblici aperti agli immigrati. Non se ne fece nulla: firme insufficienti per quattro, dichiarazione di incostituzionalità per la legge Fornero. Un altro buco.

Salvini non si diede per vinto e con indomito spirito adattativo, tipico del dna leghista, si ripromise di conquistare prima il Centro e poi il Sud, senza alcuna diffidenza verso chi si stava imbarcando. All’opposizione si trovò benissimo e mentre Berlusconi declinava capì che s’aprivano spazi per lui. Nell’Italia del malcontento, della crisi che non finiva mai, dell’annichilimento della politica (vedi astensionismo in crescita) sarebbe bastato agitare le parole giuste e cogliere le paure dell’italiano medio: l’immigrazione, l’Europa che ci impone il pareggio di bilancio, le tasse , la sicurezza… radere al suolo i campi dei rom, che rubano nelle nostre case, affondare i barconi, preservare la famiglia dall’oltraggio di quelli che si raccolgono sotto la sigla lgbt…

Salvini si presentò alle elezioni del 2018 con la lista “Lega – Salvini premier”. Arrivò al 17 per cento, primo partito del centrodestra. Arrivò al governo, non da presidente come avrebbe sperato, ma da vice insieme con Di Maio: lui, il politico che non ha mai lavorato un giorno, contro il neofita bibitaro, capo dei 5stelle.

Si sa come andò e come è finita: agli “ismi” di Bossi, Salvini ne aggiunse altri senza troppa originalità, accodandosi ai suoi simili in Europa (per prima la fascista Le Pen): sovranismo, catto-sovranismo, antieuropeismo. Fino alla cacciata, per mano di Conte e di nuovo all’opposizione. Finché non intuì (o non gli fecero intuire) che Renzi gli mostrava la strada, gli illuminava il futuro.

La conversione sulla via del Recovery

Rileggendo il discorsetto pronunciato dopo l’incontro con Draghi, si vedrà che di “ismi” non ne compaiono più, se non per indiretta citazione o per ricordare che bisogna rilanciare il “turismo”. “Un’idea d’Italia che per diversi aspetti coincide”: ecco la nuova, illuminata, considerazione del capo leghista. L’idea di Salvini, come quella di Draghi. E poi cantieri, cantieri, cantieri, lavoro, non assistenza, non beneficienza, non patrimoniale, non aumenti di tasse sulla casa. Invece ponte sullo Stretto, Tav, Tirreno-Brennero, Pedemontana, cioè cantieri e ancora cantieri. Naturalmente difendendo l’ambiente e promuovendo le forme di energia pulita. Conclusione: “Non abbiamo pregiudizi”.

Pragmatico, all’insegna cioè di un pragmatismo molto all’italiana: purché girino i soldi, senza un orizzonte, senza una morale. Lui si dice infatti senza etichette: fascista, europeista, comunista… Per quanto con i fascisti, quelli della “curva” o quelli di “casa Pound”, non abbia mai avuto timore di mostrarsi.

La svolta di Salvini si legge in queste poche frasi, insignificanti, e prima ancora nella sua pacata esposizione, nel suo solito stile banalotto/colloquiale, ma persino pacificato, privo di umoralità, rispettoso di coloro che gli furono e gli saranno ancora avversari.

Si può concedere fiducia al Salvini rabbonito? Dobbiamo credergli? Forse no. Probabilmente non va d’accordo neppure con se stesso. Recita una parte, lo si sente costretto, si comprende la sua mediocrissima misura. La diffidenza non sarebbe dunque fuori luogo. Ma non possiamo precludergli la via della conversione, per quanto gli rimangano in testa alcuni chiodi fissi. Con il ponte sullo Stretto ha toccato la ripetitività del disco rotto. Viene il sospetto che debba pagare qualche cambiale.
Ha detto bene la Bonino: “Vedere gli anti euro, nazionalisti e populisti che oggi sostengono Draghi è una soddisfazione politica non da poco”.

Per il resto lo attendiamo alla prova: al prossimo sbarco, alle prossime tasse, al prossimo taglio delle pensioni, alla prossima proposta sui diritti civili. Anche se nutro il sospetto che questioni che erano state i suoi cavalli di battaglia Salvini le voglia lasciare per il momento nel fondo del cassetto. Persino a proposito di immigrazione gli piace la legislazione europea. Ci penserà Draghi.

Sembra di tornare al passato, quando contro “Roma ladrona” la Lega delle origini rivendicava le ragioni del Nord produttivo, del Nord propulsivo degli artigiani, dei piccoli imprenditori, dopo la sbornia del “piccolo è bello”, dei padroncini fermi al casello delle autostrade a Gallarate. Qualcuno (Giorgetti ?) avrà spiegato a Salvini che agli elettori della Lega poco importa in fondo degli immigrati (braccia per l’agricoltura e per le industrie), mentre importa molto dei soldi, delle tasse, dei ristori, dei finanziamenti. Salvini, da limpido opportunista, ha raccolto il consiglio: dovrà pur trovare il modo per farsi sentire quando si distribuiranno i quattrini della perfida Europa, non può rinunciare alla partita.

Da che parte stare

Si potrà condividere il governo con Salvini? Il presidente incaricato avrebbe dovuto, subito, delimitare il campo. Non lo ha fatto e non credo lo possa adesso, visto il senso delle raccomandazioni del presidente Mattarella, viste le disponibilità, visto l’omaggio generale. Non credo neppure che a questo punto si possa fare gli schizzinosi e penso invece che ci si debba rassegnare a prendere atto della mossa (furba) di Salvini, che si è rimesso in gioco, incoerente per natura, opportunista, galleggiante a vista .

Ricorrendo al celeberrimo gioco della torre, nella desolazione dell’odierna politica, ce ne sarebbero tanti da buttar giù, Salvini e molti altri: comincerei con Renzi. Dovendo convivere, ho la speranza che la forza stia nelle idee: averne, secondo i principi che dovrebbero contraddistinguere un partito di sinistra o comunque un partito democratico e progressista, e difenderle. Stare in una coalizione di governo non significa dover cancellare i conflitti. L’importante sarebbe capire da che parte stare.