Ricatti, litigi e retromarcia. Sulla Legge di Bilancio la destra fallisce la prima prova

Pur con una maggioranza parlamentare larghissima, frutto della nettissima vittoria elettorale del 25 settembre, la destra al governo sta mostrando tutti i suoi limiti politici, programmatici, istituzionali, facendo una figuraccia nella prima importante prova com’è la Legge di Bilancio 2023. Siamo quasi a Natale ma solo oggi, se non ci saranno ulteriori rinvii, il testo arriverà alla Camera per il primo voto di fiducia. Il documento è stato blindato da Giorgia Meloni e del ministro dell’Economia, Giancarlo Giorgetti, per evitare che continui la bagarre indecente degli ultimi giorni.

C’è stata una proliferazione di emendamenti non concordati tra parlamentari della maggioranza e l’esecutivo. Poi tentativi di introdurre un provvedimento d’impunità per i reati fiscali (c’è la mano di Forza Italia), la proposta di libera caccia ad animali selvatici nelle città, oltre a quella del “bonus disco”. E anche l’idea di varare una nuova tassa sulle banche per finanziare un credito d’imposta a favore di quelle categorie costrette a usare il terribile Pos. Quindi per recuperare qualche euro il ciellino Maurizio Lupi ha pensato di dare il colpo di grazia al reddito di cittadinanza che, pur discutibile, ha salvato un milione di persone dalla povertà. Siamo arrivati al punto che il testo, atteso alla Camera e dopo Natale al Senato per il voto finale, è tornato all’improvviso in commissione perché i parlamentari della destra e il governo non si erano resi conto che era stato approvato un emendamento delle opposizioni per aiutare i comuni con 450 milioni di euro, fondi che non ci sono. La situazione è scappata di mano all’esecutivo. Il segno del disastro è stato la decisione di Meloni di rinviare la comparsata nel salottino di Bruno Vespa per spiegare agli italiani la sua prima manovra. Se si rinuncia a Vespa l’allarme è rosso.

Per Meloni l’incubo che la maggioranza si sfilacci

Salvini, Berlusconi, Meloni, Lupi: leader della destraSi può usare un po’ di comprensione e concedere al premier Meloni e ai suoi sodali la giustificazione che il governo ha avuto poco tempo per mettere a punto la manovra e ha dovuto accelerare, incappando in qualche incidente, per evitare l’esercizio provvisorio. Sarebbe stato un brutto segnale per la destra neofita di Palazzo Chigi, ma è già successo in passato per altri governi. Non crolla il mondo se si vuole prendere più tempo per proporre un Bilancio migliore. Ma non è questa l’urgenza. La priorità del premier è evitare che la maggioranza si sfilacci alla prima prova importante, come già si vede. Ora bisogna sperare che nel voto alla Camera e al Senato non ci siano sorprese, nuove defezioni, altri ricatti da parte di quegli interessi diversificati della maggioranza che sono stati bloccati nel loro tentativo di mettere qualche bandierina sul provvedimento.

La Legge di Bilancio dispone di poche risorse (circa 35 miliardi), quasi due terzi vanno a coprire il caro bollette e il resto si perde in mille rivoli che non produrranno nulla. La destra, però, pur non riuscendo a mantenere le promesse elettorali, che erano davvero poco credibili, mantiene sulla manovra la sua cifra reazionaria, riducendo le risorse per l’Istruzione e la Sanità che necessitano di stanziamenti più elevati, almeno per compensare il peso dell’inflazione che rimane attorno al 12% su base annua. La pandemia ha causato in Italia circa 180mila morti con oltre 23 milioni di contagiati. Il dramma vissuto dai cittadini, le ripetute denunce sulla scarsità di risorse, sull’inadeguatezza delle strutture, sulla mancanza di personale sono elementi ancora ben presenti nel Paese. Così come le promesse e gli impegni politici a rafforzare il sistema della Sanità pubblica per evitare in futuro tragedie come quelle del Covid. Però non sono previste risorse aggiuntive per la sanità che vedrà il suo peso scendere dal 7,1% del Pil al 6,1%, con un ammanco di almeno 20 miliardi di euro. Mentre la salute e la scuola sono penalizzate, lo Stato spenderà un miliardo di euro per consentire la cancellazione di cartelle fino a 1000 euro, la chiamano “pace fiscale”, è il solito condono.

Che ne sarà del Mes?

Per le prospettive del Paese, in attesa del rallentamento dell’economia che potrebbe determinare anche una fase di recessione prima del rimbalzo nel 2024, la Legge di Bilancio non offre risorse adeguate e nemmeno una visione di crescita, d’innovazione e di giustizia sociale. Molto più importanti, a ben vedere, saranno gli impegni europei dell’Italia e la realizzazione degli investimenti del PNRR con i fondi comunitari, su questi fronti il governo Meloni ha già mostrato incertezza e sbandamenti. Perdere questa occasione sarebbe gravissimo, penalizzerebbe il futuro dell’Italia. C’è, poi, all’orizzonte una questione politica su cui si giocherà la credibilità del governo Meloni in Europa. Siamo l’unico Paese a non aver approvato il Meccanismo europeo di stabilità (Mes), il cosiddetto fondo salva-Stati, che, tra l’altro, ci garantisce 37 miliardi di euro per la Sanità. Questo è un passaggio delicatissimo: possiamo restare in Europa oppure seguire Salvini.