Matteo Renzi,
un declino
in car sharing

E rieccolo. Già conferenziere ben retribuito all around the world, membro autorevole della Future Investment Initiative, la fondazione onnipotente del principe ereditario saudita Mohammed bin Salman, Matteo Renzi si è appena innestato nel CdA di Delimobil, grossa società di car sharing del nostro concittadino Vincenzo Trani che sta andando a mille in Russia (e poi vedremo perché). Renzi è di quei politici omnibus che nella prestazione lucrativa (a pagamento, insomma) riescono a provare piacere come le etère e le cortigiane più dissolute e affascinanti, lasciando immaginare una morbida, piaciona dissolutezza morale perfettamente al passo coi tempi.

In una intervista-dialogo col principe succitato a Ryad, Matthew chiese immediatamente e polemicamente conto dell’omicidio – lo fecero a tocchetti nel consolato dell’Arabia Saudita a Istanbul – del giornalista dissidente Jamal Khashoggi… ma no, cosa andate a pensare, nessuna polemica inelegante, quello con Mohammed bin Salman fu un rapporto completo in corrispondenza di amorosi sensi, con Renzi in stato di eretismo laudatorio, arrivato, nell’acme del piacere, a sciogliersi per “il nuovo Rinascimento saudita” e ad invidiare il costo del lavoro nel colosso della penisola arabica, dove, come è noto, le parole “contratto”, “sicurezza nei cantieri” e “diritti” sono ritenute impure come il lardo di Colonnata.

Splendido quarantaseienne, allevato nel Partito Popolare, cresciuto nella Margherita e confluito nel Pd prima della definitiva consacrazione a conducator di “Italia Viva”, scheggia di centro-centro molto lib e poco lab, il politico globe-trotter di Rignano fiorentino dimostra in abbondanza che spesso gli affari sono la prosecuzione della politica con altri mezzi e viceversa, il campo della favola dove sono sepolte le monete d’oro che solo i fessi non si mettono a cercare. Non esattamente il cursus honorum preferito da un Pepe Mujica o un Pertini, ma un bel po’ di stoffa ci vuole egualmente per garantire appoggi cruciali in Parlamento e presenze attive a coalizioni elettorali, secondo i riti antichi e accettati del pentolone politico italico, dove i meno cinici sanno che il maggioritario è un buon orizzonte ma gli scaltri con occhio lungo sanno che perfino nel maggioritario si possono trovare comode nicchie prima delle elezioni e del resto in Europa ormai il tripolarismo va molto di moda. A Renzi non tutte le ciambelle escono col buco, anzi, nel buco ci è caduto con le grandi riforme e i sogni di rottamazione di un ceto politico del Pd maturo per la definitiva giubilazione, tornando però presto a galleggiare, a investire con buone rendite di posizione politica nonostante il ridotto esercito di voti a disposizione (parliamo di comunali, Renzi se n’è andato dal Pd nel 2019 dopo aver goduto del viatico elettorale della Ditta, come segretario, l’anno prima).

Doroteo se non in minigonna, con ampio spacco sulla coscia, ex scout non inviso ai ciellini, è passato dall’esaltazione del maggioritario (negli anni più verdi) all’opera di riassemblaggio di un centro presentabile in Europa, a far da prezioso ago della bilancia nei confini patrii. Proporzionalismo addio, ma con un occhio alla propria fetta di torta. I maliziosi e i cronisti di giudiziaria hanno aperto su di lui un fascicolo imponente, dai tempi della sua presidenza della Provincia di Firenze (poca cosa in realtà, ma il contatore geiger della disinvoltura cominciava a vibrare: nominare un collegio di direzione provinciale di quattro direttori generali al posto di uno, come da Statuto, segnalava già una forte vocazione) al big game del suo entourage negli anni governativi. Dalla casa fiorentina abitata senza sborsare moneta perché di proprietà dell’amico imprenditore e di polipeschi appetiti economici Marco Carrai alle accuse di finanziamento illecito e false fatturazioni, con 700.000 euro versati dall’agente tv Lucio Presta a Renzi, una buona metà per il documentario “Firenze secondo me”, con protagonista l’ex primo cittadino del capoluogo toscano. Un cachet, stante la prestazione, esageratino.

Matthew è davvero un piazzista fenomenale. Bravo a shakerare massimi sistemi e costellazioni di valori – sempre “moderni”, sempre “nuovi”, in linea con “le sfide che ci chiedono l’Europa e il Mondo” – con una redditizia pervasività che lo vede secondo solo a Tony Blair nello spremere una rendita non più di posizione ma di ex posizione (quella di capo del governo). Un coltivatore diretto di rapporti d’ogni tipo, basta che possano fruttare altri rapporti e altre chiavi d’accesso. Nessuno come lui prova e pure un po’ ci riesce a restituire di sé un’immagine fresca e accattivante, a velare una spregiudicatezza da surfista globale della politica d’affari. Dall’Arabia saudita al CdA di Delimobil, società in via di massima conquista del mercato russo grazie a una linea di credito di 75 milioni di dollari garantita da Yuri Soloviev, banchiere putinista.

Delimobil ha sede in Lussemburgo, verrà quotata a Wall Street e, in un corto circuito rabbrividente, da Italia Viva aggiungono che “il senatore Renzi, da sempre convinto dell’importanza di valorizzare le competenze degli imprenditori italiani in tutto il mondo, sarà al fianco del dottor Trani in questa sfida”. Ve lo immaginate l’ufficio stampa della Dc che informa, senza fare una piega, anzi con sussiego aziendale, sull’ingresso di Benigno Zaccagnini nel consiglio di amministrazione della Hertz? A insaponata ulteriore la chiosa, perfettamente renziana: “Il settore della sharing economy, delle Smart cities e della mobilità sostenibile è uno dei più affascinanti per il futuro del pianeta”. Dalla Leopolda alla Svetlana è un passo.

Molti politici, com’è naturale dalla notte dei tempi, hanno unito al dovere della rappresentanza il piacere di mettere le mani nella dolce marmellata degli affari, di far girare a mille il volano delle opportunità per sé e per gli amici. Fino all’altro ieri un velo di benedetta ipocrisia, nel segno dell’opportunità, consigliava di non esporsi, di marcare almeno una separazione di facciata tra Stato e Fatturato. Renzi, non sognandosi nemmeno di essere in possibile conflitto d’interessi, espone, da senatore della Repubblica, il nuovo incarico come una mission per il bene cosmico. Un genio, che prenota il suo bel posticino nella commedia umana del terzo millennio.