Riforma elettorale,
stereotipi
e vecchi merletti

Dopo la rielezione di Mattarella, la questione del sistema elettorale è tornata all’ordine del giorno: ma, in molti casi, la confusione e l’approssimazione regnano sovrane. “Proporzionale” o “maggioritario”? In realtà, queste due etichette, senza altre specificazioni, dicono poco o nulla. Molti commentatori si muovono seguendo degli stereotipi oramai stucchevoli: ad esempio, che il “ritorno al proporzionale” significherebbe tornare alla “palude” centrista, affidando la scelta del governo ai maneggi post-elettorali, e tenendo all’oscuro gli elettori; o che, di converso, il “maggioritario” assegnerebbe agli elettori il “potere” di scegliere chi governa, o spingerebbe al “bipolarismo”. Tutte sciocchezze, se mi è consentito usare un linguaggio franco.

 

Chi pontifica senza conoscere la materia

Che ci siano facilonerie e imprecisioni, nel linguaggio di molti non addetti ai lavori, si può anche perdonare; molto meno, si può accettare il fatto che, a pontificare sulla questione, siano studiosi che godono di indubbio prestigio nel loro campo ma che, mettendosi a sentenziare sulla questione della riforma elettorale, inanellano veri e propri strafalcioni: è il caso, da ultimo, di Tito Boeri e Roberto Perotti, due noti e stimati economisti della Bocconi. “Un sistema di voto chiaro”, è il titolo del loro articolo su Repubblica del 2 febbraio, e non si può che convenire sulla loro invocazione. Peccato che il loro articolo contribuisca proprio a fare confusione!

Nel descrivere le conseguenze nefaste del “proporzionale”, i due autori assumono come testa di turco, come bersaglio di comodo, un’idea – che nessuno sostiene – di un proporzionale “puro”: “un sistema proporzionale su base nazionale”, scrivono, “assicura la rappresentanza nella Camera a qualsiasi partito che raccolga almeno un quattrocentesimo dei voti (dove 400 è il numero dei deputati della prossima legislatura)”. Eh no, troppo comodo! Quando mai qualcuno ha proposto, e propone oggi, un “proporzionale” così concepito? Solo alcuni gruppi della sinistra più estrema, forse… Ma c’è di più: basta prendere un qualsiasi manuale per sapere che tutti i modelli elettorali che appartengono alla famiglia dei sistemi proporzionali comportano una qualche distanza da una mera rappresentazione speculare del voto, sulla base di molte variabili: le soglie di accesso, i meccanismi di attribuzione dei seggi, i quozienti più o meno corretti e il metodo del loro calcolo (ad esempio il noto “D’Hondt”), l’ampiezza delle circoscrizioni, la previsione o meno di un recupero nazionale dei “resti”, ecc.

Tutte questioni “tecniche” che il grande pubblico, naturalmente, ignora e forse non ha nemmeno bisogno di capire: l’essenziale, per l’elettore, è capire come il proprio voto concorra ad eleggere un proprio rappresentante e quali siano le condizioni essenziali per questa elezione. Ad esempio, in Germania gli elettori sanno che c’è una soglia di accesso del 5%; ma sanno anche che, avendo a disposizione due voti, uno di lista e uno per un collegio uninominale, questa soglia è “aggirabile” se un partito vince almeno in tre collegi (come accaduto nelle recenti elezioni alla lista Die Linke, che ha ottenuto il 4,8% sul piano nazionale, ma ha potuto avere ugualmente una propria presenza al Bundestag).

Boeri e Perotti, insomma, mostrano di avere le idee un po’ confuse: qualche riga sopra, giungono ad affermare che “ci sono tanti gradi di ‘maggioritario’, dal proporzionale tedesco con sbarramento al 5%, al doppio turno francese, ai collegi uninominali inglesi”. E allora come definirebbero ad esempio, il proporzionale spagnolo (o quello portoghese, che nelle elezioni di pochi giorni fa ha permesso ai socialisti di ottenere il 50,8% dei seggi in Parlamento con il 42% dei voti)?

 

Non confondere proporzionale e maggioritario

Occorre fare un po’ di pulizia concettuale: sistemi propriamente “maggioritari” sono appunto solo quelli francese e britannico, ma come sappiamo, in presenza di contesti istituzionali molto diversi, che non assicurano affatto, automaticamente, la famosa governabilità (in Francia garantita dal semipresidenzialismo, ma a costo di una grave debolezza del Parlamento); “proporzionali” sono invece tutti i sistemi che trasformano i voti in seggi in modo più “speculare”, ma sempre con vari gradi di “disproporzionalità” (non di “maggioritario”!): da quelli più “puri”, o relativamente tali, come quello olandese (senza soglia “formale”, ma con una soglia “implicita” di accesso, dato il numero ridotto dei membri del Parlamento e data l’esistenza di un unico collegio nazionale), fino a quelli che producono effetti più “distorsivi”, come appunto quelli spagnolo o portoghese.

E i sistemi italiani? In Italia abbiamo avuto un vero sistema “misto”, ossia la legge Mattarella, con la quale abbiamo votato dal 1994 al 2001 (veramente “misto”, perché l’elettore poteva dare due voti distinti, su due schede diverse); e poi abbiamo avuto sistemi ibridi, frutto di riforme improvvisate e di un abborracciato bricolage elettorale: sistemi proporzionali con un “premio” e il vincolo di coalizioni pre-elettorali (il Porcellum), e poi un vero e proprio monstrum (il Rosatellum) con un voto unico, un terzo dei seggi assegnati in collegi maggioritari e due terzi in circoscrizioni proporzionali; un sistema, quest’ultimo, che – come i fatti hanno mostrato – non ha certi garantito una qualche “governabilità”.

