Rischio nucleare, serve una Helsinki 2 per garantire pace e difesa comune in Europa

Eve of Destruction fu, a metà degli anni ’60, la canzone-simbolo di Barry McGuire contro l’inutilità della guerra, di qualunque guerra, della denuncia dell’esplosione del mondo nelle mani delle potenze nucleari e dell’assurdità di sistemi che mandavano a combattere ragazzi di diciotto anni “abbastanza grandi per uccidere ma non abbastanza grandi per votare”.

Il rischio nucleare

Quasi cinquanta anni dopo, il mondo rischia nuovamente di esplodere nelle mani delle stesse potenze nucleari che le possedevano (e le avevano testate) nel 1965 e che hanno per ora inutilmente aderito al Trattato sulla non proliferazione nucleare (TNP), Stati che non hanno aderito al TNP, Stati con armi nucleari non dichiarate ma in via di costruzione e Stati aderenti alla condivisione delle potenze nucleari.

Si calcola che nel mondo ci siano oggi oltre quindicimila ordigni nucleari la cui esplosione contemporanea causerebbe la distruzione dell’umanità se organizzata in modo da colpire tutte le aree del pianeta.

Nonostante questi imponenti arsenali, l’opinione diffusa nelle capitali degli Stati che governano – o pensano di governare – il mondo è che le armi nucleari non saranno usate per vincere un conflitto sul terreno; che USA, Russia, Cina, Francia e Regno Unito non rinunciano all’arma nucleare per mantenere il diritto di veto nel Consiglio di Sicurezza delle Nazioni Unite e che il possesso o la condivisione delle armi nucleari siano uno strumento di deterrenza per conservare il ruolo di attori geopolitici in aree di permanenti tensioni nel mondo (India e Pakistan, Corea del Nord, Israele, Iran, Turchia).

Ciò non vuol dire che il mondo non rischi di essere alla vigilia della sua distruzione perché il gran numero di guerre che hanno insanguinato il mondo dal 1945 ad oggi e che nella maggior parte dei casi sono rimaste all’interno di una ben delimita area regionale possono improvvisamente espandersi e coinvolgere potenze con ambizioni extra-regionali o mondiali.

L’aggressione russa in Ucraina

Il primo scenario è naturalmente quello provocato dall’aggressione della Russia all’Ucraina in cui l’estensione del confitto al di fuori del territorio ucraino fa parte della evoluzione possibile se non probabile della guerra in atto sia perché sul terreno abbiamo assistito fin dall’inizio o anche prima del 24 febbraio ad una situazione militare di co-belligeranza da una parte e dall’altra sia perché resta immutata la volontà di Putin di ricostruire pezzo dopo pezzo la “grande Russia”.

Poiché non è né militarmente né politicamente immaginabile una vittoria totale della Russia ed una sua conquista dell’intera Ucraina e poiché la Russia ha ribadito che non accetterà mai che la regione del Donbass si trasformi in un enclave autonomo all’interno dell’Ucraina secondo il modello italiano dell’Alto Adige o Sud-Tirolo, la strada del compromesso potrebbe passare teoricamente dal modello applicato nel 1953 con l’accordo di armistizio coreano all’altezza del 38mo parallelo sapendo tuttavia che da allora in poi non è stato mai firmato un trattato di pace e che la guerra fredda in quella regione non è mai finita.

Al contrario della Corea del Nord e della Corea del Sud, Stati totalmente indipendenti, la prospettiva dell’adesione dell’Ucraina all’Unione europea (Ue) renderebbe invece inevitabile l’attribuzione alla stessa Ue del ruolo di controllo sulla smilitarizzazione del confine fra l’Ucraina e il Donbass mettendo sotto la responsabilità della difesa e della sicurezza europea la frontiera fra l’Ucraina e la Russia e il transito della Russia verso Kaliningrad ma riconoscendo alla Russia il pieno controllo della Crimea.

Le frontiere tra Ue e Russia

La stessa questione si pone in tempi più immediati per quanto riguarda la protezione di tutta la frontiera dell’Ue verso la Federazione Russa ai confini della Finlandia, dell’Estonia, della Lettonia e, un domani, della Georgia così come del controllo nel Mar Nero avviando se necessario una cooperazione strutturata permanente per assicurare la difesa di quei confini anche dal punto di vista della lotta alla criminalità organizzata, del governo flussi migratori e commerciali e integrando la “bussola strategica” adottata dal Consiglio europeo in una dimensione sovranazionale/federale che escluda il potere di comando militare e di decisione politica dei singoli Stati dell’Ue che confinano con la Russia.

Navi russe nel Baltico

Last but not least si porrà a breve la questione dell’integrità territoriale e della inviolabilità della Bosnia Erzegovina (lasciando per ora ma provvisoriamente da parte il Kosovo) di fronte alla minaccia di secessione della regione serbo-bosniaca che coincide non casualmente con la fine del mandato dei Caschi Blu e con l’annuncio del diritto di veto della Russia nel Consiglio di Sicurezza delle Nazioni Unite, un diritto fondato sulla forza e non sulla legalità che si accompagna alla crescente vendita di armamenti della Federazione Russa alla Serbia.

Anche nei Balcani occidentali si pone dunque la questione del ruolo della “bussola strategica” dell’Ue se dovranno essere fatti concreti e ulteriori passi in avanti sulla via di una vera difesa europea comune partendo dalle strutture già esistenti con il Trattato di Lisbona nel quadro di una ripresa delle prospettive di allargamento verso quella regione (ora aperte anche verso l’Albania e la Macedonia del Nord) che non debbono essere schiacciate dall’accelerazione del dialogo con i paesi dell’Europa orientale in tempo di guerra.

Tutte queste questioni dovranno far parte delle priorità strategiche che l’Ue dovrà mettere sul tavolo di una Conferenza sulla sicurezza e la cooperazione in Europa (Helsinki-2), sollecitata più volte dal Movimento europeo insieme al rilancio della cooperazione fra l’Ue e i paesi del Medio Oriente e del Nord Africa (MENA) e far parte dell’agenda della futura Comunità geopolitica europea nella prospettiva di un processo di integrazione europea differenziata i cui contorni emergeranno durante la fase costituente da avviare con la prossima legislatura europea.