Una divina Saffo nella basilica ipogea
di Porta Maggiore

Uno dei luoghi più fascinosi di Roma, fra Porta Maggiore e piazzale Labicano, mix di antico e moderno novecentesco, con lo sferragliare dei tram, lo Scalo San Lorenzo, le mura Aureliane e il transito dell’Alta velocità, nasconde nelle sue viscere un luogo altrettanto fascinoso. La misteriosa, anzi è appropriato dire misterica, basilica ipogea degli Statili.

Scoperta per caso nel 1917 durante i lavori della ferrovia Roma-Cassino, la basilica sotterranea, citata negli studi di Jerome Carcopino, è stata a lungo dimenticata, se si fa eccezione per l’armatura in cemento che la protegge dal 1951.

Laser e realtà aumentata

A un secolo di distanza dalla prima scoperta, nel 2017, è partito il progetto che utilizza le proprietà microchirurgiche del laser per il restauro e la luce per restituire agli ambienti l’illusione della illuminazione naturale delle origini, nonché la visione in realtà aumentata dei decori in stucco che abbelliscono l’abside, le tre navate e il vestibolo degli ambienti sotterranei.

A sostenere le spese della soprintendenza speciale di Stato, contribuisce la Evergete Fondation, che prende il nome dal titolo antico con cui i greci appellavano gli stranieri benemeriti. Non, dunque, uno sponsor ma un mecenate che raccoglie fondi da ricchi che restano anonimi.  Nei giorni scorsi la presentazione del compimento del restauro della intera parete sinistra. E la speranza della soprintendente Daniela Porro di continuare a collaborare con Evergete è confortata dalle parole di ammirazione del rappresentante della Fondation svizzera, Bertrand du Vignaud, per “la qualità del lavoro dei restauratori italiani”.

Il suicidio di Saffo

Nell’abside è la scena del suicidio di Saffo. Rappresentazione dolce e non tragica poiché ad attenderla sull’altra riva è Apollo e, nell’acqua del mare galleggia, con un mantello ad accogliere, una nereide. Una Nike che tiene nelle mani alloro e palma, nell’ordine sottostante, accresce il tributo di gloria alla poetessa. C’è un senso di pace, di transizione verso una vita eterna ma del tutto pagana. Sentimento che doveva essere accresciuto in antico dall’azzurro con cui era colorato l’ambiente absidale della basilica. Uno smalto che si chiama fritta egizia, dato da vetro e metallo triturati e cotti e poi stesi sulla superficie concava. Ne rimangono tracce in alto e in basso, dove la basilica doveva essere già interrata, quando un artigiano dell’Alto medioevo, intorno al 700 d.C., scalpellò con meticolosa pazienza tutto il colore che poteva raggiungere salendo su uno sgabello.

Giovanna Bandini, coordinatrice del restauro insieme a Chiara Scioscia Santoro, nel raccontare i retroscena di ciò che vediamo, fa notare che le figure femminili sono prevalenti in tutte le decorazioni a stucco. È quindi probabile che il monumento glorificasse una donna importante della gens Statilia. O una ragazza – come piace pensare a me – amata e scomparsa, o amante scomparsa, simile per temperamento alla divina Saffo.

È questo luogo, che è sempre stato sotterraneo, una tomba o un aula per riunioni misteriche, di una setta neopitagorica, come si tramanda a causa dei tragici eventi che misero fine al potere e al benessere della famiglia all’epoca dell’imperatore Claudio e di Agrippina?

Un uso non esclude l’altro e il monumento funebre risalente all’ultimo periodo di età augustea potrebbe essere successivamente, o anche contemporaneamente, stato utilizzato per le riunioni orfiche dei “mathematici”.

Gli Statili, homines novi

Gli Statili, di probabile origine lucana, non facevano parte dell’aristocrazia senatoria, erano diventati ricchi e potenti all’epoca di Ottaviano. Homines novi su cui l’imperatore costruì il suo potere. Tito Statilio Tauro fu console e proconsole di Ottaviano in Sicilia, dove combatté la pirateria organizzata da Sesto Pompeo, e in Africa, dove governò non solo con la spada ma anche organizzando molto bene l’agricoltura. Combatte nella battaglia di Azio nel 31 a.C. e fu console in Spagna. Nominato prefectus urbis a Roma, morì probabilmente intorno al 10 a.C.

Altri Tito Statilio Tauro si succedono nella famiglia fino a quando, nel 53 d.C., l’ultimo Tito Tauro viene denunciato per empietà e superstizione e costretto al suicidio. Sembra che la mandante che portò al processo diffamatorio sia stata Agrippina, moglie di Claudio e madre di Nerone, interessata alla confisca dei ricchissimi Horti Tauriani.

Anna De Santis, direttrice del monumento, racconta che si è probabilmente trovato il nome del finissimo artigiano che ha realizzato i finissimi stucchi della basilica sotterranea, sarebbe il tector Secundus Taurianus, probabilmente un liberto alle dipendenze della grande famiglia, che è citato in un colombarius conservato nei depositi delle Terme di Diocleziano.

Fra le tante cose che rendono unico questo monumento della Roma nascosta c’è il sistema di illuminazione, l’edificio sotterraneo prendeva luce da un lucernario nel vestibolo che riproduce la pianta della basilica.