Russia, ex Jugoslavia, Palestina: cosa non possiamo accettare

Le università di 16 Paesi europei – innanzitutto britanniche, tedesche e francesi – vanno bloccando la collaborazione con le università russe. Se può consolare il fatto che l’Italia non sia nell’elenco malgrado anche da noi non manchino cretini russofobi, dovrebbe però allarmare che atteggiamenti di questo genere si diffondano in Europa senza provocare rivolte, innanzitutto tra gli addetti ai lavori. Il boicottaggio riguarda soprattutto i fondi per i progetti di ricerca scientifica (il governo tedesco, per esempio, ha sospeso tutti i progetti “collegati allo stato russo o a collaboratori istituzionali di quello”) e altre forme di collaborazione. Unito all’impossibilità di accedere a portali accademici occidentali, colpisce indiscriminatamente anche gli avversari del regime. L’occasione o il pretesto per l’ingresso in guerra delle università è stato un manifesto pro – ‘operazione speciale’ dell’associazione dei rettori russi.

L’assurdo divieto di collaborare con le università russe

Solo il fatto che finora l’abbia firmato soltanto la metà o poco più dei rettori dovrebbe suggerire che, condannando all’isolamento un settore di intellighenzia dove l’opposizione è forte. stiamo aiutando Putin. Possibile che le università italiane in merito non abbiano nulla da dire? A esprimersi non dovrebbero essere solo accademici di qualità schierati, a mio avviso sbagliando, contro l’invio di armi all’Ucraina (i Montanari, i De Masi) ma anche e soprattutto gli altri, innanzitutto quanti ritengono che in questa guerra siano in gioco valori irrinunciabili dello stato di diritto liberale. Rifiutare rapporti con scienziati (o artisti) solo perché incolpevoli sudditi di un regime impegnato in una guerra d’aggressione non pare esattamente consono al rispetto delle libertà individuali e della libera ricerca scientifica.

In genere motivato da ‘motivi di sicurezza’ il boicottaggio pare destinato a colpire, sia pure assai meno di altri scienziati, anche gli storici russi, non pochi dei quali probabilmente disprezzano la storia ‘imperiale’ sulla quale Putin fonda l’idea del Russkij Mir. Ma fossero pure quegli studiosi in parte contrari alle idee prevalenti in Europa, sarebbe importanti ascoltarli, innanzitutto perché fare storia significa misurarsi con varie interpretazioni, e scuole di interpretazioni. Se viene meno questa dialettica, si spalancano le porte ad una storia ad uso e consumo della propaganda, quale peraltro oggi fiorisce soprattutto (ma non solo) nel fronte ‘neutralista’. Una storia fai-da-te costruita da opinionisti e politici secondo convenienza. Col rischio che quella storia da talk-show diventi la memoria collettiva del nostro tempo, un Grande fratello non contrastabile perché installato nel nostro cervello. Esito tutt’altro che impossibile, come lascia sospettare anche il modo omissivo col quale i media hanno raccontato l’assassinio di Shireen Abu Akleh, la giornalista di al Jazeera uccisa con ogni probabilità da un cecchino israeliano nei Territori occupati.

Quando Bush scoraggiò l’indipendenza delle Repubbliche ex sovietiche

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President George W. Bush. Photo by Eric Draper, White House.

Una delle verità di fede recitate in questi giorni dall’ampio fronte ‘neutralista’ vuole che dalla fine della Guerra fredda al conflitto in corso gli Stati Uniti abbiano tramato per estendere la propria egemonia sui territori dell’ex blocco comunista. L’aspetto più bizzarro di questa versione è che proprio un presidente degli Stati Uniti, George Bush senior, si giocò una quota significativa di consensi per scoraggiare le indipendenze delle Repubbliche ex sovietiche. Valga in proposito il veemente discorso rivolto al soviet ucraino (Kiev, 1 agosto 1991). Fu una vera e propria ingerenza, dato che da lì a tre settimane il soviet avrebbe dovuto decidere sull’indipendenza (che proclamò). Contro il parere di notabili della sua amministrazione, Bush difese appassionatamente Gorbaciov e il Trattato dell’Unione, col quale Mosca tentava di tenere in vita una sorta di Urss decentralizzata e in prospettiva democratica. Aggiunse: “Gli americani non daranno sostegno a coloro che cercano l’indipendenza per rimpiazzare una remota tirannia con un dispotismo locale. Non aiuteranno chi promuove un nazionalismo suicida basato sull’odio etnico”.

Gli indipendentisti ucraini, maggioritari anche nel soviet, la presero malissimo: Bush, commentarono, ha fatto il messaggero di Gorbaciov. La stampa anglosassone fu anche più dura; un anno dopo Clinton, nella campagna per le presidenziali vinte contro Bush, ripeteva che l’amministrazione uscente aveva aiutato più la Russia di quanto avesse aiutato gli americani. Se è controverso che Washington non avrebbe potuto fare di più per aiutare Gorbaciov, non lo è invece è che l’amministrazione americana, in quegli anni totalmente contraria ad allargare la Nato verso est, mai prese impegni in questo senso per il futuro. Né avrebbe potuto, perché la politica ‘gorbacioviana’ di Bush poggiava su scommesse che avrebbero potuto venir meno (come purtroppo accadde), innanzitutto l’evoluzione democratica della Russia, per la quale Mosca non sarebbe stata più percepita dalle Repubbliche ex sovietiche come un minaccioso padrone.

