“Resistete, fermate la guerra”. Cinque studenti e un prof, la Rosa Bianca

Sophie e Hans Scholl, Alexander Schmorell, Christoph Probst e Willi Graf gli studenti, Kurt Huber il professore che si era unito a loro non solo perché aveva le stesse idee e la stessa passione, ma anche perché voleva essere, fino in fondo, il loro insegnante. I nomi del gruppo della Weiβe Rose, la Rosa Bianca, l’organizzazione studentesca di ispirazione cattolica che cercò di far capire ai tedeschi l’infame insensatezza della guerra e la mostruosa inumanità del nazismo, sono molto conosciuti. Tante scuole sono dedicate alla loro memoria (alcune anche in Italia), la loro storia è raccontata in diversi libri ed è stata ricostruita in due bellissimi film, il primo di Michael Verhoeven nel 1982, il secondo di Marc Rothemunds nel 2005. Eppure, lo sappiamo, la lezione che anche quei ragazzi e il loro professore ci hanno consegnato, insieme con tutti coloro che ebbero il loro coraggio e la loro intelligenza, rischia di perdersi in un momento come questo che stiamo vivendo, quando vecchi fantasmi e infamie mai morte tornano a fare paura. E allora prendiamoci un momento per riproporla, quella lezione di vita.

Sophie, Hans e Christoph furono processati e decapitati nello stesso giorno, il 22 febbraio del 1943, nella loro città, Monaco di Baviera. Nei giorni successivi toccò ai loro compagni e al loro professore. Gli studenti avevano tutti poco più di vent’anni, ma non erano giovani abbastanza per i padroni della Germania di allora: anche gli studenti, da che c’era la guerra, andavano al fronte. Proprio al fronte i ragazzi avevano aperto gli occhi davanti all’assurdità del destino che condannava un’intera generazione a uccidere o ad essere uccisa. E avevano misurato la distanza tra quegli imperativi della morte e le loro convinzioni religiose. Quando tornarono a Monaco presero contatto con esponenti della comunità cattolica che, rifiutando l’atteggiamento di pavida neutralità di una parte della gerarchia ecclesiale, cercavano il modo di far sentire la voce dell’opposizione morale al nazismo. Loro riferimenti furono alcuni parroci bavaresi che avevano avuto il coraggio di predicare dal pulpito il dovere dei cristiani a rigettare la pagana immoralità dell’ideologia nazista e il movimento giovanile Quickborn (sorgente di vita) ispirato dal sacerdote d’origine italiana Romano Guardini.

Nella primavera del ’42, su iniziativa soprattutto di Sophie, il gruppo, che intanto si era dato il nome della Rosa Bianca, produsse un volantino in cui, richiamando i valori cristiani, si denunciavano le insensatezze, le immoralità e le ipocrisie del regime e che si concludeva con un appello: “Fate resistenza, ovunque vi troviate; impedite che la macchina da guerra continui a funzionare, prima che sia troppo tardi e che le nostre città diventino un ammasso di rovine”. Seguirono nei mesi successivi altri tre volantini, in cui si sviluppava il pensiero politico della Rosa Bianca, ispirato al pacifismo e a un progetto di convivenza tra le nazioni da realizzare in un’Europa federale. Gli argomenti erano indirizzati soprattutto al mondo universitario e all’intelligencjia e nei testi si citavano i grandi del pensiero cattolico e della cultura tedesca, da Sant’Agostino a Rilke a Goethe, Schiller, Novalis. I volantini venivano distribuiti clandestinamente all’università Ludwig-Maximilian di Monaco, ma dopo qualche tempo cominciarono a circolare nelle scuole, nelle chiese, nei mercati, perfino in qualche caserma. All’inizio soltanto a Monaco e in Baviera, ma poi, spediti per posta, cominciarono ad arrivare in molte altre città della Germania e in Austria.

I ragazzi della Weiβe Rose non furono gli unici a svolgere a questa attività nel Reich. Tra le molte storie di coraggiosi che si dedicarono a questo tipo di propaganda antinazista c’è quella, che venne raccontata nel romanzo di Hans Fallada “Ognuno muore solo”, dell’operaio berlinese Otto Hampel e della moglie Elise, che riuscirono a scrivere e a recapitare in case private e luoghi pubblici centinaia di cartoline di denuncia del nazismo e della guerra scritte da lui in bella calligrafia prima di essere scoperti e giustiziati.

All’inizio di febbraio, le notizie che cominciano a circolare sulla tremenda sconfitta che la Wehrmacht ha subìto a Stalingrado e le testimonianze sulle sofferenze dei soldati su quel fronte che trapelano dalle lettere nonostante la severissima censura, creano una certa tensione nella popolazione civile di tutto il Reich. Un’agitazione, un malcontento di cui si ha riscontro nei rapporti della Gestapo. Allora, sempre su iniziativa dell’instancabile Sophie, il gruppo decide di intensificare l’iniziativa e di coinvolgere il professor Huber, del quale sanno che è rimasto sconvolto dai racconti dei suoi studenti rientrati dal fronte sulle atrocità delle SS e sulle uccisioni di massa degli ebrei degli Ersatzkommando nei paesi dell’est occupati. Sarà proprio il professore a scrivere buona parte del quinto volantino, che verrà distribuito come gli altri.

A metà febbraio l’attività del gruppo è diventata quasi un’abitudine. La Gestapo fa di tutto per individuare gli autori e i distributori dei testi proibiti. Molti studenti vengono interrogati, le aule setacciate, professori e personale invitati perentoriamente a fornire indicazioni e a riferire sospetti. Ma i ragazzi si sentono al sicuro. Troppo. Il 18 febbraio Sophie decide un’azione temeraria e clamorosa: sale all’ultimo piano dell’atrio dell’Università e lancia un pacco di volantini che volteggiano per tutto l’ambiente. Ma un uomo addetto ai servizi, un nazista convinto, la vede. Sa chi è. Corre al posto di polizia e la denuncia. Sophie viene portata alla Gestapo. Sarà interrogata e torturata per tre giorni ma sosterrà sempre di aver agito da sola. Ma gli investigatori ormai sono sulle tracce del gruppo e nei due giorni successivi tutti vengono catturati.

La punizione deve essere esemplare. Quei ragazzi e quel professore hanno fatto azione di sabotaggio della guerra, tradito la patria, chiamato all’insubordinazione, insultato Hitler e il nazismo. Non c’è altra pena possibile che la morte. Il processo si apre e si chiude il 22 febbraio davanti al Volksgerichtshof, il tribunale speciale creato dai nazisti. La corte è presieduta dallo stesso presidente del tribunale, Roland Freisler, giudice famoso per la sua feroce severità e per l’abitudine di umiliare gli imputati. Ma i tre ragazzi sono sereni e non si lasciano provocare. Sophie, con voce ferma, rivendica la giustezza di quanto hanno fatto. La sera stessa i tre vengono portati sul luogo dell’esecuzione. Sugli ultimi momenti della loro vita c’è la testimonianza di uno dei carnefici: “Non ho mai visto una donna e dei ragazzi affrontare la morte con tanto coraggio e tanta serenità”.