Spiace, per inciso, che anche il professor Prodi si mostri legato ad una stagione oramai archiviata della storia politica italiana: in una recente intervista televisiva ha detto che bisognerebbe ispirarsi al modello dei sindaci! Ancora con questa storia! Ma è evidente che il doppio turno usato nei Comuni è possibile solo perché è prevista l’elezione diretta di una carica amministrativa: trasporre questo modello per il Parlamento e il Governo significherebbe cambiare tutta l’architettura della nostra Costituzione e orientarsi per una forma di presidenzialismo: legittimo, ma che lo si sappia e lo si dica! Non si spacci questa riforma come una semplice questione di legge elettorale!

Ma veniamo alla domanda cruciale: perché è necessaria una riforma elettorale in senso proporzionale, con una soglia elevata, il 4% o il 5% (di questo si sta discutendo, questa la proposta del M5S e di LeU, e questa sembra la proposta prevalente anche nel PD)? La risposta è semplice: un sistema proporzionale è l’unico modo per cercare di frenare la dissoluzione del sistema politico italiano; ricostruire e rilegittimare la rappresentanza; cercare di riportare in primo piano le diverse tradizioni di cultura politica presenti nella società italiana, obbligando tutte le formazioni politiche a ridefinire una propria autonoma identità; riallineare e articolare la politica lungo l’asse destra-centro-sinistra, e non sulla base di un fittizio e forzato “bipolarismo”.

 

Ricostruire il sistema dei partiti

E a tutte queste virtù potenziali se ne può aggiungere anche un’altra, ossia cercare di innalzare la qualità del discorso pubblico. Una ricostruzione del sistema dei partiti su basi coerentemente proporzionali (con le conseguenti implicazioni per le campagne elettorali) potrebbe essere un primo passo per frenare un imbarbarimento del discorso pubblico, in quanto potrebbe bensì indurre tutte le forze in campo a delineare un proprio autonomo profilo, ma, nello stesso tempo, anche ad indicare la possibile compatibilità con i programmi altrui. L’opposto di quanto accade con i sistemi “a premio”, dove gli elettori sono spesso spinti a pronunciarsi solo contro lo schieramento avverso. Cercare un punto di equilibrio tra l’autonomia e la specificità delle proprie posizioni e la possibile compatibilità con i programmi altrui sarebbe anche un modo per attenuare un discorso pubblico giocato tutto in modo adversarial, per evitare “un tutti contro tutti”, e costringerebbe partiti ed elettori a guardare anche nel merito delle possibili politiche da perseguire e sui necessari punti di compromesso per rispondere ad esigenze diverse. Tra l’altro, non sarebbe male se agli elettori fosse fatta presente la complessità obiettiva delle politiche, l’impraticabilità delle soluzioni “facili”, la necessità di strategie di medio-lungo termine, cercando di superare quella che possiamo definire la “tirannia delle preferenze immediate”, la ricerca del consenso “a breve”. Insomma, potrebbe aiutare a ricostruire un’idea alta e nobile della mediazione politica.

E dunque, speriamo che sia colta la “finestra di opportunità” che sembra si possa aprire. C’è da dire che, se molti restano testardamente legati ad alcuni stereotipi, alcuni esponenti politici hanno mostrato in questi giorni di avere le idee molto più chiare. Ad esempio, Andrea Orlando, in un’intervista (La Stampa, 2 febbraio), ha detto: “penso che abbiamo sperimentato come le coalizioni siano una presa in giro nei confronti degli elettori. Non ce ne è stata una che finora abbia resistito …Bisogna pensare ad un sistema elettorale che permetta di far nascere nuove coalizioni, non sulla base di un meccanismo coercitivo, ma della condivisione di un percorso. …L’obiettivo è far respirare le forze politiche, che parlano al proprio elettorato. Senza la “truffa” del premio di maggioranza che viene conquistato e poi spartito”. E nello stesso senso il vice segretario del PD Provenzano e anche il sindaco di Milano, Sala (Corriere della sera, 5 febbraio).

E’ incredibile invece come ancora molti commentatori non abbiano capito che la frammentazione e il trasformismo, di cui abbiamo visto gli effetti da ultimo nell’elezione del Presidente, siano precisamente il frutto di un modello elettorale che è stato spacciato come “maggioritario”. Ma perché, in una democrazia parlamentare come la nostra, non potremmo riprendere gli insegnamenti che provengono dalla Germania? Nessun partito tedesco, prima delle elezioni di settembre, era vincolato ad una coalizione precostituita: il tema delle possibili soluzioni di governo era certamente oggetto del dibattito politico, e durante la campagna elettorale le varie forze hanno dichiarato affinità e incompatibilità del proprio programma rispetto a quello altrui; ma che ci potessero essere diverse combinazioni di governo, dopo le elezioni, era ben chiaro a tutti e gli elettori hanno votato per la loro rappresentanza (solo sei partiti presenti al Bundestag) e per definire i rapporti di forza che poi avrebbero consentito una mediazione, scegliendo tra le diverse possibili maggioranze. E’ l’ABC della democrazia parlamentare, signori: perché in Italia non potremmo fare altrettanto?