Amministrative,
il centrosinistra vola:
governare fa bene

Si ricomincia dal punto più basso della caduta. Roma e Torino sono riconquistate dal Pd e dal centrosinistra a un lustro di distanza dalla peggiore disfatta amministrativa che anticipò il trionfo populista in tutta Italia Con percentuali nette, clamorose: sia Roberto Gualtieri a Roma che Stefano Lo Russo a Torino distanziano di circa 20 punti i candidati del centrodestra Michetti e Damilano.

Ma anche altrove la musica è la stessa. A Varese viene riconfermato il sindaco del centrosinistra Galimberti, nonostante la massiccia campagna di Salvini che si giocava molto sulla riconquista di uno dei luoghi simbolo del Carroccio. Il centrosinistra conferma anche Caserta e Latina e strappa al centrodestra Savona, Cosenza e Isernia. E arriva a un passo da una clamorosa rimonta a Trieste: il candidato Russo recupera oltre 15 punti rispetto al primo turno e deve fermarsi ad appena un punto e mezzo dal sindaco forzista riconfermato Dipiazza.

La ferita dell’astensionismo

Naturalmente sarebbe un errore imperdonabile dare per acquisito, anche in prospettiva, questo patrimonio elettorale. Intanto per l’altissimo astensionismo nel voto di ballottaggio, che è andato assai al di là del fenomeno fisiologico e ha colpito in larga parte il centrodestra. E poi perché storicamente nelle elezioni politiche la destra si mostra assai più competitiva. In passato – anche recente – alla sfilza di città e amministrazioni conquistate, è seguita immancabilmente la sconfitta (o come nel 2013, la “non vittoria”) della coalizione progressista.

Una sfida per il Pd

Foto di Ella Baffoni

Per il centrosinistra e in particolare per il Pd si apre insomma il tempo dell’ennesima sfida. Nelle città riconquistate, ovviamente, ma soprattutto nel Paese. Da qui a due anni al massimo si tornerà al voto, sempre che le sconfitte e il malumore di Salvini nei confronti di alcune scelte del governo non facciano precipitare prima le cose. Finora si è avuta l’impressione che l’attenzione si sia concentrata un po’ troppo sul tema della coalizione e delle alleanze meno sul profilo identitario e programmatico di un partito che si vuole candidare a guidare il Paese.

Il tema dell’unità e della coalizione larga è importante, ma va verificato sul campo. In questo passaggio elettorale non tutto è sembrato all’insegna della trasparenza e della coerenza. I 5 Stelle – per dire – sono apparsi almeno ambigui a Roma e Torino, con le sindache uscenti che hanno mostrato equidistanza (a essere benevoli) verso i candidati di centrosinistra e centrodestra. E il rapporto con l’ascendente Calenda e il discendente Renzi, oltre che con i non pervenuti radicali di più Europa, non dà ancora garanzia di lealtà reciproca.

L’effetto Draghi sui Democratici

Al Pd comunque il governo Draghi fa bene. Aver sostenuto convintamente le sue scelte in tema di vaccini, green pass, lavoro, ambiente, giustizia, Europa, si è rivelata una linea non solo giusta ma anche proficua. La fermezza del premier nei confronti delle scorribande di Salvini contro il pass vaccinale, la gestione dei migranti o il superamento di quota cento, aiuta non poco. Senza voler infierire, ben altro atteggiamento aveva avuto con il leader leghista il premier precedente ai tempi del governo giallo-verde.

E’ impensabile che si possa annoverare l’ex presidente della Bce nelle file della sinistra, ma è altrettanto fuori discussione che il segno di questa fase sia stato positivo per la sinistra. Ma sarebbe comunque un errore affidarsi unicamente alle scelte di un governo d’emergenza, sostenuto da una maggioranza irripetibile. Il Pd e la sinistra non hanno del resto rinunciato a segnalare un profilo autonomo – ad esempio sullo ius soli o sul lavoro – anche più, in verità, di quanto accadeva nel governo giallo-rosso di Conte.

E’ la strada giusta, anzi l’unica possibile, per chi vuole ricostruire una sinistra di governo. Le altre sarebbero solo scorciatoie destinate a finire nel nulla.