Russia-Ucraina, la guerra delle propagande e l’esempio della Finlandia

Alle 8 di sera del 31 agosto 1939 un manipolo di soldati del Terzo Reich travestiti da polacchi assaltò la stazione radio della città di Gleiwitz (oggi Glewice) nella Slesia tedesca. Le armi erano caricate a salve ed era tutto finto, eccetto un certo numero di cadaveri di prigionieri slavi che le SS avevano prelevato dai campi di concentramento e ucciso per dare un tocco di macabro realismo alla messinscena. L’incidente di Gleiwitz era stato inscenato da Hitler per attribuire ai polacchi l’inizio delle ostilità della seconda guerra mondiale, che per i libri di storia cominciò, com’è noto, la mattina del giorno dopo, il 1° settembre.

Il consigliere per la sicurezza nazionale USA Jake Sullivan ieri ha avanzato il sospetto che i russi stiano preparando qualcosa di simile nel Donbass: un assalto di militari travestiti da ucraini contro una base degli indipendentisti russofoni che servirebbe come pretesto a Mosca per ordinare un attraversamento in forze della frontiera tra i due paesi. E via con l’invasione dell’Ucraina, proprio come i tedeschi invasero la Polonia.

Jake Sullivan

Lo scenario della provocazione era stato disegnato già il giorno precedente da “fonti dell’intelligence” che lo avrebbero desunto dall’intercettazione di un colloquio tra due generali russi. Alcuni osservatori particolarmente smaliziati e inclini a non fidarsi troppo dell’intelligenza dell’intelligence che l’inizio dell’invasione russa l’ha data per certa già per tre date diverse (metà gennaio, inizio di febbraio, fine delle Olimpiadi di Pechino) hanno adombrato il sospetto di una finta su una finta: i generali, sapendo di essere spiati, avrebbero voluto far sapere agli ucraini che i russi non sarebbero caduti in una trappola simile preparata, eventualmente, ai loro danni.

Invasione russa

Machiavellico, no? La guerra delle propagande è già scoppiata da un pezzo intorno alla crisi ucraina e anche con qualche effetto paradossale. Quello, per esempio, per cui da molti giorni a pregare tutti di non agitarsi troppo a soffiare sul fuoco e a relativizzare i pericoli che incombono su Kiev è proprio colui che dovrebbe preoccuparsene di più: il presidente dell’Ucraina Volodymyr Oleksandrovyč Zelens’kyj. Il fatto è che l’allarme su una possibile, anzi “sicura”, anzi “imminente” invasione russa, alimentato da fuori, sta provocando danni seri all’economia del paese. Gli stranieri scappano via, anche gli imprenditori se ne vanno e i progetti di investimenti vengono congelati, i risparmiatori corrono a svuotare i conti, le ambasciate mandano a casa i dipendenti, le compagnie aeree dirottano altrove i loro voli: la KLM li ha annullati tutti e probabilmente altrettanto faranno le altre. Già più volte il presidente e qualche ministro del governo hanno cercato di smentire le voci più allarmistiche e detto e ripetuto che non ci sono segnali di una guerra imminente. Ma questo è costato a Zelens’kyj l’ostilità dei politici più radicali, che cominciano ad accusarlo di troppa debolezza se non d’intelligenza con il nemico di Mosca: preludio di una ripresa delle violente contrapposizioni politiche che hanno già squassato il paese e che rischiano di minarne ancor di più la già precarissima stabilità.

Volodomyr Zelens’kyj

Ieri Zelens’kyj ha parlato al telefono con il presidente americano che lo ha informato del sostanziale nulla di fatto uscito dal colloquio che lo stesso Biden aveva avuto il giorno prima con Vladimir Putin. I due, in sostanza, hanno dovuto fare solo il punto sull’ impasse in cui è finito tutto il lavorìo diplomatico degli ultimi giorni, ridimensionando anche gli spiragli di dialogo che sembravano essersi aperti dopo il lungo tête-à-tête di Mosca tra Macron e Putin. Che erano in sostanza una possibile de-escalation delle forze schierate sul campo dai russi e un’altrettanto possibile resurrezione degli accordi di Minsk sull’autonomia amministrativa delle province russofone in cambio della fine delle pressioni e delle ingerenze militari russe. Un dialogo da ricostruire nell’ambito del cosiddetto “formato Normandia” (Washington, Mosca, Parigi, Berlino più Kiev) oppure nella cornice dell’OSCE, l’organizzazione per la sicurezza e la cooperazione in Europa.

