Salario minimo: la UE traccia la strada, ma in Italia siamo ai primi passi

Un’altra questione, oltre al Reddito di Cittadinanza, sta tenendo ferocemente banco nelle ultime settimane: la questione salariale e, per l’appunto, il salario minimo. Quasi come un fulmine a ciel sereno, infatti, il 7 giugno, l’EMPL (commissione del Parlamento Europeo per le Politiche Sociali e l’Occupazione) ha annunciato il raggiungimento di un accordo di importanza storica: la Direttiva EU sul salario minimo. La notizia, seguita dalle festanti e roboanti dichiarazioni di buona parte delle figure chiavi dell’Eurozona, con la Presidente della Commissione Von der Leyen in testa, sigla sia il raggiungimento di un obiettivo esplicitamente indicato dall’Art. 6 del Pilastro Europeo dei Diritti Sociali , nonché la conclusione di un percorso iniziato nel 2020, e che andrà ad impattare profondamente nella vita economica e nell’economia reale dei cittadini dell’Unione, migliorandone gli standard di vita. Inoltre, rappresenta una questione molto calda e importante in Italia, essendo il nostro paese uno dei pochi membri dell’EU27 a non possedere una disciplina in materia.

Appare tuttavia necessario andare a verificare effettivamente quali sono le potenzialità di questo intervento, verificando in modo equilibrato quelli che possono essere i miglioramenti e opportunità introdotte, nonché i limiti.

Tre obiettivi della Direttiva

Prima di addentrarsi occorre innanzitutto definire quello che è un presupposto di natura tecnica, al fine di essere chiari per chi è più a digiuno di nozioni di diritto comunitario, specificando cosa sia una direttiva: questa è “un atto legislativo che stabilisce un obiettivo che tutti i paesi dell’UE devono realizzare. Tuttavia, spetta ai singoli paesi definire attraverso disposizioni nazionali come tali obiettivi vadano raggiunti”. Posta tale premessa possiamo quindi inserirci nel merito di questo intervento europeo, il quale si sintetizza in diversi punti chiave:

1) Definire un quadro o perimetro per la definizione e l’aggiustamento delle retribuzioni minime obbligatorie, con gli stati membri che devono porre in essere un quadro di governance per svolgere tali attività. Queste dovranno considerare molteplici fattori, come il costo della vita e il potere d’acquisto, ma anche la distribuzione dei salari e la produttività sino a determinare dei valori di riferimento per valutare i salari e istituire organi collettivi in cui far confrontare le parti sociali.

2) Promuovere e facilitare la contrattazione collettiva sui salari.

3) Conseguire un miglioramento del monitoraggio e dell’applicazione del salario minimo con gli Stati, i quali dovranno raccogliere dati su copertura e adeguatezza dello stesso.

Alla luce di questi punti è possibile proporre alcune osservazioni. In primo luogo vediamo come non si tratti di un’introduzione del salario minimo “tout court”, bensì l’obiettivo è quello di conformarsi a quelli che sono i nuovi canoni per i paesi che già dispongono dello strumento, il cui ammontare dovrà essere pari ad almeno il 60% di quello che è il salario medio, oppure fare ricorso alla contrattazione collettiva incentivandone l’adozione in quanto capace di rispondere al meglio a tali esigenze di regolamentazione e disciplina, stimolando al medesimo tempo il dialogo fra le forze sociali. Oltre ciò i salari, nel seguire quello che è il costo della vita, rimarcando quindi il legame “de facto” con l’inflazione, acquisiscono un comportamento di adattamento e aggiustamento tipico di una vecchia conoscenza italiana: la scala mobile, la cui nuova denominazione è “automatic indexization”. Assieme ai già citati interventi si fa largo la richiesta di una più rigida struttura di controllo volta a verificare il rispetto e la corretta applicazione dei contratti nazionali di lavoro, la quale potrebbe ovviare al problema della divergenza fra mansioni e inquadramenti che spesso si osserva in varie attività produttive, volte a praticare un “dumping sotterraneo” sui salari.

Punti di forza e debolezze

Si denotano dunque vari punti di forza, che possono riflettersi unicamente in giudizi positivi, portando dunque al tanto ricercato miglioramento della qualità salariale e occupazionale, considerando anche la buona leva negoziale che questa permetterebbe di ottenere in sede di rinnovo dei contratti. Tuttavia, però possiede criticità che rischiano di annacquare e attenuare i propositi che si è proposto di raggiungere, in modo pesante. Come precisato poc’anzi non si tratta di salario minimo,  bensì di una regolamentazione volta a correggere strumenti già adottati negli ordinamenti nazionali, o comunque rintraccia una soluzione nell’adozione dello strumento della contrattazione collettiva. Ciò esclude, di conseguenza, i cosiddetti “working poors”, colori i quali sono occupati in settori o attività al di fuori di quella che è la contrattazione e, come ci evidenzia il giuslavorista Del Conte , corrispondono a circa 4,6 milioni di dipendenti solo in Italia. Tale problematica impedisce di andare quindi ad incidere su un problema endemico e strutturale della forza lavoro, portando alla creazione di ulteriori divari e discriminazioni fra “lavoro tutelato” e “lavoro non tutelato” a livello salariale, riflettendosi anche in altri fenomeni come i “contratti pirata” che sono alcuni contratti collettivi sottoscritti da sindacati minoritari e associazioni imprenditoriali, poco rappresentativi delle parti sociali, con l’obiettivo di costituire un’alternativa a quelli nazionali. Inoltre, non va dimenticato che, in virtù delle specificità delle singole nazioni, l’UE ha lasciato libertà di disciplina per il recepimento, permettendo dunque possibili attenuazioni dell’intervento, riducendone quindi gli impatti e l’efficacia. A livello nazionale si possono già osservare i primi aspri contrasti all’interno dell’esecutivo Draghi. Contrasti che potrebbero far tardare o comunque portare al ribasso quelle che sono le condizioni di adeguamento ai principi che la Commissione ha previsto. Come ha precisato il sottosegretario Amendola “Sta solo a noi recepirlo al meglio” ( https://www.ilfattoquotidiano.it/2022/06/07/salario-minimo-raggiunto-laccordo-sulla-direttiva-ue-promuovera-condizioni-di-lavoro-dignitose-per-i-dipendenti-europei/6617968/ ).

In conclusione, l’azione comunitaria rappresenta certamente un grande passo in avanti, in grado di fornire, anche se solo molto parzialmente, un palliativo a bassi salari e concorrenza sulle retribuzioni. Tale intervento isolato non potrà permettere di risolvere molti dei problemi strutturali della povertà, delle disuguaglianze e di un mondo del lavoro in uno stato di quasi metastasi. Non è altro che solo il principio di quello che si spera sia un percorso capace di coniugare la dignità del lavoro e dello stipendio, segnando l’alba di una tanto agognata controffensiva per i lavoratori e per i loro diritti.