Salvini al bivio: schiacciato tra il governo Draghi Meloni

Da quando si è costituito il governo Draghi, con l’istinto dell’animale ferito, Salvini ha capito che la campana suonava sì per Conte o Gualtieri ma certi rintocchi fastidiosi erano destinati soprattutto a lui. A un partito che è diventato nazionale adottando contro i migranti e l’euro i simboli della destra radicale, risultava più difficile conservare il sostegno dell’altra sua componente, quella micro-imprenditoriale non certo indifferente alla destinazione dei soldi europei.

La “doppiezza” salviniana

Tenere insieme il voto centro-meridionale attratto dai muscoli del capitano che chiude i porti e il consenso del profondo nord sedotto dal comune-azienda edificato dalla Lega a protezione di micro-interessi è una impresa difficile. Salvini crede di risolvere i suoi guai, che evocano l’urto tra valori (etno-sovranismo) e interessi (nano-capitalistici ristretti), con la classica operazione di convivere con la doppiezza. Stare con un piede nel governo per contrattare, assorbire fondi per i territori e con l’altro continuare nell’esercizio della propaganda antisistema è la scorciatoia che egli prende sperando nel logoramento di Draghi.

Il suo assillo è il termometro dei sondaggi che registrano una continua ascesa di Meloni. L’incubo di un sorpasso lo tormenta e il suo stare in maggioranza, se soddisfa la Lega degli interessi, mina la connessione sentimentale con le periferie. I due mondi che Salvini teneva insieme con le battaglie navali ora entrano in frizione e il rischio di una erosione nelle aree centro-meridionali è tangibile. Poiché né lui, né Meloni (come del resto il M5S o il Pd) gode di un vero insediamento territoriale-sociale, la battaglia per il consenso (o meglio il gradimento) si gioca sulla frontiera della visibilità mediatica.

L’impotenza del Pd

Per questo il linguaggio predilige la provocazione, il tono degli interventi insegue l’esagerazione. Le sparate del capitano sono così grossolane che pongono in imbarazzo il centrosinistra. La evocazione di una operazione di delimitazione della maggioranza, che escluda il sovranista sempre arrabbiato con il mondo, è però una minaccia di mordere che viene da chi si ritrova senza denti. L’impotenza degli “alleati” nel contenere la furia salviniana regala al capitano un doppio vantaggio.

Il primo è la vittoria dell’operazione smontaggio dell’immagine di “super-Mario” attraverso continue provocazione che ne cercano di rivelare le debolezze umane, molto umane che lo inducono, come ogni politico, alla mediazione, al rinvio. Il secondo vantaggio sta nel tramutare la sua contraddizione (competizione intra-coalizionale con Meloni che comunque non restringe i consensi alla destra) in una contraddizione del campo avversario incapace di fare politica e alla ricerca con Letta di una poetica della coalizione (“Elly, io vorrei che tu Giuseppe ed io”).

Letta, l’amore, l’empatia

Nelle sue uscite Letta nipote sembra Letta zio, e vaga nelle Agorà alle prese con il sogno berlusconiano del partito dell’amore (“Dobbiamo costruire una coalizione a partire dall’empatia tra di noi, una coalizione di persone che si stimano e si vogliono bene”) che sempre sconfigge l’odio, l’invidia. Uno così impolitico, se non lo avessero chiamato da Parigi i suoi avversari, Salvini avrebbe dovuto inventarselo lui stesso come regista del campo nemico. Con il cacciavite e la poesia non si va molto lontani.
Per fortuna che alla guida del governo c’è una personalità come Draghi che probabilmente risparmierà questo grottesco bipolarismo tra gli inviti di Letta al trionfo dell’amore e dell’empatia (“vorrei che ci prendessimo per mano, penso che la gente percepirebbe che siamo tre persone che si stimano a vicenda, che vogliono costruire insieme qualcosa per il futuro”) e l’inno di Salvini all’odio, in ogni occasione urlato contro l’universo.

È difficile che il capitano si sfili dal governo, anche quando i fondi europei saranno stati spartiti resterà in maggioranza. Se scegliesse la via di fuga inguaierebbe il Pd (che si è promesso a Conte che oltre destra e sinistra continua a rivendicare la sua azione di governo gialloverde: “Non è mai successo che con un mio governo i porti siano rimasti chiusi, alla fine sono sbarcati tutti anche se dopo qualche giorno”), ma creerebbe problemi seri anche alla destra perché, lasciando Draghi agli avversari, si creerebbe di fatto quella coalizione alternativa al sovranismo che Letta, catturato dal miraggio della “empatia”, del vogliamoci bene, dell’amore, è al momento incapace di progettare.