Salvini e Casarini:
sulla Mare Jonio due modi per violare la legge

Da più parti si è già insistito, con toni e valutazioni differenti, nel sottolineare l’emblematica contestualità fra due casi giudiziari riguardanti la stessa problematica. Pressochè nelle stesse ore in cui il Senato negava l’autorizzazione a procedere contro Matteo Salvini, riconoscendo dunque il prevalente interesse nazionale come giustificazione del comportamento del ministro, la Procura di Agrigento iscriveva nel registro degli indagati il capitano e il capo missione della nave che aveva tratto in salvo cinquanta migranti in imminente pericolo di vita.

In apparenza, come hanno sottolineato numerosi commentatori, ci troveremmo in presenza di due comportamenti opposti, più ancora che differenti. Da un lato, dal lato del titolare degli Interni, vi sarebbe una condotta ispirata dalla dichiarata volontà di respingere i naufraghi, mentre il movente dell’iniziativa assunta dalla Mare Jonio corrisponderebbe ad una disposizione all’accoglienza.

E la sorte diversa dei protagonisti – assolto Salvini, indagato Casarini – starebbe a testimoniare una disparità di trattamento scandalosa e infine inaccettabile, visto che ad essere premiata sarebbe la chiusura ad ogni atteggiamento umanitario.

Non è così. Il caso della Diciotti e quello della Mare Ionio, Salvini e Casarini, “dicono” la stessa cosa. Evidenziano un dato non proprio nuovissimo, ma certamente solo ora emergente in tutta la sua radicalità. Sono indizi – per dirla in estrema sintesi – dell’ormai compiuta instaurazione di uno stato di eccezione che ha sospeso e messo tra parentesi i cardini sui quali è costruita la costituzione formale del nostro paese.

Per perseguire le loro finalità politiche, per realizzare coerentemente una complessiva strategia (nell’un caso, il respingimento, nell’altro, l’accoglienza) Salvini e Casarini hanno dovuto violare la legge. Hanno dovuto procedere contrapponendo implicitamente alla cornice formale della legge fondamentale dello Stato iniziative e procedure che trovano la loro ragion d’essere nella costituzione materiale, vale a dire nell’insieme di prassi che si sono ormai affermate al di fuori dell’ambito circoscritto della legalità.

Tutto ciò risulta ancora più chiaro se si confronta la condotta dei due principali attori di questa fase politica con la totale inerzia delle sedi istituzionali, in particolare con l’assoluta marginalità del Parlamento e dei titolari di altri dicasteri. Per fare politica, per differenziarsi dall’irrilevanza a cui sono condannati gli attori e i luoghi di una democrazia rappresentativa sempre più agonizzante, Salvini e Casarini hanno agito al di fuori dei limiti che sarebbero imposti dalle regole formali.

Di qui un’ulteriore – e significativa – tappa in un processo in corso da tempo, quale è la tendenza alla istituzionalizzazione dello stato di eccezione. La strada è ormai spalancata davanti a noi: d’ora innanzi, se si vorrà fare politica – ma politica come capacità di assumere decisioni significative, e non come chiacchiericcio inconcludente – si potrà agire solo approfondendo il solco già tracciato. Siamo ormai prossimi al capolinea della democrazia rappresentativa, almeno nella forma con la quale essa si è storicamente costituita e sviluppata fino a qualche decennio fa.