Salvini e i sovranisti, l’impossibilità di essere normali

Pareva Sordi in una delle sue più urticanti rappresentazioni degli orizzonti estremi dell’italiano medio, in una di quelle scene che feriscono per empatia tricolore anche quanti non si riconoscono in quella figura, in quei contorni fisici e psichici, in quella micragnosa bassezza che l’immenso Albertone sapeva così bene condensare.

Chi di teatro ferisce di teatro ferisce

Ma non era Sordi, e per una volta qualcuno ha piazzato il teatro di Salvini in un teatro più grande e più forte, accendendo all’improvviso altre più potenti luci. Chi di teatro ferisce di teatro perisce. Soprattutto in Polonia, sull’orlo di un conflitto globale che non ha bisogno di Wagner per scatenarsi, a pochi chilometri da una guerra di invasione decisa da Putin ai danni degli ucraini e, mai dimenticarlo, dei russi che pagheranno, anche loro, il conto. E quasi tutti risero nell’immensa platea che di ora in ora segue gli sviluppi di una tragedia. Quelle immagini rimbalzano come pallina di vecchio flipper nei social di mezzo mondo e sono già vecchie, a distanza di pochi tramonti, in fondo, dai fatti. Il sindaco di Przemysl – cittadina polacca a breve distanza dal confine ucraino, punto di passaggio di migliaia di profughi in fuga dalle bombe – che ringrazia l’Italia per gli aiuti, Salvini lì accanto che capisce ovviamente nulla mentre, conclusa la fase della riconoscenza, lo stesso sindaco mostra al gentile pubblico di fotoreporter la maglietta pro-Putin che Salvini ha a suo tempo indossato con orgoglio invitando il teatrante italiano a fare i conti con se stesso e le sue smargiassate. Come a dire: che ruolo stai interpretando qui e ora, tra quanti stanno patendo la prepotenza armata di un autocrate che fino a ieri osannavi? E Salvini che se ne va, mani in tasca, silenzioso, inseguito dalla critica implacabile di “les enfants du paradis”, di chi, in loggione, non apprezza il suo stare in scena: “Buffone”, “Pagliaccio”, “Vattene”. Càpita, a teatro, più che nella vita.

Maledetti sinistri, deve aver pensato il poveruomo, maledetta platea di sinistra, indottrinata, ostile, sempre pronta a vomitare veleno. Eppure, cosa molto nota adesso, quel sindaco era un bel destrone, sovranista e anche suprematista, farina del suo sacco, sangue del suo sangue, ossa delle sue ossa, roba di famiglia, insomma, e cioè è la destra estrema, della quale Salvini ha sempre cercato il voto, a fracassargli il beau geste d’esser volato fin lassù per mostrare la sua solidarietà alle vittime dell’invasione. Deve anche aver pensato, a mente fredda, che è un burdel oggi essere di destra, stare a destra come piace a lui, come se ne esce? Putin è di destra, quella destra, il sindaco polacco è di destra, quella destra, lui stesso è di destra, con un piede in quella destra. E son tutti uno contro l’altro, che senso ha? Qui, il racconto si fa complesso: Putin è stato messo dietro la lavagna dall’”Occidente madre di ogni menzogna”. Ma se quel sindaco “occidentale”, piazzato davanti al fronte orientale, lo vede davanti a casa sua, gli spara e intanto lui, che a Putin voleva bene al punto di indossare le magliette con il suo ritratto, va in Polonia per dire che sta con le vittime del suo sogno imperialista, ma viene sbeffeggiato dal sindaco che sparerebbe a Putin mentre certamente anche Putin non vorrà più scambiare affettuosità col leader della Lega. Che cos’è questo groviglio di relazioni se non l’immagine della destra sovranista oggi? Che cos’è se non la dimostrazione dell’impossibilità di essere “normali” in quel fronte culturale e politico?

