Restare in contatto, la poesia (e la vita) nella trama fitta delle cose

Il dibattito pubblico sulla guerra in Ucraina ha messo in evidenza come, spesso, si ragioni sulle cose affinché tutto rientri, in maniera coerente, nel proprio schema mentale. A volte la teoria è un luogo dolce, in cui ritrovare sempre una linea da seguire in mezzo al caos: eppure, la teoria non è nulla senza un serrato confronto con il reale, che sbatte e preme contro i nostri corpi. Ignorarlo significa ferirsi.

Tra un correttivo e l’altro, esaminare
la trama fitta, la luce del giorno
il tavolo pieno, la sedia vuota
un ragazzo fuori oltre la finestra
un neo sotto lo zigomo, la mappa
strappata del mondo che ci ospita.

Notare l’impossibilità di cedere
alla rassicurante presenza di un altrove

in cui sbattere, trovarsi, perdersi.

Pensare a come scriverla, a come dire
questa dispersione, questo girare
attorno alle cose senza toccarle
senza sapersi nei frammenti esposti
al vortice quieto del mondo, senza
gridare e mettersi a nudo là fuori.

Ricordarsi di una mattina di novembre
un taglio profondo di luce, le tue mani

la stasi morbida, la primavera.

È affascinante notare come questa poesia di Tommaso Grandi neghi uno dei più importanti poteri della letteratura: la possibilità di immaginare altri mondi, di provare a costruire con le parole un’alternativa all’esistente. Di fatto, l’immaginazione da motore per l’utopia può trasformarsi in una forma di escapismo, in una sorta di eden mentale che anziché spingere all’azione trascina verso l’apatia. Usando, però, l’infinito con funzione di imperativo, il testo sembra voler scuotere il lettore dalla «rassicurante presenza di un altrove» e di costringerlo a «esaminare» la «trama fitta» delle cose che compongono «il mondo che ci ospita».

Tuttavia, non è un invito ad assumere uno sguardo romantico sulle cose, che si proietta nel paesaggio che lo circonda, ma lo sguardo esaminatore di chi gira «attorno alle cose senza toccarle», quasi come se non dovesse contaminarle, andando alla ricerca di una conoscenza pura dell’oggetto. La voce poetica non deve «sapersi» nei frammenti del mondo, né «mettersi a nudo là fuori»: è come se dovesse essere una coscienza oltre il piano delle cose, una sorta di sguardo da un’altra dimensione che si limita a registrare l’esistente, senza influenzarlo attraverso il proprio punto di vista, il proprio pregiudizio, il proprio modo di sentire. È uno sguardo che deve uscire dallo spazio che osserva.

Nella prima parte, come già si è detto, i verbi sono all’infinito, con funzione di imperativo: la voce poetica sogna un mondo senza più cronologia, dove il tempo è puro. Tale voce aspira al potere del Verbo divino, in cui il comando si trasforma direttamente in essere. Fin tanto che si incontrano i verbi all’infinito, questa poesia resta metaletteraria: non mostra questo nuovo sguardo assolutamente oggettivo, ma si limita a parlarne, a descriverlo.

Solo nei versi finali, la poesia sembra conformarsi a quanto indicato nella prima parte: qui i verbi scompaiono e si finisce in un accumulo di nomi. La scomparsa del verbo è anche la scomparsa del tempo: le cose esistono sfilacciate dall’essere, chiuse in loro stesse. Il nome, nel linguaggio, indica un’entità considerata nella sua fissità: lo sguardo puramente oggettivo non è lo sguardo divino, ma lo sguardo di un mondo completamente privato da ogni dimensione divina. È uno sguardo senza Uno, uno sguardo senza una visione del Tutto. Una rappresentazione della «dispersione», un mettere le cose una dietro l’altra senza, però, doverle considerare legate tra di loro.

Pensare a un mondo senza Uno, significa pensare a un mondo che non può essere completamente e interamente controllato: il mondo può sfuggire agli schemi, anzi il mondo è ciò che resiste agli schemi. Un mondo che va conosciuto nell’elenco delle sue entità, prima che nei suoi verbi, che cercano in qualche modo di governarlo attraverso il riquadro di una storia, fatto di rapporti di causa ed effetto o di intenzione/azione. È un mondo che contempla il caso: ciò che non risponde a una logica, ciò che non può essere acciuffato da nessun pensiero né rinchiuso in nessuna teoria.