Russia e Ucraina, così unite, così nemiche

Nikolaj Gogol’ e Michail Bulgakov erano ucraini. Isaak Babel’ veniva dalla Moldavanka, il quartiere ebreo del grande porto di Odessa, russo ma in territorio ucraino. Luogo vivacissimo popolato all’epoca oltre che da russi, da greci, rumeni, polacchi, tedeschi e dagli ebrei della Moldavanka. Senza risalire al principe Igor, alla Rus’ di Kiev, alla conversione alla religione di Bisanzio nel 980, bastano i nomi di giganti della letteratura in lingua russa in epoca imperiale e sovietica a evocare l’intreccio indistricabile che lega Russia e Ucraina, nella cultura e nella tragedia della storia del Novecento. Ma certo non a spiegare né tanto meno a giustificare le tensioni guerresche che stiamo vivendo, il conflitto che già da otto anni (nella sostanziale indifferenza del mondo) fa soffrire e vivere in perenne precarietà le popolazioni dell’Ucraina Orientale.

Alekseij Nikitin

Nel 2014, durante il Majdan, il movimento che portò in piazza migliaia di persone che chiedevano un rapporto con l’Unione europea, lo scrittore Aleksej Nikitin, di Kiev (Kiiv in ucraino), anche lui ucraino di lingua russa, scrisse per “l’Unità” alcuni articoli sulla protesta contro il tentativo di imporre un regime amico di Mosca (l’ultimo articolo non si riuscì a pubblicarlo a causa della chiusura del giornale). In quel periodo Nikitin andò nella capitale russa per un simposio e ne tornò sconvolto dal nazionalismo degli amici russi, dall’impossibilità di trovare una lingua comune fra colleghi che avevano sempre dialogato, nonostante, tecnicamente, la lingua fosse la stessa. In quell’epoca erano fortemente amplificate le fonti russe che denunciavano la presenza di gruppi di estrema destra nel Majdan: Nikitin tradusse e ci fece conoscere gli insulti omofobi della stampa russa all’indirizzo del ministro degli Esteri tedesco Guido Westerwelle. Per Nikitin il problema non era certo nei rapporti umani, commerciali, culturali con Mosca, il problema era nel rispetto dei confini, del diritto fra Stati e dei diritti umani. “L’Unione delle Repubbliche socialiste sovietiche (URSS) come soggetto di diritto internazionale e come entità geoplitica” ha cessato di esistere” era stata la dichiarazione firmata dai capi di Stato di Russia, Ucraina e Bielorussia a Belaveža in Bielorussia nel 1991.

Una trilogia sul Donbass

Serhij Žadan è autore di una trilogia che vale davvero la pena di leggere: “La strada del Donbass”, “Mesopotamia”, “Il convitto” (i tre romanzi sono pubblicati da Voland, tradotti dall’ucraino da
Giovanna Brogi e Marina Prokopovič). Žadan è nato nella regione di Luhans’k, uno dei due distretti orientali separatisti e investiti dal conflitto, vive a Charkiv (Charkov nella dizione russa),
bellissima seconda città ucraina (nel secondo volume della trilogia Mesopotamia a causa dei due fiumi che la chiudono ad anello), anch’essa si trova nella parte orientale del paese, dove la
maggioranza della popolazione parla russo. Bastano questi scarni dati biografici a far comprendere che la decisione di Žadan (che è anche performer, cantautore e attivista umanitario) di scrivere in ucraino attiene ad una dimensione politico-simbolica, ideologica. Una dimensione consapevole: ne “Il convitto” il personaggio principale, Paša, che di mestiere fa l’insegnante di lingua ucraina, la definisce una lingua morta, come il latino. Nonostante la presa di posizione che sottolinea la nazionalità ucraina dell’autore, nei suoi libri si cercherebbe invano un indizio del suo parteggiare nella guerra.

Immagine dal Donbass

La guerra passa sopra le teste dei suoi personaggi, i quali si aiutano o si combattono secondo il destino che li colloca su fronti contrapposti. “Come è possibile? si chiede Paša guardando la folla oscura dall’altro lato. Come è successo? Come ho fatto a non accorgermi che i miei ragazzi adesso combattono contro di me?” Però, prova a giustificarsi, perché contro di me?
“Non ce l’hanno con me. Che c’entro io?” Ma davvero non c’entro? si chiede ancora. A essere onesti combattono proprio contro di te, dice a se stesso, precisamente contro di te. Contro tutto ciò che è legato a te. E cos’è che è legato a te? si chiede Paša disorientato. Tutto, si risponde, la tua materia, la tua scuola, la bandiera che sventolava lì sopra. Combattono per questo, più esattamente contro tutto questo”.

Scrittori e badanti

Ci sono altre due notazioni che vorrei fare prima di provare a trarre una conclusione da queste righe. La prima riguarda le testimonianze letterarie uscite in occasione dei trenta anni dalla dissoluzione dell’URSS. Nella gran parte dei casi, anche quando si tratta di persone nate dopo o che hanno vissuto solo l’infanzia nell’Unione Sovietica, quello che emerge è l’assenza del passato, un sistema di segni e simboli che c’era ma che non esiste più e al quale non si è sostituito il nuovo, il presente e il futuro. L’unica cosa che c’è è una identità multipla, nella nuova patria o nell’emigrazione. La scrittrice moldova Tatjana Tîbuleac dice “noi siamo la generazione tra”.

L’altra notazione ha a che fare con una esperienza molto comune in Italia, l’incontro con le badanti ucraine. Sono emigrate, in generale, dalla parte orientale dell’Ucraina e parteggiano per la Russia. Si emigra, come è ovvio, dalle regioni povere. Sono donne di una certa età, anche se spesso mostrano più degli anni che hanno, e hanno una buona formazione risalente agli anni dell’URSS. Hanno nostalgia di un tempo che oggi appare loro sereno, tranquillo, allegro, familiare. Ecco, a voler tracciare dal basso – senza far entrare in gioco le questioni militari e geopolitiche – le ragioni contrapposte, a me pare che si debba partire dal vuoto che il crollo dell’impero sovietico ha lasciato e che, a seconda delle condizioni di partenza, si cerca di colmare o tornando indietro o guardando avanti.

Approccio brutale

Quando Vladimir Putin ha espresso con chiarezza il suo punto di vista contro l’ingresso dell’Ucraina nella NATO dicendo: “Dove dovremmo arretrare noi?”, sia nel senso comune sia nelle cancellerie occidentali, si è pensato: “Non ha tutti i torti”. Da allora, nonostante l’allarme reiterato dagli Stati Uniti e dai comandi dell’Alleanza Atlantica, la diplomazia è al lavoro. Rimane aperto il problema dell’approccio brutale del presidente russo verso l’opposizione interna – verso i suoi propri concittadini – e verso “l’esterno vicino”. La legge russa che ha bollato come “agente straniero” l’associazione Memorial, la prima associazione sorta ai tempi della perestrojka per commemorare le vittime delle repressioni e per la difesa dei diritti umani, è sintomatica di un orientamento volto a sottovalutare le tragedie del passato per esaltarne la grandezza. Stati Uniti e Europa non sono esenti da responsabilità nel revanchismo grande russo, in fondo trenta anni fa speravamo di avere oltrepassato l’età delle scelte di campo.