Ricca d’acqua, l’Italia muore di sete e di siccità. Ecco perché

In questi giorni i giornali della mia città, Brescia, sono pieni dell’allarme siccità e in particolare della disputa tra coloro che ritengono che sia necessario cedere acqua del lago di Garda al Po e coloro fieramente decisi a non permetterlo. Il pomo del contendere è il fatto che il Po è allo stremo e le normali attività di irrigazione sono a rischio, ma il livello del lago è molto più basso della media (e diminuisce di 1 cm. al giorno) e non c’è la disponibilità a concedere un maggiore flusso dal Mincio anche perché, dicono i sindaci, sarebbe solo una goccia rispetto alla necessità del grande fiume malato.

Consumiamo troppa acqua

siccitàBisticci e conflitti per l’acqua sono destinati ad aumentare esponenzialmente, se le misure rimangono emergenziali e si riducono a redistribuire, sulla base di pressioni e rapporti di forza fra categorie e settori, una risorsa resa sempre più rara non solo per effetto delle scarse precipitazioni, ma anche dalla disinvoltura di autorità, operatori economici e anche tutti/e noi: infatti siamo ai primissimi posti per consumo pro-capite di acqua, agricoltura e industria godono di tariffe basse e pochi incentivi per consumarla meno e siamo stati da sempre abituati/e a considerarla una risorsa inesauribile e scontata.

Basta mettere in fila qualche numero per rendersi conto che la sempre più drammatica crisi idrica in Italia non è una calamità imprevista ma il risultato di una politica, di un’amministrazione e di media noncuranti, inefficienti e spesso climato-scettici e di un’opinione pubblica distratta. Oltre che di un’osservanza poco rigorosa delle regole europee esistenti ormai dagli anni ’90 del secolo scorso.

Chi mette mano alla dispersione idrica?

Con 69 laghi naturali di oltre 0,5 km² di superficie, 234 fiumi e centinaia di bacini idrici artificiali, l’Italia è il Paese europeo più ricco di acqua. Ma è anche tra i paesi europei a maggiore rischio di desertificazione (oltre 20% del territorio con punte del 40% a sud) e a più larga dispersione idrica, che non è più solo un problema del sud, dove ci sono zone in cui oltre 53 litri vanno dispersi su 100 che vengono immessi negli impianti, ma anche a nord: la media italiana è del 43,7% ben oltre la media europea.

Solo affrontare e risolvere questo problema – cosa tecnicamente perfettamente possibile – avrebbe un impatto positivo enorme anche in tempi di siccità. Di questo tema si parla da decenni, ma a parte molte chiacchiere non è stato fatto molto anche perché la gestione dell’acqua non è vista come una priorità di lungo periodo: ad esempio, negli oltre 200 miliardi di euro disponibili fra prestiti e sussidi per il PNRR ce ne sono oltre 20 per l’alta velocità ferroviaria e solo 4,38 sono destinati all’azione “Invasi e gestione sostenibile delle risorse idriche”, e alla componente di “Tutela e valorizzazione del territorio e della risorsa idrica”.

Le risorse del PNRR

Foto di Sergio Cerrato – Italia da Pixabay

Sta di fatto che 4,38 miliardi sono cosi distribuiti: 2,36 miliardi di euro per le infrastrutture idriche primarie per la sicurezza dell’approvvigionamento (dighe, laghi artificiali, collegamenti tra acquedotti e così via); 0,52 miliardi di euro per l’utilizzo di acqua in agricoltura ; 0,9 miliardi di euro per gli acquedotti e la digitalizzazione delle reti; 0,6 miliardi per fognature e depuratori.

Stanziamenti largamente insufficienti, se si considera che sulla base delle richieste di comuni e regioni sono stati individuati solo per la riparazione delle fognature, miglioramento della qualità dell’acqua e continuità della fornitura, opere del valore di più di 10 miliardi di euro, che non tengono peraltro conto dei costi della pressione aggiuntiva determinata dai cambiamenti climatici e dall’alternanza fra siccità e inondazioni.
Come sempre in Italia ci sono anche diverse difficoltà amministrative irrisolte, a partire dalla frammentazione degli enti preposti (in media ci sono tre enti gestori del Servizio idrico integrato per ogni ATO!) e dalla scarsità di competenze tecniche per la progettazione, la realizzazione, la manutenzione e il funzionamento di fognature, depuratori e acquedotti.

Il peso delle multe europee su depuratori e fognature

A questa evidente sottovalutazione delle necessità di azione e risorse si aggiunge il fatto che l’Italia paga silenziosamente e da anni (dal 2012 e 2018) all’UE delle multe per circa 60 milioni di euro all’anno per condanne per violazione delle direttive su depuratori, fognature e acque reflue; altre infrazioni sono in corso e non sono ancora sfociate in multe, ma è evidente che siamo in una situazione di enorme inadeguatezza, pur dopo i progressi registrati dopo la nomina nel 2020 di un commissario, Maurizio Giugni, dedicato alla soluzione di queste procedure.

Foto di Gerd Altmann da Pixabay

Come per altri settori coperti dal PNRR, c’è poi il rischio reale che la maggior parte delle opere vengano concentrate nelle parti del paese meglio organizzate e in grado di realizzarle nei tempi certi richiesti dalla UE, aspetto questo che non farebbe che aumentare il divario tra il nord e il sud, dove più di un milione di persone sono ancora soggette a discontinuità e razionamento nel servizio idrico.
Inutile dire che le tecnologie, le conoscenze e le potenzialità della ricerca per affrontare il gravissimo problema della gestione dell’acqua in tempi di cambiamenti climatici esistono e sono sempre più diffuse ed accessibili: ma anche in questo caso, è necessario convincersi che è necessario cambiare molte cose nel modo in cui concepiamo la vita con la nostra “sorella acqua”.

La questione climatica cambia tutto

C’è infatti un legame diretto fra la convinzione di molti/e che i cambiamenti climatici non siano un problema che davvero “cambia tutto”, come recita un famoso libro di Naomi Klein, che in fondo non c’è urgenza e che non si possa fare a meno di dipendere dai combustibili fossili o di usare plastica a tutto spiano.

E l’idea che alla crisi idrica non ci siano soluzioni tranne quella di elargire sussidi e aiuti agli operatori colpiti o rassegnarsi a litigare sulle poche riserve che ci sono, come nel caso sopracitato tra Po e Lago di Garda.
Questo rivela l’incapacità di vedere che è possibile affrontare quando non risolvere i problemi legati al cambiamento del clima, ma per farlo bisogna sapere quali essi siano, darsi gli strumenti per trovare le soluzioni, condividerle ed essere disposti a cambiare.
Io sono convinta che in Italia non si riuscirà ad affrontare questo crescente problema fino a che non entrerà nella testa a tutti/e coloro in grado di decidere che bisogna mettere in atto vere e proprie trasformazioni a tutti i livelli, che se ben fatte, lungi dal rappresentare un “bagno di sangue” saranno l’unica garanzia di stabilità sociale, qualità della vita, benessere economico e conservazione dell’ambiente.