Addio a Giulietto Chiesa, “un comunista italiano”. Io lo ricordo così

Le ultime volte che ho incontrato Giulietto Chiesa – scomparso ieri a 79 anni – era durante manifestazioni dei movimenti, in Val di Susa, a Roma. Io seguivo i cortei da cronista de l’Unità, lui da giornalista militante e organizzatore di una informazione anti-omologante, quella che un tempo si sarebbe chiamata contro-informazione. È stata questa la stagione conclusiva di una avventura professionale e umana ricchissima di passione e intelligenza, segnata nell’ultima fase da idee che ci trovavano in disaccordo ma che hanno continuato ad avere una larghissima eco nelle realtà che operano a sostegno degli ultimi e che cercano visioni alternative al “pensiero unico”.

Ho conosciuto Giulietto e Fiammetta nel 1983, nella loro casa-ufficio di Ulitza Pravdy, sede dei corrispondenti de l’Unità a Mosca. Quella casa, rallegrata dalla loro ospitalità, dal piacere di ascoltare i loro racconti al tempo stesso profondi e umoristici (e dall’ottima cucina di Fiammetta), era un punto di riferimento per studentesse, lettrici, borsiste dell’università e degli istituti di lingue, oltre che dei dirigenti politici del Pci in visita nella capitale del comunismo, dell’intellighenzia moscovita, dei colleghi degli altri giornali.

Corrispondente e ambasciatore ufficioso

Giulietto era diventato corrispondente de l’Unità all’inizio degli anni 80, quando fra tensioni e anatemi si andava consumando lo strappo fra il Pci e Mosca. Era e si sentiva un “comunista italiano” ed interpretò in modo straordinario quel suo ruolo di giornalista e ambasciatore ufficioso. Le sue corrispondenze si nutrivano di tre aspetti molto significativi per chi voleva comprendere quel mondo separato, oltre che dalla cortina di ferro, da un’altra cortina fatta di propaganda ufficiale e segretezza del potere.

Giulietto al centro, con Gorbaciov e Ioseliani

Nelle sue corrispondenze raccontava la vita quotidiana dei russi, raccontava il dibattito delle idee che scorreva sotterraneo e non si sarebbe potuto trovare, se non per vaghi accenni, nei giornali e nelle riviste. Soprattutto adottò la metodica della sovietologia per cogliere segni di mutamento o fatti che venivano tenuti nascosti. Una memorabile sua corrispondenza iniziava dalla conta delle bandiere a ridosso delle mura del Cremlino. Dovevano essere 12, come il numero dei membri effettivi del politburò, ma quella mattina erano 11. Fu così che, attraverso Giulietto, il mondo seppe della scomparsa di uno dei massimi esponenti, Kirilenko (mi pare), della gerontocrazia sovietica.

Sovietologia che gli fu molto utile per decodificare la lotta interna che portò alla elezione di Gorbaciov e, successivamente – ma i tempi erano provvisoriamente cambiati nel senso della trasparenza – per raccontare i contrasti che dilaniarono il gruppo dirigente della perestrojka. In Italia, quando partecipava alle feste de l’Unità, gli toccava di fronteggiare gli attacchi dei nostalgici, fedeli all’immagine dell’Urss paese guida.

Amici e interlocutori di Giulietto e Fiammetta erano in gran parte gli intellettuali che erano stati i giovani protagonisti della stagione delle riforme degli anni 60, Evghenyj Ambartzumov, Len Karpinskij, Egor Jakovlev. Lo storico Roy Medvedev, insieme al quale Giulietto scrisse i suoi primi libri sull’Urss. Cecilia Kin che era stata a Roma, all’ambasciata, durante la guerra, stupenda scrittrice e vivacissima intellettuale. Fra i giovani c’era Sasha Simonova, figlia dello scrittore Kostantin Simonov, premio Stalin, e della critica d’arte Larisa Zhadova, studiosa di Malevich e delle avanguardie russe. C’erano, naturalmente, Viktor Misiano, critico d’arte, con la mamma Karolina e la moglie Karina, la cui casa era un altro punto di riferimento fondamentale per gli italiani a Mosca.

Le lezioni “agli agenti della Cia”

Grande e robusto, con un paio di mustacchi alla georgiana, Giulietto era molto spiritoso e raccontava con gusto la sorpresa degli interlocutori che lo incontravano dopo aver preso un appuntamento telefonico. In russo, infatti, il suono della “o” non accentata è simile ad una “a”. Quindi l’interlocutore si aspettava di incontrare una romantica “Giulietta” italiana.

Quando era ormai un esperto di fama mondiale dell’Unione Sovietica e della perestrojka, fu invitato a tenere lezioni al Wilson Center di Washington, dove stette per un anno, prima di lasciare l’Unità per la Stampa. Lo divertiva l’idea di fare lezione “ad agenti della CIA”.

Giornalista di formazione politica, Giulietto voleva vedere le cose da vicino, aveva coraggio da vendere e, più volte, avventurosamente, era riuscito ad atterrare in Afghanistan. Credo che lì sia nata l’amicizia con Vauro.

Dopo il crollo dell’Unione Sovietica è restato vicino a Gorbaciov e alla Fondazione Gorbaciov, di cui condivideva il sostegno a Vladimir Putin. Segno del suo modo di impastare giornalismo e politica attiva, la sua elezione al parlamento europeo con la lista Occhetto-Di Pietro e poi la candidatura in Lettonia, a nome della minoranza russa.