Ripartire dal lavoro, guardare all’Europa. La piazza della Cgil parla alla politica

Sono ancora nei nostri occhi (e nel cuore) le immagini di sabato scorso di Piazza del Popolo strapiena, bellissima, vestita di bandiere della Cgil e della Pace. La nostra iniziativa “Italia Europa ascoltate il lavoro”, aveva come obiettivo quello di riaffermare la necessità e l’urgenza che il lavoro e la difesa dei redditi e dei salari minati da inflazione e crisi energetica, diventino perno delle politiche a partire da quanto dovrà essere messo in campo nelle prossime settimane e mesi. Questo vale per l’Italia e vale per l’Europa. Per quanto riguarda l’Europa appare superata quella stagione che, nella fase drammatica del Covid, aveva portato a strumenti importanti per rispondere agli effetti sociali della pandemia e soprattutto a finanziare quegli stessi interventi attraverso, almeno parzialmente, il debito comune.

La guerra nel cuore dell’Europa

Oggi con una guerra in corso nel cuore dell’Europa e degli effetti della crisi energetica innescati in buona parte da quella stessa guerra, non si intravedono quel principio di solidarietà e gli sforzi unitari per sostenere e tutelare i cittadini europei a partire dal lavoro. Eppure questa crisi rischia di essere ben più pesante di quella che abbiamo attraversato nel 2020.

La pandemia ha evidenziato tutte le criticità di un modello di globalizzazione ultraliberista. Questa presa di coscienza avrebbe dovuto determinare cambiamenti radicali a partire dalla qualità dell’occupazione e delle tutele, quel cambiamento del modello di sviluppo che inverte le priorità delle politiche: prima le persone, l’ambiente e poi il profitto.

La crisi energetica, l’impennata inflazionistica – avviatisi ben prima della invasione russa dell’Ucraina- e gli effetti della guerra nel commercio globale rischiano di determinare una crisi di sistema con sfide difficilissime davanti a noi. Per questo oggi ripartire dal lavoro significa nel nostro paese, e in Europa in primo luogo, sostenere i redditi di lavoratori e pensionati, contrastare la precarietà e tutelare le filiere produttive più esposte. Nello stesso tempo è necessario non ritardare i processi di sviluppo che possano determinare maggiore inclusione a partire dalle infrastrutture di cittadinanza come scuola e sanità o che costruiscano una prospettiva verde sul versante industriale, produttivo ed energetico.

Il lavoro è  oggi più insicuro, precario, povero

cgilRipartire dal lavoro, quindi, significa non riproporre quelle stesse ricette che hanno reso più insicuro, più precario, più povero il lavoro e i redditi delle persone dopo le crisi dei primi anni 2000. Questo dice la piazza di sabato alla politica tutta alla vigilia di un 2023 che si preannuncia molto difficile.
Inoltre sabato è risultata evidente la voglia di partecipazione delle persone e la voglia di lottare. Non era una piazza rassegnata, al contrario. C’è questa trama forte fatta di aspettative e di richiesta di cambiamento radicale tra le persone. Credo sia un segnale importante che deve essere colto in primis dai partiti di sinistra e progressisti ma che nessuna forza politica in questa fase può sottovalutare.

C’è un dato che le ultime elezioni ci consegnano e che rappresenta la misura della distanza che si è consolidata in questi anni: il dato dell’astensione, soprattutto tra le fasce più vulnerabili della popolazione. Questo sicuramente è il portato di una legge elettorale sbagliata ma anche è indice di una frattura che si è ampliata. Come si colma questa frattura è il vero tema che riguarda la politica tutta, perché è un tema in primo luogo che parla ai processi democratici del nostro paese. In secondo luogo riguarda le condizioni materiali delle persone e l’aumento delle disuguaglianze sociali e territoriali, generazionali e di genere e quindi la rappresentanza di queste istanze. Istanze che hanno innegabilmente un filo conduttore che è il lavoro, la sua creazione, il suo cambiamento la sua qualità.

Infine la manifestazione di sabato è anche la celebrazione di un triste anniversario: l’assalto fascista alla sede della Cgil. È stata una risposta pacifica, antifascista a quanti ancora oggi – e prova ne sono le scritte e gli atti di vandalismo alle nostre sedi, piuttosto che gli attacchi via web alla nostra organizzazione – si richiamano esplicitamente o meno al metodo fascista fatto di violenza, odio e disprezzo per l’altro variamente inteso, razzismo, omofobia e violenza.

Sciogliere le organizzazioni antidemocratiche

Quella piazza ha ribadito una richiesta che potremmo definire il minimo sindacale a 12 mesi da quell’attacco: sciogliere tutte quelle organizzazioni o associazioni che “ perseguono finalità antidemocratiche proprie del partito fascista, esaltando, minacciando o usando la violenza quale metodo di lotta politica o propugnando la soppressione delle libertà garantite dalla Costituzione o denigrando la democrazia, le sue istituzioni e i valori della Resistenza, o svolgendo propaganda razzista …” come recita la legge attuativa della XII disposizione transitoria della Costituzione.

La Cgil oltre a chiedere nuovamente al nuovo Parlamento di agire in questo senso, intende fare qualcosa in più insieme a Cisl e Uil e alla Confederazione europea dei sindacati e a tante organizzazioni sindacali europee e mondiali. Intendiamo costruire una rete internazionale dei sindacati antifascisti nella consapevolezza che il “lavoro con il suo portato di valori e di diritti è la vera forza sociale ed economica di una democrazia” e le organizzazioni di rappresentanza sono un vero e proprio fronte a derive autoritarie e totalitarie.

Guardare e “sentire” piazza del Popolo sabato scorso mi ha emozionato molto. Era come se quelle migliaia di uomini e donne dicessero “Guardateci! Abbiamo in mano la bandiera del lavoro, la bandiera della Pace che chiediamo inascoltati. Noi ci siamo oggi e ci saremo domani, con dignità ma anche con determinazione per affermare il valore del lavoro e per lottare per esso, per la democrazia e l’antifascismo, per i diritti fondamentali sanciti nella nostra Costituzione”.
Si avvertiva cioè il NOI collettivo, il sentirsi parte di una organizzazione che non si arrende, che non ha paura, che prova a dare risposte anche quando è più difficile.

*Gianna Fracassi è vicesegretaria della Cgil