Riccardi, la sirena degli operai e la ricerca in versi di una comunità

Con una doverosa iniziativa l’editore Garzanti riunisce le raccolte poetiche di Antonio Riccardi in un solo volume, occasione per recuperare testi oramai introvabili nonostante gli esordi risalgano appena agli anni Novanta e agli inizi degli anni Duemila. È una scelta che sottolinea il valore e la linearità dell’opera complessiva di questo autore e che conferma quanto indicato da Maurizio Cucchi per Il profitto domestico: “primo libro importante della nuova generazione”, non “una promessa, ma già un’acquisizione certa per la nostra poesia”.

Riccardi ha saputo mantenere queste premesse e trainare con sé una generazione di poeti importanti come Gian Mario Villalta e soprattutto Mario Benedetti – prematuramente scomparso – del quale Garzanti ha pubblicato pochi anni fa l’opera complessiva. Come per Benedetti, in ampie parti dell’opera di Riccardi la centralità delle vicende umane, la complessità sociale inevitabilmente rapportata alla complessità dell’adattamento del singolo all’interno di contesti ostili o disumanizzati,  rendono profondamente attuale la lettura.

Lettura che certamente va sottratta a una chiave retorica anche quando racconta, ad esempio ne Gli impianti del dovere e della guerra, le vicende degli operai di Sesto San Giovanni, la “Stalingrado d’Italia”.

 

La sirena copriva la città col sacrificio.

A lungo ho sentito solo sentito

la voce della sirena.

Saliva regolando la vita della pianura

e limava ogni cosa al dovere

voltando da sotto la città satellite.

 

 

In questi testi insieme al senso del dovere – centrale nella poesia di Riccardi anche con posizioni critiche – emerge una coralità d’impegno, di riscatto e ridefinizione dell’individuo che fotografa un momento storico nel quale ogni conquista assume comunque un’identità collettiva in antitesi all’attuale percorso di felicità individuale. Il territorio entro cui si muove Riccardi non è però di “semplice” indignazione, come potrebbe essere ad esempio in Stephane Hessel, ma di mutuo soccorso e conforto, fino alle conseguenze più estreme come nei testi dedicati alla figura del padre che, come medico radiologo, assistiva i medesimi operai e che sarà vittima dello stesso destino, morte bianca per malattia professionale. La responsabilità sociale in questo contesto di lavoro straniante può anche vivere d’identità politica, e non retorica, come in questo testo, tra i pochi fondamentali degli ultimi vent’anni.

 

In questo anno Novecentotrentasei

gli elettrotreni

primi veicoli dell’età dinamica

– le fabbriche di Sesto San Giovanni

sono l’Italia, sono la Nazione –

possono duecento chilometri all’ora

e al minimo di resistenza con l’aria.

 

Ma alle fabbriche le maestranze operaie

segnano il lavoro col marcatempo

e sono comuniste per senso di giustizia.

 

Ridurre il pensiero comunista, come è stato fatto negli ultimi giorni dal neo Ministro dell’Istruzione Giuseppe Valditara, a poco più che un’ utopia che “comporta ovunque annientamento delle libertà individuali, persecuzioni, povertà, morte” significa dimenticare questa volontà collettiva di supporto e miglioramento delle condizioni proprie e della propria comunità, volontà che si scontra al contrario con la crudeltà delle macchine, degli impianti e infine, come in Vittorio Sereni, – altro pilastro della nostra poesia – della fabbrica.

In quelle fabbriche, solo ancora più meccanizzate e spersonalizzate, tra qualche anno staranno gli studenti a cui si è rivolto oggi il Ministro, solo che una buona percentuale, nonostante gli studi compiuti in Italia, non potrà dichiararsi italiana perché magari nata in un’altra Nazione. Quale sarebbe potuta essere la priorità di un neo-Ministro, l’inclusione o il racconto (ondivago) di un’esperienza collettiva?

Magari avrebbe potuto fare altro ancora, per esempio avrebbe potuto impegnarsi a portare avanti una campagna sulla sicurezza dell’edilizia scolastica, tema non banale nel nostro Paese, ad elevato rischio idrogeologico e con strutture spesso precarie. Come scriveva Franco Fortini. “È  gran tempo di vedere gli alberi nella loro struttura invernale”.

 

Antonio Riccardi

Poesie 1987-2022

Garzanti Editore