Per il futuro dell’Ilva
un ruolo di garanzia
per lo Stato

Va bene, ammettiamo che ArcelorMittal non avesse alcuna seria intenzione di salvare, bonificare e rilanciare l’Ilva. Ammettiamo anche che la più grande multinazionale dell’acciaio abbia voluto conquistare l’Ilva solo per mettere in fuorigioco la concorrenza con lo scopo di annullare il più importante impianto siderurgico d’Europa. Concediamo inoltre che ArcelorMittal abbia goduto di qualche vantaggio concesso dagli ultimi governi italiani in ansia di risolvere un caso industriale, sociale, ambientale dalle dimensioni indefinite.

Rinunciare all’Ilva?

Ammettiamo tutto questo e poi ripartiamo dall’inizio. L’Italia può rinunciare all’Ilva? Possiamo evitare di produrre acciaio? Fincantieri, che ha ordini per produrre navi da tutto il mondo, dovrà comprare l’acciaio da cinesi, coreani, giapponesi? E alla catena dell’auto a Melfi, nelle fabbriche del Nord, all’Electrolux… quale acciaio si dovrà usare? C’è in giro qualcuno, in Italia o nel mondo, pronto a investire oltre 4 miliardi di euro (questo l’impegno di ArcelorMittal)?

In gioco c’è il futuro dell’Italia industriale, di un Paese leader nel manifatturiero, ci sono i 10.700 lavoratori dell’Ilva e i 3100 rimasti in carico all’amministrazione straordinaria e altre migliaia dell’indotto. Dove li mettiamo? Tutti con il reddito di cittadinanza in attesa delle riconversioni ecologiche? E’ questo il futuro di Taranto con i suoi drammi, il lavoro e l’inquinamento mortale, la politica debole e le multinazionali senza scrupoli, potenti, lontane?

L’alibi offerto dal governo

Forse era tutto scritto. Anche quando arrivò Whirpool per prendersi la Merloni c’eravamo fidati delle promesse che nulla sarebbe cambiato e ora ci stiamo bevendo le promesse di Fca che le fabbriche italiane saranno salvaguardate dopo la fusione con Psa.

Però deve essere chiaro che ad ArcelorMittal è stato il governo ad offrire l’alibi per denunciare il contratto e andarsene. Se il governo del Pd e dei grillini toglie la copertura legale alla multinazionale, che l’aveva chiesta e ottenuta nel contratto, allora deve mettere in conto che l’Ilva sarà abbandonata. Questa è la realtà. E a poco servono le proteste di Di Maio (incompetente e imbarazzante sia come ministro dello Sviluppo economico e del Welfare nel primo governo Conte, sia adesso come titolare degli Esteri) o la retromarcia di Zingaretti alle prese con questioni di cui entrambi sembrano all’oscuro.

Rompere con ArcelorMittal

Oggi la strada più sensata, sempre che in questo delirio politico non si voglia davvero chiudere l’Ilva, è quella di rompere definitivamente con ArcelorMittal, che vorrebbe altri 5000 esuberi come premio per tornare a un tavolo di trattativa, e proporre con la regia pubblica una soluzione nuova, di alto profilo e credibile per il Paese, i lavoratori, la città.

Attualmente l’Ilva è in affitto ad ArcelorMittal. La multinazionale restituisce la gestione ai commissari straordinari perché ritiene che con la cancellazione della manleva giudiziaria il contratto sia nullo. A questo punto, fatto salvo l’indispensabile ricorso dello Stato contro la multinazionale per chiedere i danni, è necessario costruire un quadro nuovo con una presenza pubblica di garanzia nell’azionariato e affidare la gestione a un imprenditore privato che conosca l’industria dell’acciaio e un profilo credibile. In Italia non sono rimasti tanti nomi. Un candidato possibile sarebbe Arvedi, conosce bene l’industria siderurgica, è un innovatore, ma ha dimensioni ridotte per un’operazione del genere. Andrebbe accompagnato da altri azionisti, pubblici e privati, anche stranieri.

Il ruolo dello Stato

Non ci sono molte alternative, certo non si può seguire il presidente di Confindustria Vincenzo Boccia favorevole a un taglio netto dei dipendenti perché quando c’è la crisi non si possono mantenere i livelli occupazionale. Di questi imprenditori privati non si sente il bisogno.

Una risposta pubblica forte, decisa da parte dello Stato è indispensabile. E’ necessaria anche per affermare un punto di dignità, di rispetto, di fiducia verso le fabbriche e i lavoratori che hanno sempre pagato duramente per difendere il diritto a un salario, a una vita dignitosa. La chiusura dell’Ilva sarebbe una sconfitta storica, un disastro che questo Paese malmesso non può sopportare.

 

Articoli sull’Ilva:

Nazareno Dinoi (Taranto tra due paure)

Enza Plotino (Tutto scritto prima di cominciare)