Roma, ora riformare
la democrazia
metropolitana

Roma. Una delle parole più conosciute nel mondo.

Il suono di queste quattro lettere, cosi semplice e diretto per ogni lingua, richiama immediatamente, in ogni angolo del mondo, un luogo e una storia. Un peso enorme, tuttavia non sorretto da una adeguata forma amministrativa, da un adeguato sistema di governo che consenta di tenere alta la dignità di una storia e di un nome anche attraverso un buon funzionamento dei servizi essenziali e primari; le due cose infatti stanno insieme.

Strisciarossa mi chiede un contributo sul tema del futuro di Roma Capitale dopo la vittoria elettorale.

La città può migliorare in molti settori

Adesso c’è fortunatamente un sindaco ed un’amministrazione di sinistra e sono certo che la città migliorerà in molti settori.

Da parlamentare di Roma mi sono molto impegnato e continuerò a farlo, affinché il Parlamento possa giungere presto ad una intesa, più ampia possibile, che sancisca un ordinamento di governo della Capitale più avanzato e moderno e in grado, finalmente, di sorreggere il peso della dignità mondiale della metropoli e di fornire strumenti più efficaci per intervenire su un territorio amplissimo – il più grande tra le città europee – e con una popolazione di oltre 4 milioni di abitanti.

Il Parlamento ne sta discutendo con il Governo e con il pieno coinvolgimento degli enti locali interessati e mi auguro che si arrivi ad una soluzione vera e non ad una mediazione di facciata che lascia intatti i problemi. Infatti questo, ragionando su un futuro di medio periodo per Roma, mi pare il problema principale: riformare la democrazia metropolitana. Costruire una nuova forma della rappresentanza e del governo che unisca partecipazione, efficacia ed efficienza. Non è, beninteso, un problema solo di Roma ma riguarda, a mio avviso, tutte le grandi realtà metropolitane che, in Italia, si configurano come grandi realtà di vocazione mondiale e internazionale e che hanno, nella loro storia, i segni della capitalità. Quindi parlo essenzialmente, oltre a Roma, di Milano e Napoli.

Inderogabile una riforma amministrativa

Ma Roma, per le sue dimensioni e per la sua complessità morfologica, per la sua storia e la inestricabile commistione tra ruolo amministrativo di doppia capitale e simbologia ideale, religiosa e morale è il luogo principale di questa riforma amministrativa ormai inderogabile.

Si è discusso, anche questa volta e probabilmente non sarà l’ultima, del voto della periferia, dell’astensionismo nei quartieri lontani dal centro. Tra i vari motivi che spiegano questa disaffezione c’è anche il fatto che il governo reale dei territori di periferia metropolitana è oggi intrappolato da un groviglio legislativo e amministrativo che impedisce di dispiegare efficacemente sane politiche urbane che mettano al centro la “Città pubblica”.

Trasporti, rigenerazione urbana, servizi restano il più delle volte vuote parole, annunci, buone intenzioni dalle quali scaturisce il topolino. In questo nulla però la società civile cammina lo stesso, avverte l’inessenzialità della politica e se ne allontana, mentre segue con più utilità i canali scavati dalle centrali della illegalità, dei poteri economici reali che in questo vuoto sostituiscono la democrazia urbana. Questa è la principale ragione che chiama in campo la necessità di una vera riforma dell’ordinamento della capitale e delle altre grandi metropoli italiane.

Roberto Gualtieri

In arrivo importanti risorse pubbliche

L’altra motivazione, forse più urgente e immediata, che impone un riassetto della macchina amministrativa e della organizzazione istituzionale è l’arrivo di una notevole quantità di risorse pubbliche per investimenti finalizzati alla realizzazione delle opere del PNRR, alla organizzazione del Giubileo del 2025, allo svolgimento eventuale della Expo del 2030. Con l’attuale assetto di viaggio c’è il rischio di una grande dispersione e di non cogliere pienamente ed efficacemente tutte le opportunità che possono derivare da questa straordinaria ed irripetibile stagione di investimenti pubblici, peraltro legati a scadenze ben precise pena la perdita delle risorse.

Questo mi pare, sul piano strettamente politico, il tema principale che dovrebbe vedere impegnate le forze politiche, i partiti e tutte quelle persone interessate alla effettiva apertura di una nuova stagione di crescita ed effettivo e duraturo miglioramento della condizione di Roma, caduta in questi anni forse nel periodo più buio della sua storia dopo il grande collasso del dopoguerra.

Ripartire dalla casa

Per il resto il programma di Gualtieri contiene molte linee di indirizzo e di impegno che condivido e che sono frutto di un ampio lavoro di ascolto ed elaborazione svolto in questi mesi e ad essi rimando. Voglio tuttavia sottolineare solo un aspetto che a me pare importante e centrale. Una nuova città, in questa epoca di transizione tecnologica che investirà le forme del lavoro, della mobilità, del consumo, della formazione e dello studio deve ripartire dalla casa, il luogo sempre più centrale ed essenziale della nostra vita. La casa non più soltanto come bisogno primario – ancora non del tutto risolto – ma come luogo nel quale crescerà la quantità del tempo di vita e si misurerà la qualità del tempo di vita.

Le diseguaglianze o le pari opportunità tra famiglie e individui passeranno ancor di più, già dai prossimi anni, dal tipo di abitazione, dagli standard abitativi, dalla qualità delle costruzioni e dagli spazi nei quali si svolge la nostra vita.

Durante i mesi del Covid non tutti hanno potuto lavorare o studiare in casa con le stesse condizioni essenziali. Avere o non avere uno studio o una camera riservata, per una lavoratrice o un lavoratore o per una studentessa o uno studente non è e non sarà più indifferente. Avere una buona connessione internet – e sappiamo che la convenienze di questi investimenti non è indifferente a seconda delle zone per i grandi operatori – non è indifferente. Non è indifferente, già oggi, constatare la enorme differenza tra insediamenti che raggiungeranno presto un buon efficientamento energetico e insediamenti – soprattutto i grandi quartieri popolari realizzati nell’immediato secondo dopoguerra come Quarticciolo, San Basilio ed altri – che non lo avranno perché il Comune non si è preparato secondo quanto stabilito dalla legge e la scadenza degli incentivi è fissata oggi al 2023. Insomma la casa non è più solo un problema quantitativo ma anche qualitativo. Roma ha bisogno di 20 mila alloggi per cancellare l’emergenza abitativa. Si debbono trovare questi alloggi senza consumar suolo.

Molto si può fare utilizzando patrimonio pubblico dismesso di cui il comune dispone in discreta quantità e fare, come accade in tutto il mondo, dell’edilizia residenziale sociale la leva per la rigenerazione urbana di interi quartieri; penso alle caserme del Trullo, ai magazzini militari di Tor sapienza, alle aree comunali di Cesano, Casal Lombroso e a tante altre situazioni che possono essere l’elemento caratterizzante di una politica urbanistica che attuando gli indirizzi del Piano vigente ne esalti gli elementi di interesse pubblico.