Roma boicotta il patto Ue sui migranti. Nuove cannonate contro i tedeschi

Mare Mediterraneo, la nave soccorso Humanity 1 battente bandiera Tedesca, con i 104 minori soccorsi

Il governo Meloni ha bloccato l’accordo europeo sui migranti e il diritto di asilo e ha riacceso lo scontro con la Germania sulle ONG. Il ministro Matteo Piantedosi dopo che erano state respinte due obiezioni italiane al testo di compromesso presentato dal suo collega spagnolo Fernando Grande Marlaska si è alzato dal tavolo del consiglio dei ministri dell’Interno dell’Unione europea ed è volato via. Partendo ha fatto sapere che a Palermo aveva appuntamento con i colleghi tunisino e algerino, quasi a voler far leggere tra le righe che in fatto di gestione dei rapporti con i paesi di partenza dei migranti l’Italia può anche, se vuole, “fare da sola”. Ieri poi, nella riunione del cosiddetto Med9, composto dai paesi europei rivieraschi del Mediterraneo più il Portogallo e la Commissione Ue, Meloni è tornata ad accusare il governo di Berlino perché – così ha detto testualmente – finanziando le ONG salverebbe i migranti “con i confini degli altri” (parafrasi di un’espressione volgare che evidentemente ha un suo posto nella cultura del personaggio). La presidente del Consiglio ha anche sostenuto che per sbloccare lo stallo sul Patto europeo, stallo imposto dai capricci politici dell’Italia, potrebbe proporre una clausola in base alla quale le navi delle organizzazioni umanitarie che operano i salvataggi sarebbero obbligate a trasportare i naufraghi nel paese di cui espongono la bandiera. Cioè le navi umanitarie con bandiera tedesca dovrebbero raggiungere un porto tedesco. C’è solo da sperare che si sia trattato di una provocazione tanto gratuita quanto è sciocca: se il governo di Roma proponesse davvero una cosa del genere darebbe l’ennesima prova di ignoranza delle più elementari regole del ditritto marittimo internazionale, tra l’altro di quella che impone alle imbarcazioni, a prescindere dalla loro bandiera, di portare i naufraghi salvati in mare nel porto sicuro più vicimo, che certamente non è Amburgo o Brema. Già ora la prassi vessatoria del ministero dell’Interno italiano di obbligare le navi ONG a raggiungere porti italiani lontani dalle acque dove avvengono i salvataggi è sotto osservazione perché, oltre ad essere disgustosamente immorale, presenta aspetti di illegittimità giuridica.

Nelle stesse ore  in cui si teneva, giovedì, il consiglio dei ministri dell’Interno, a Berlino il ministro degli Esteri Antonio Tajani, partito suonando la grancassa del “chiarimento” che avrebbe “preteso” dal governo tedesco sui finanziamenti alle ONG, ha dovuto abbassare molte penne e si è sentito spiegare dalla titolare dell’Auswärtige Amt (la Farnesina tedesca) che c’era poco da chiarire: la Germania vuole collaborare con l’Italia sulla gestione dell’immigrazione, ma i salvataggi in mare sono un obbligo giuridico e morale e il suo governo appoggia – e da oggi ma da molti anni – chi li pratica e continuerà a farlo. Già ce n’era abbastanza per preoccuparsi dalla bruttissima piega imposta da Roma ai rapporti tra i due paesi, ma evidentemente – forse anche oltre gli scrupoli del ministro degli Esteri – la presidente del Consiglio ha deciso di rincarare la dose e riprendendo argomenti e toni usati nella lettera insultante inviata giorni fa al cancelliere Scholz ha fatto trapelare da palazzo Chigi l’esistenza di una nota in cui si esprimerebbe “irritazione” perché nel Mediterraneo continuerebbero ad essere presenti sette navi impegnate nel salvataggio di naufraghi e battenti bandiera tedesca. Come se non avessero tutti i diritti di esserci.

Ma torniamo alla riunione dei ministri dell’Interno. Da quanto riferiscono fonti di Bruxelles, sarebbero state due le questioni che avrebbero acceso l’ira di Piantedosi e la decisione di mollare un consiglio che secondo le generali previsioni avrebbe dovuto essere decisivo per l’approvazione del Piano europeo sulle migrazioni e il diritto di asilo.

La prima consisterebbe nel fatto che sarebbe stata respinta una richiesta italiana perché nel testo venisse formulato un “diritto speciale” degli stati oggetto di ondate particolarmente pesanti e improvvise di arrivi di profughi, come quelli avvenuti nelle settimane scorse a Lampedusa, a non rispettare tutte le garanzie prescritte dal patto per l’accoglienza. L’Italia, insomma, vorrebbe avere completa mano libera sul trattamento dei migranti in arrivo.

Pretesa avventurosa, visto e considerato che già le condizioni di accoglienza “normali” dei migranti così come sono state messe a punto dalla bellezza di quattro decreti governativi sono ben oltre il limite della decenza. Tant’è che c’è chi dà per sicuro un prossimo intervento della Corte di Giustizia di Lussemburgo, che potrebbe anticipare o seguire una eventuale mossa della Corte costituzionale italiana. O forse un intervento del presidente della Repubblica in vista della conversione parlamentare dell’ultimo decreto.

La seconda causa del boicottaggio italiano dell’intesa sarebbe stata l’accettazione, da parte di Grande Marlaska di una proposta di modifica, chiesta dalla ministra tedesca, di un ambiguo passo del Patto da cui si poteva ricavare l’impressione che le navi ONG impegnate nei salvataggi in mare venissero accusate di “strumentalizzare” la tragedia dell’immigrazione.

Insomma, anche nel consiglio dei ministri dell’Interno dei 27 è arrivato lo scontro che l’Italia ha acceso con Berlino sul finanziamento della ONG Sos Humanity e della Comunità di Sant’Egidio. Contro tutti i pareri degli esperti e tutte le evidenze l’attuale governo italiano continua a propalare la favola del pool factor inaugurata dalla memorabile sparata di Luigi Di Maio sui “taxi del mare” e su questa base, debolissima politicamente e inesistente sul piano giuridico, pare intenzionato a portare la sfida fino a chissà quali conseguenze.

Giorgia Meloni Mateusz Morawiecki Viktor Orban
Giorgia Meloni Mateusz Morawiecki Viktor Orban

Che cosa ne sarà, ora, del Patto europeo? Non è certo un modello privo di criticità e su molti aspetti, relativi in particolare agli accordi con paesi accusati di gravi violazioni dei diritti umani, alle restrizioni delle libertà dei profughi e alla mancanza di garanzie sui respingimenti, ha incassato parecchie critiche dalle organizzazioni umanitarie e anche dall’Unhcr. Ma il boicottaggio italiano non è certo motivato da scrupoli umanitari. Oltre ai motivi detti su, è probabile che il non possumus di Roma sia stato determinato anche dalla volontà di non inimicarsi gli alleati sovranisti di Ungheria e Polonia che, soprattutto sulla questione dei ricollocamenti, sono ferocemente contrari e possono contare sull’appoggio di Meloni. Poiché la decisione doveva essere presa non all’unanimità ma con una maggioranza qualificata che il forfait di Piantedosi ha reso impossibile, Orbán e Morawiecki oggi saranno riconoscenti al governo di Roma. Meloni incassa e sarà contenta. Gli italiani meno.