Salvini sovranista
a Budapest
“europeista” a Roma

Di governo a Roma, di lotta a Budapest. Matteo Salvini l’aveva detto e lo ha fatto: per un giorno s’è spogliato dei panni del neofita europeista, ha riscoperto il brivido del sovranismo duro e puro ed è volato a Budapest a concordare con Viktor Orbán e il premier polacco Mateusz Morawiecki la strategia comune per distruggere l’Europa così com’è e fondarne il Rinascimento (dicono loro, con un termine che evidentemente va di moda di questi tempi) sui “valori della lotta al comunismo, dell’identità contro l’islam e della famiglia tradizionale”.

Fuori Giorgetti, dentro Fontana

Prima di partire il capo della Lega ha tolto l’incarico di responsabile degli esteri a Giancarlo Giorgetti, il missionario paziente che lo convertì alla religione di Bruxelles e che tutti considerano (consideravano?) lo stratega del nuovo corso leghista, per promuovere al suo posto Lorenzo Fontana, l’indimenticabile ministro della Famiglia  che prima di scoprire la politica internazionale e spostarsi al ministero dei Rapporti con l’Europa tuonava contro le coppie gay e organizzava conferenze con i più tetri fondamentalisti misogini del mondo. Un cambio della guardia che vale come una dichiarazione politica: Giorgetti era il mentore dell’avvicinamento della Lega al PPE, anzi: più che dell’avvicinamento di un matrimonio (civile?) dei leghisti con i popolari. Fontana la pensa in tutt’altro modo: con i “valori” di cui sopra i democristiani di oggi non hanno nulla a che vedere. È la destra, la destra “vera”, che deve comandare l’Europa. I popolari si accoderanno se vogliono.

Di che cosa hanno parlato i tre rifondatori dell’Europa prima di offrirsi ai fotografi e alle telecamere sulla terrazza del Bastione dei Pescatori è presto detto. Accanto alla statua di Re Stefano, che unificò il regno magiaro ed è l’unico santo che unisce nella devozione i cattolici e gli ortodossi, hanno spiegato che progettano di riunire i diversi sovranisti che gli elettori europei nelle ultime consultazioni hanno fatto arrivare al parlamento europeo in un unico gruppo. I sovranisti eletti, nelle loro varie sfumature nazionali e in una tavolozza di colori ideologici che vanno dagli ultranazionalisti agli iperregionalisti secessionisti ai suprematisti etnici ai razzisti senza remore ai fondamentalisti cristiani agli anti-islamici agli antistatalisti che non vogliono le tasse, sono meno di quanti Salvini e i suoi soci avevano sperato e i profeti di sventura della sinistra e del centro paventato alla vigilia delle elezioni di due anni fa, ma comunque un bel gruzzoletto di seggi che, se messi tutti insieme sotto lo stesso tetto, potrebbero arrivare a sorpassare, sia pur d’un soffio, i socialisti & democratici e costituire, così, il secondo gruppo, per numero di deputati, dell’assemblea.

OPA ostile

La forza di questo supergruppo nelle intenzioni dei promotori sarebbe tale non tanto da pensare di scalzare il PPE alle prossime elezioni del 2024 (questo l’ha azzardato solo Salvini travolto come gli capita dalla sua propria demagogia), ma abbastanza per condizionare i popolari nella politica delle alleanze. Abbandonati i socialisti e magari anche i liberali con i quali formano l’attuale maggioranza parlamentare, i popolari dovrebbero fare blocco con le destre in un centro-destra sul modello italiano, con le truppe democristiane inchiodate sul ruolo che da noi spetta a Berlusconi e ai suoi (i quali, peraltro, già costituiscono una specie di quinta colonna nel PPE di adesso).  Più che una proposta di alleanza, quello che hanno in testa Orbán, Morawiecki e Salvini ha l’aria d’essere un’OPA ostile.

L’allontanamento di Giorgetti, a questo punto, appare come la plastica dimostrazione dell’abbandono dell’altra ipotesi su cui lui e l’ala più governativa della Lega stava lavorando da tempo: un avvicinamento progressivo al PPE al termine del quale ci sarebbe stato un ingresso nelle sue file con il pieno sdoganamento europeo del partito che in tempi che sembrano lontanissimi fu di Bossi e di Gianfranco Miglio con i loro sogni di secessione dal Mezzogiorno d’Italia di una Padania che avrebbe dovuto pienamente integrarsi con i ricchi vicini del Centro Europa.

Il rovesciamento dell’assetto politico dell’Europa non è un’impresa facile, però. Si è scritto abbondantemente, anche su strisciarossa (https://www.strisciarossa.it/orban-salvini-e-il-richiamo-dellistinto-sovranista/) sulle difficoltà, le pastoie ideologiche e le gelosie che l’operazione Grande Destra in Europa pare destinata ad incontrare e che possono essere alla grossa riassunte tutte sotto una contraddizione generale e irresolubile: i nazionalismi sono per loro natura incompatibili con le alleanze. Se il tuo credo è “prima i miei” non puoi coerentemente accettare che altri ritengano che i “miei” sono altri…L’idea di mettere d’accordo tutti è un vaste programme, avrebbe detto il generale De Gaulle: una buona intenzione destinata a rimanere tale.

Il gelo di Giorgia Meloni

Più modestamente, e forse più utilmente, sarà il caso, allora, di considerare gli effetti che il rigurgito neosovranista salvinesco avrà sulla politica italiana. Il primo riguarda i rapporti all’interno dello schieramento di destra. Le parole con cui Giorgia Meloni ha commentato l’incontro di Budapest riflettevano il gelo con cui la leader di Fratelli d’Italia ha accolto l’ipotesi di veder sciogliere il gruppo dei Conservatori e Riformisti europei nel quale al parlamento europeo occupa uno spazio di tutto rispetto per mettersi sotto il cappello di un gruppone guidato da Orbán e da Salvini che in Italia è il suo quasi unico concorrente. Lo star della Lega mezzo fuori e mezzo dentro il governo può garantire a chi sta fuori punto e basta una certa rendita di consensi da parte dei più scontenti, ma alla lunga per due galli sovranisti nello stesso pollaio non c’è spazio.

La terza gamba del centro-destra italiano, Berlusconi & co., con la formazione di un polo tutto alla destra vedrebbe dissolversi la speranza che aveva di raggiungere, con l’arrivo dei leghisti, una massa critica all’interno del PPE che sottraesse i deputati di Forza Italia allo stato di sorvegliati speciali cui sono sottoposti dalle componenti più sensibili ai valori sociali del solidarismo cristiano. Un isolamento che è diventato più evidente da quando l’amico (di Berlusconi) Orbán ha rotto gli indugi e ha ritirato i suoi deputati di Fidesz dal gruppo prima che li cacciassero.

E poi c’è il governo. Mario Draghi, finora, ha mostrato una certa sovrana indifferenza (talvolta anche troppa) alle sortite di lotta del Salvini di governo. Ma quando si dovesse arrivare a decisioni importanti in materia di misure anti-epidemia o, ancor di più, utilizzo dei fondi del Recovery Plan e l’alleato riottoso facesse combutta con i suoi amici del gruppo di Visegrád contro la linea della Commissione di Bruxelles, lo scontro sarebbe inevitabile