Tre città sotto tiro

Un colpo al ruolo di quest’ultima è venuto ieri dalla decisione degli americani e dei britannici di ritirare i loro osservatori dalla missione che, almeno in teoria, dovrebbe vigilare sul rispetto del cessate-il-fuoco stabilito in premessa proprio del protocollo di Minsk. Ma le ragioni del pessimismo c’erano già tutte fin dal momento che, a parole ma soprattutto nei fatti, Mosca smentendo l’ottimismo del presidente francese ha mostrato di non avere alcuna intenzione, almeno per il momento, di de-escalare alcunché. Le forze schierate sul campo continuano ad aumentare: ai 140 mila uomini schierati con mezzi di terra, aerei e batterie missilistiche lungo tutta la frontiera diretta tra Russia e Ucraina si sono aggiunti i 30 mila soldati inviati in Bielorussia per una esercitazione che il portavoce del Cremlino ha assicurato che terminerà, con il ritiro delle truppe, il 20 febbraio ma che per il momento preoccupa non solo Kiev, ma anche Varsavia, che si trova a meno di duecento chilometri da Brest, centro operativo dell’esercitazione. Inoltre, cosa che viene giudicata particolarmente allarmante dai comandi della NATO, molte unità della flotta russa incrociano davanti alla costa ucraina sul Mar Nero, minacciosamente visibili, quasi fossero pronte a un blocco navale, davanti al porto di Odessa. Considerato anche il piccolo, ma ben armato, distaccamento di soldati russi nel territorio della Transnistria, la provincia russofona secessionista dalla Moldova, l’Ucraina è sotto minaccia da est, da nord, da sud e da sudovest e tutte e tre le città più importanti dopo Kiev, Karchiv, Odessa e Leopoli, si trovano, a nordest e a sudovest e a ovest, a poche ore d’auto (o di carro armato) dagli avamposti russi e sotto il tiro dell’artiglieria.

Come se non bastasse, un ulteriore elemento di tensione si starebbe rinfocolando in Crimea, giacché gli ucraini avrebbero interrotto l’acquedotto che raggiunge la penisola da Cherson, alle foci del Dniepr, e i russi starebbero meditando un’incursione per ripristinare l’approvvigionamento. Secondo quanto sostiene un singolare personaggio, presentato dalla trasmissione di Lucia Annunziata di Rai Tre come “l’ambasciatore di Odessa in Italia”, le autorità della città sul Mar Nero sarebbero seriamente preoccupate per una possibile occupazione da parte russa. Preoccupazioni che si rifarebbero a certe suggestioni storiche che hanno corso negli ambienti nazionalisti russi sui “diritti” di Mosca sulla regione della Noworossjia, l’area prospiciente il Mar Nero strappata all’impero ottomano nel XVIII secolo. Senza contare quelle richiamate dalla stessa città di Odessa, in cui ancor oggi la lingua più parlata è il russo, e simbolo nazionale della rivoluzione antizarista del 1905.

Basterebbero queste considerazioni a mostrare quanto sia necessario che se Mosca vuole percorrere la strada del negoziato cominci effettivamente a ridurre la pressione militare. La potenza di fuoco messa in campo è molto pericolosa perché un incidente è sempre possibile, anche se non necessariamente frutto di una provocazione deliberata come quello di Gleiwitz, e di per sé non ha alcun senso se non quello di allontanare la possibilità di una soluzione negoziata del problema che assilla Putin (e che assillerebbe qualsiasi altro dirigente russo anche più democratico e meno revanscista dell’antico impero russo/sovietico): il riconoscimento del diritto alla sicurezza della Russia e lo stop al continuo allargamento della NATO verso est.