Bush era mosso, scrisse in seguito, dalla preoccupazione di evitare che la fine dei regimi comunisti precipitasse quella parte di mondo in mostruose guerre etniche. Come accadde in Jugoslavia. Nel giugno 1991, alla vigilia della dichiarazione di indipendenza della Slovenia il segretario di stato James Baker volò a Belgrado e mise in chiaro che gli Stati Uniti “non avrebbero incoraggiato né premiato” alcuna secessione. Al premier federale Markovic aggiunse, secondo una versione probabilmente attendibile, che Washington non avrebbe obiettato se l’esercito fosse ricorso alla forza per salvare la federazione. Spaccato lungo linee etniche, lo stato maggiore scelse il non intervento e di lì a poco fu spazzato via dalla sollevazione dei colonnelli gran-serbi, che trasformò l’Armata in uno strumento di Milosevic. Con quel che ne risultò: due guerre, trecentomila morti, e oggi un agitarsi di ‘democrature’ (la Croazia, la Serbia, fino a ieri la Slovenia del clownesco Jansa).

Tutto questo oggi grossomodo è chiaro ma non raggiunge il grande pubblico, dato che non impedisce ad un certo ‘neutralismo’ di deformare il passato secondo convenienza. Alcuni pretendono che Biden, in tutt’altro contesto, ripeta le scelte filo-russe di Bush. Altri raccontano la dissoluzione della federazione jugoslava come l’esordio di una cospirazione americana volta a mantenere il controllo sull’Europa. Singolare ribaltamento dei ruoli: fu l’Europa a condannare a morte la Jugoslavia, all’epoca spacciata dai media italiani per ‘prigione dei popoli’, secondo la fortunata definizione introdotta da Barbara Spinelli.

 La morte della giornalista palestinese-americana Shireen Abu Akleh

Fermo restando che una storia ‘oggettiva’ non esiste, invece è indubitabile l’esistenza e oggi il tracimare di una storia taroccata, tanto più pericolosa quando plasma opinione pubblica, identità collettive, ideologie. O quando orienta il giornalismo. Se non avessimo avuto consapevolezza delle nefandezze commesse nel passato dall’esercito russo in Cecenia e in Siria, avremmo trattato il massacro di civili ucraini nella zona di Bucha come faccenda altamente controversa, da seppellire con la tradizionale formula neutralista: Kiev accusa, Mosca ribatte. Ma cosa accade quando è una storia falsa ad orientare la percezione del presente? Ecco il problema posto dalla morte della giornalista palestinese-americana Shireen Abu Akleh, uccisa dal proiettile sparato da un assassino finora ignoto nel corso di scontri tra esercito israeliano e dimostranti palestinesi.

Israele ha ipotizzato una pallottola vagante esplosa da un pistolero palestinese, versione però smentita da testimonianze e da attendibili ong per diritti umani (l’americana HRW, l’israeliana B’selem). Benché molto porti a credere al cecchino israeliano, i maggiori media italiani hanno raccontato l’omicidio con la formula neutralista ‘morta durante scontri, i palestinesi accusano, Israele replica’. Poche le eccezioni, puntualmente biasimate dal sito-ombra del governo israeliano ‘Informazione corretta’, cui risulta buon giornalismo l’articolo pubblicato dal Giornale (attribuisce alla Akleh posizioni jihadiste, dunque favorevoli alla guerra santa: trattandosi di un falso, siamo all’oltraggio del cadavere).

Perché tanta circospezione? Perché quasi tutto il giornalismo e la politica italiani ritengono che Israele sia quello che proclama di essere: “L’unica democrazia della regione”, definizione fondata su una precisa narrazione storica, consolidata nei decenni e mai messa in discussione, tantomeno con storici arabi. Ma mettiamo che da molto tempo non sia più così, non fosse altro perché una massiccia immigrazione ha modificato il profilo politico dell’Israele delle origini. Mettiamo che abbia ragione Human Rights Watch quando accusa Israele dei crimini di Apartheid e Persecuzione, in un rapporto ignorato dalla stampa italiana (il New York Times gli dedicò una pagina). In questo caso non dovremmo forse valutare che ‘l’unica democrazia della regione’ era l’auto-definizione del Sud Africa razzista, incline a praticare all’occorrenza l’omicidio politico perché solo così poteva reprimere i diritti dei non-bianchi?

Indaghi la Corte penale internazionale

Rassicura che sull’assassinio della Akleh, e su molti altri eventi che chiamano in causa colpe israeliane e palestinesi, indaghi la Corte penale internazionale. Questa giustizia internazionale può essere criticata per validi motivi, ma resta il fatto che rappresenta un argine importante alla falsificazione della storia, non fosse altro per le testimonianze e per i documenti che mette in salvo (dopotutto sono i processi celebrati all’Aja che oggi vietano di spacciare la guerra di Bosnia per ‘esplosione spontanea di odii etnici’). Per complessità e magnitudine il conflitto arabo-israeliano non entra in un’aula di giustizia, ma vi può trovare alcune verità, e con quelle costringerci ad osservarlo con lo sguardo terso di cui la sinistra sembra da decenni incapace.