L’Italia in un angolo

Sempre Salvini aveva avuto modo di provare l’ebrezza di questa impossibilità in occasione di quella che lui ha sempre considerato un’altra “invasione”, quella dei migranti molto spesso africani. Quante volte lo abbiamo sentito, in coda a tanti altri, invocare l’Europa, l’attivazione di un processo di armonizzazione in grado di spalmare gli esiti della grande onda su tutti i territori nazionali dell’Unione Europea? Così, si ricorderà che l’Europa ha pure provato a dirigere l’”orchestra” e anche che la prova ha procurato più dolori che soddisfazione. Cos’era successo? I paesi governati da culture sovraniste avevano fatto volare il castello dei desideri concludendo, in sostanza: non ce ne può fregare di meno di accogliere tutti i migranti previsti dal piano continentale, non li vogliamo e basta e al diavolo tutto il resto. Se l’Italia è diventata il porto principale in cui si scarica la marea, sono affari suoi. Affari di Salvini, che tuttavia era riuscito a guadagnare posizioni proprio lavorando sulla percezione italiana dello smacco venuto dai suoi fratellini olandesi, baltici, ungheresi, polacchi. Cioè, il fronte sovranista ha spezzato l’Europa, cacciato l’Italia in un angolo e insieme fornito a Salvini una buona esca per conquistarsi il primato politico nel paese più interessato dagli arrivi per mare.

E cosa rispondeva, il nostro, a chi gli obiettava che le difficoltà del Paese in materia di immigrazione erano in larga misura dovute ai suoi amici? Quelli che con lui condividevano il rifiuto sostanziale dei migranti nonché una visione delle cose del mondo colorata da ingenerosità, avidità, razzismo – più o meno velato – nonché da orgogliosa stupidità rispetto all’ineluttabilità di alcuni fondamentali processi globali? Niente, Salvini non ha mai risposto con serietà a questa obiezione, non gli pareva il caso di mettere in croce proprio la sua “famiglia”, colpevole di avergli garantito il terreno socialmente più idoneo ad essere alimentato con paura e rifiuto. Gli attrezzi politici da lui più amati. Allo stesso modo, impugnando per anni la bandiera dell’Euro-scetticismo più ipocrita, aveva osteggiato il processo di unificazione del continente assieme a madri, sorelle, fratelli di altri paesi affermando apertamente di preferire l’ombrello di Putin a quello della UE. Arrivando a vestire proprio quelle magliette che in Polonia un sindaco sovranista gli ha recentemente “sbattuto sul muso” imponendogli, all’estero, la peggiore brutta figura della sua non eccellente storia politica.

Dugin, Napoleone e Hitler

Queste vicende hanno ben dimostrato che la soluzione sovranista, con la sua rigidità, non è in grado di rispondere positivamente alle questioni globali imposte dal presente. Se ti chiudi nella difesa della totale autonomia degli Stati nazionali non capirai nulla di quel che accade e andrai certamente incontro a docce fredde, garantite proprio dalle chiusure e dalle rigidità interpretate in alcuni Paesi che ti vivono accanto e condividono proprio tutto l’armamentario ideale e politico del sovranismo. Questa “dottrina” contiene tutti gli antigeni utili a far crollare ogni ipotesi di un nuovo ordine ma prima ancora ogni realtà statuale esistente. Il sovranismo, epigono del nazionalismo, è il peggior nemico dello stesso sovranismo, contiene la sua origine e la sua fine, fa tutto da solo. Quella maglietta sventagliata davanti ai cronisti in un piccolo comune polacco è la dimostrazione abbastanza tragica di questa ineluttabile capacità, perché ogni confine nazionale descrive il nemico possibile prima ancora di delimitarlo.

Se vuoi provare ad uscire dal circolo vizioso in cui questa pratica ideologica ti caccia, devi provare a pensare come fa da tempo Alexandr Dugin, immaginando piattaforme ultra-continentali come sorgenti di un nuovo potere all’altezza, come si dice alla noia, “delle sfide” imposte dai nostri tempi. Ma c’era già passato Napoleone, aveva tentato Hitler, sempre a ferro e fuoco e fiumi di sangue, per poi fallire miseramente. Un sogno sempre agganciato a un asse portante nazionale, francese, tedesco e ora, con Dugin, russo. Questa destra è il cancro d’Europa e del mondo, troppo stupida per essere vera.