Quattro scenari possibili

Se si riconosce che questo è l’obiettivo del Cremlino, bisogna confrontarsi con gli scenari possibili del prossimo futuro. Il primo è che, perché lo ha programmato fin dall’inizio (come sembrano pensare molti americani, e forse anche il presidente) o perché trascinato dalla forza stessa del meccanismo messo in moto, Putin provi ad invadere l’Ucraina per annetterla o insediare a Kiev un suo fantoccio contando sul fatto che l’occidente non reagirebbe con la guerra. Le conseguenze per la Russia sarebbero devastanti. Non solo sul piano dei rapporti con il resto del mondo, ma anche sul piano interno. A mettere in ginocchio l’economia basterebbero, oltre a tutte le altre sanzioni, il blocco dell’export di gas e petrolio che copre più del 30% delle entrate russe. Bisognerebbe mettere nel conto, poi, non solo l’ostilità e la resistenza attiva degli ucraini, specie nell’ovest del paese, ma anche il dissenso di buona parte dell’opinione pubblica interna. Anche chi esecra il potere autocratico e il cinismo di potere dello “zar del Cremlino” ha qualche ragione per dubitare che si voglia davvero, deliberatamente, imbarcare in un’avventura tanto pericolosa.

Il secondo scenario è un’invasione limitata, un affondo nel territorio solo per dimostrare che Mosca ha la forza dalla sua, contando sulle divisioni che si manifesterebbero in occidente su come reagire.

Il terzo è il mantenimento della situazione attuale: una pressione, magari un po’ meno clamorosa di quella attuale, con la continuazione degli appoggi “sotterranei” alla ribellione nelle province del Donbass con lo scopo di logorare la tenuta del potere di Kiev.

Il quarto scenario è quello verso il quale gli occidentali dovrebbero cercare di forzare la volontà di Putin: la ripresa del negoziato diretto sulla base sugli accordi di Minsk e la rinuncia da parte del russo ad ottenere un impegno formale di Washington e della NATO su un “divieto” all’entrata dell’alleanza occidentale dell’Ucraina in cambio però di qualche garanzia che questa entrata non verrà mai sollecitata dalla NATO stessa. Un impegno che a Washington e ai suoi alleati non costerebbe più di tanto considerato il fatto che l’alleanza non accetta candidature di paesi che abbiano problemi di stabilità interni e che comunque per l’ammissione sarebbe necessaria l’unanimità, bastando il veto anche di un solo paese ad impedirla. A questo proposito va ricordato che questa circostanza si è già data: al vertice NATO del 2008 a Bucarest l’invito ad entrare all’Ucraina e alla Georgia proposto dagli americani fu bloccato dal veto di tedeschi, francesi e italiani, allora evidentemente più attenti alle ragioni soggettive della sicurezza russa di quanto lo siano, ufficialmente, oggi.

Washington e gli europei dell’Unione dovrebbero poi separare nettamente gli ambiti dell’alleanza militare da quelli delle istituzioni comunitarie. Uno dei problemi più grandi alla base dei rapporti tra la Russia (chiunque la governi) e l’occidente è la confusione che si fa tra i due piani. Una confusione cui proprio la Commissione europea a suo tempo dette colpevolmente un contribuito accettando il principio voluto dall’amministrazione americana secondo cui i paesi che aderivano all’Unione europea dovevano essere membri o candidati membri della NATO. Ciò ha contribuito anche a rafforzare un’ostilità della nomenklatura di Mosca verso l’Europa di Bruxelles che molto probabilmente non è affatto condivisa dall’opinione pubblica russa, specialmente dai giovani, ma è piuttosto fondata su basi ideologicamente contrarie ai princìpi di libertà e di rispetto dei diritti fondamentali che costituiscono la ragione politica dell’Europa.

Se cadesse il pregiudizio ideologico, non ci sarebbe motivo per cui la Russia dovrebbe essere ostile all’adesione dell’Ucraina all’Unione europea (come lo fu invece ferocemente). Ne trarrebbe anche indubbi benefici economici e commerciali.

In questi giorni tutti paiono averlo dimenticato, ma ai confini della Russia c’è un paese che è membro dell’Unione europea pur essendo neutrale. L’Ucraina non potrebbe essere come la Finlandia?