Rimini, primarie sì o no
per il candidato sindaco?
È scontro soft tra i dem

Due candidati, due linee, una successione difficile. A Rimini la battaglia per la candidatura a sindaco ha innescato una bipolarità netta e definita nel Pd ed anche uno stallo molto rischioso per il centrosinistra. Rimini non è Roma ma è pur sempre una città importante e anche qui, per Enrico Letta, ci sarà da lavorare sodo per “muovere” la partita a scacchi che oppone Emma Petitti, attuale presidente del consiglio della Regione Emilia-Romagna, a Jamil Sadegholvaad, assessore uscente della giunta capitanata da Andrea Gnassi, sindaco giunto a fine mandato dopo 10 anni  che hanno letteralmente cambiato il volto della città.

Toni misurati dei contendenti

Ci sarebbero tutti gli elementi per una bellissima sfida politica dai toni epici. Lei, Emma Petitti, la giovane donna fattasi da sé politicamente che nel giro di un decennio è stata segretaria di federazione, parlamentare, assessore regionale e infine consigliera regionale dalle 8 mila preferenze. Per avere un’idea del consenso che raccoglie a Rimini si può fare il confronto con la sua collega di partito Nadia Rossi, che per la rielezione ne ha prese “appena” 3784.

Jamil Sadegholvaad

Lui, Jamil Sadegholvaad, è l’assessore della porta accanto. Commerciante di tappeti dagli ascendenti iraniano-romagnoli, un riminese dal cognome “strano”. Dai modi soffici e dalla voce vellutata, tutti lo chiamano per nome perché il cognome è un po’ difficile. È stato l’unico in grado di contenere l’esuberanza del sindaco e prenderne il posto anche nelle situazioni complicate, senza che nessuno se ne risentisse. E candidandosi, ne ha esplicitamente invocato la continuità dell’opera di cambiamento della città.

Di epico invece a tutt’oggi si vede poco. Intendiamoci, i due candidati non si attaccano: Emma Petitti mantiene una presenza istituzionale condita da appuntamenti on line con i temi d’attualità e incontri con le realtà territoriali, Sadegholvaad sfrutta la rendita di posizione di amministratore da un decennio. E che rendita: in due mandati l’estetica del capoluogo è cambiata radicalmente: lungomari ricostruiti, fognature rifatte, semafori inghiottiti dalle rotatorie, ciclabili come in nord Europa (più o meno…), pezzi di città trasformati grazie a progetti di arredo urbano, come l’invaso del bimillenario ponte romano, da un anno finalmente pedonalizzato. Persino la ricostruzione del teatro Galli, bombardato il 28 dicembre del 1943, è stata completata.

Un decennio di iniezioni di orgoglio cittadino che ha messo d’accordo simpatizzanti di destra e di sinistra: Andrea Gnassi lascia, a giudizio pressoché unanime, un’eredità amministrativa cospicua che il detentore non vuole unicamente lasciare in seno al Pd ma lavora perché sia devoluta al più simile a lui tra i possibili continuatori. Ed ecco che, appena Emma Petitti ha reso nota la sua disponibilità alla successione, le bipolarità si sono conclamate.

Tifoserie scatenate

Se i due contendenti sono misurati, lo sono molto meno le clacque che li affiancano. Come alcune esponenti femminili che bersagliano Emma con l’accusa di trincerarsi pretestuosamente dietro alla questione femminile. La cosa curiosa è che le più veementi sono state fianco a fianco con Petitti nelle battaglie contro i femminicidi e contro le diseguaglianze. Nadia Rossi, consigliera regionale: «…Spiace davvero assistere ad una manipolazione della questione femminile tesa a rappresentare una realtà inesistente, in cui qualcuno tenterebbe di soffocare la carriera e le ambizioni delle esponenti democratiche. […] Degli interessi di una corrente o di una carriera si può fare a meno».

Emma Petitti

Nel partito invece la divisione si conclama dapprima sulla candidatura, poi sui sui metodi. Subito il segretario provinciale Sacchetti all’annuncio di Petitti si dichiara stupito della mossa. Poi la levata di scudi contro le primarie. Il rischio è di un partito spaccato, si dice, come se il Pd attuale non lo fosse già. E si mette il carico dell’emergenza Covid, moloch del tutto reale e tutt’altro che secondario. In realtà le primarie sono un pericolo per motivi molto più semplici: Emma Petitti le ha sapute gestire molto bene nel 2012, quando vinse con 3450 preferenze lo scranno a Montecitorio, e con le 8 mila preferenze alle Regionali ha confermato di avere al suo servizio una macchina elettorale efficace e ben oliata.

Soluzione con le primarie? Forse

Ora è, apparentemente, tutto in stallo. Più che Letta, è la data delle elezioni che si è allontanata a rendere le cose, se possibile, ancora più fluide. O si trova una sintesi, che a parole entrambi i contendenti accetterebbero; oppure le primarie che, con le elezioni a ottobre e una svolta nelle vaccinazioni di massa – per non parlare dei sistemi digitali – non sarebbero un tabù. Non sono tramontate definitivamente, infatti, sono solo state accantonate. Tanto che 26 membri della direzione comunale Pd – l’organismo che ha il potere decisionale sia su chi sarà sindaco del capoluogo sia sulle primarie – hanno firmato un documento che «invita a non svolgere le elezioni primarie per la scelta del candidato a sindaco, perseguendo nella strada del confronto serrato per arrivare a una soluzione unitaria da sottoporre anche alla coalizione. Questo però presuppone che non vi siano forzature di alcun tipo da parte di nessuno. Diversamente – scrive oltre la metà dei membri della direzione – le primarie saranno inevitabili». A norma di statuto Pd ci vogliono i 3/5 dei membri per bloccare le primarie, quorum che i 26 firmatari hanno ampiamente reso irraggiungibile.