Regno Unito: storica affermazione del Sinn Fein, Johnson colpito

Elezioni amministrative in Regno Unito: Sinn Fein primo partito in Nord Irlanda, disastro dei conservatori, e Labour in chiaroscuro Le elezioni locali tenutesi lo scorso 5 maggio in Regno Unito restituiscono importanti segnali di crisi della politica britannica, a partire dalla storica vittoria dei repubblicani dello Sinn Fein, che vogliono la riunificazione con l’Irlanda, alle elezioni per il rinnovo dell’assemblea dell’Irlanda del Nord. Partendo dai dati, i conservatori del primo ministro Boris Johnson sono unanimemente considerati gli sconfitti di questa tornata elettorale, avendo perso il controllo di 11 councils e circa 500 consiglieri in tutta la Gran Bretagna. Chi ne ha beneficiato relativamente di più è stato il Labour, il quale in totale si ritrova in totale a controllare 6 councils e 115 consiglieri in più. Le vittorie laburiste sono però da circoscrivere prevalentemente alla città di Londra e al Galles, dove il partito beneficia di una leadership locale, Mark Drakeford, leader della sinistra laburista e vicino a Corbyn, a capo dell’amministrazione devoluta del piccolo paese a ovest dell’Inghilterra. A Londra sono arrivate vittorie in aree storicamente conservatrici come Westminster, Wandsworth e Barnet.

Al di fuori di Londra, spiccano i 67 consiglieri in più in Galles e poco altro. Non è arrivata un’inversione di tendenza nella cosiddetta Red wall, ovvero il nord-ovest dell’Inghilterra, una volta roccaforte rossa, dove i conservatori continuano ad ottenere consensi. Un sondaggista elettorale di rilievo nazionale, Sir John Curtice, ha rimarcato come al di fuori di Londra il Labour ha fatto peggio di 5 anni fa in termini assoluti, ovvero quando il partito era guidato da Jeremy Corbyn. Si aggiungono a queste considerazioni risultati non esaltanti, come i councils persi dal labour a Tower Hamlets, roccaforte di sinistra a east London, ad Harrow, periferia a nord-ovest della capitale, e in centri come Kingston-upon-Hull, in quest’ultimo a vantaggio dei liberal-democratici.

Se il risultato laburista non è netto, i liberaldemocratici e i verdi hanno visto un importante avanzamento a livello elettorale. I libdem hanno conquistato 3 councils e più di 220 councillors in Gran Bretagna, mentre i verdi hanno raddoppiato il numero di councillors, passando da 72 a 157, un risultato frutto spesso di un voto di protesta di sinistra che non apprezza la leadership di Keir Starmer. Infine in Scozia, lo Scottish National Party è riuscito a consolidare il proprio dominio aumentando ulteriormente il numero dei propri consiglieri per lo più ai danni dei conservatori.

La debacle conservatrice può essere spiegata da diversi fattori. Il primo è sicuramente legato alla crisi economica che sta montando nel paese. Il combinato disposto di inflazione, aumento delle tasse e costo della vita rappresenta un ovvio motivo di malcontento nella popolazione, che in buona parte non si fida né di molti frontbenchers di governo, né delle prospettive politiche che stanno offrendo. Il secondo è lo scandalo partygate, che ha contribuito molto negativamente a livello di immagine e di fiducia, ed anche per questo Johnson si trova in difficoltà a difendere la propria leadership. L’impatto di questi due fattori è stato diverso nelle varie aree del paese, e si è intrecciato – come è giusto che sia in elezioni amministrative – a dinamiche locali specifiche. In una città come Londra, largamente popolata da una classe media salariata, l’impatto del costo della vita è stato molto forte, cosi come il costo della casa, sia da affittare sia da acquistare, è aumentato in maniera tangibile. Si aggiungono poi vicende locali, come lo sperpero da 6 milioni di sterline del council conservatore a Westminster per costruire un’oscena collina artificiale a Marble Arch, chiusa al pubblico pochi mesi dopo essere stata aperta a cause di proteste dei residenti.

Keir Starmer
Keir Starmer

Rispetto a questi fattori nazionali e locali, l’organizzazione territoriale del partito laburista ha avuto un ruolo diverso a seconda dell’area del paese. È importante ricordare che, a differenza dei partiti italiani, il labour party ha ancora una struttura pesante, con un’organizzazione e delle attività territoriali ben definite. Sebbene il labour abbia perso decine, se non un centinaio di migliaia di iscritti negli ultimi due anni di leadership di Starmer, il partito ha beneficiato, in particolare a Londra, dell’onda lunga di attivismo ed organizzazione locale esploso con l’elezione di Corbyn nel 2015. Rispetto a questo, la leadership di Corbyn ha portato il labour ad essere il partito progressista con più iscritti in Europa, arrivando ad avere mezzo milione di membri nei momenti di maggiore partecipazione. La successiva sospensione dell’ex leader per una controversa vicenda legata alla sua gestione dei casi di antisemitismo nel partito, e l’esclusione dal governo ombra di Rebecca Long Bailey, parlamentare della sinistra labour, sono solo due eventi che hanno testimoniato la lotta interna al partito per marginalizzare la corrente di sinistra. Ciononostante, parte di quel patrimonio costruito tra il 2015 ed il 2019 non è del tutto svanito nella capitale, e ha pesato nella campagna elettorale, con una presenza e un attivismo che 5 anni fa era inesistente in molte aree della città come Westminster. Lo stesso non è accaduto nel resto del paese, e in particolare nel nord-ovest, dove il labour non è riuscito ancora ad interrompere un processo di distacco degli elettori dal partito che è iniziato negli anni 90 e che procede inesorabile. E questo nodo irrisolto rappresenta un limite importante per le aspirazioni di Starmer di diventare primo ministro.

Al momento non appare chiaro come la leadership laburista intenda recuperare i seggi persi quantomeno nelle aree una volta laburiste e i sondaggi prevedono un parlamento “hung”, sospeso senza maggioranza. C’è inoltre il forte timore che Starmer possa essere messo ulteriormente in difficoltà da un beergate – analogamente a Jonhson pare non avrebbe rispettato le regole anti-covid negli scorsi mesi.

Le elezioni locali sono comunque un indicatore relativo di quello che potrebbe accadere in una general election. Oltre al già discusso caso di Westminster, alcune dinamiche paradossali hanno portato a risultati inattesi. Un esempio è il caso di Barnet, dove il Labour ha inaspettatamente vinto, conquistando però dei seggi più per mancata affluenza che per aumento dei voti. È successo nell’area di West Hendon a Barnet, dove alle amministrative del 2018 i candidati laburisti risultarono non eletti avendo ottenuto circa 300 voti in più rispetto a questa tornata elettorale.

Tuttavia, i risultati delle elezioni locali inglesi sono stati completamente oscurati dalla simbolica vittoria dello Sinn Fein, lo storico movimento pan-irlandese che lotta per la riunificazione dell’isola. Per la prima volta nella storia del Nord Irlanda infatti, il partito che fu di Gerry Adams, è risultato primo per numero di voti (29%) e seggi (27), davanti al partito democratico unionista (DUP) che si è fermato al 21% (24 seggi). Si tratta di un momento storico importante, che fa il paio con le elezioni della Repubblica D’Irlanda del 2020 anch’esse vinte dallo Sinn Fein, anche se soltanto in termini di voti (25%) in quanto il partito non aveva presentato abbastanza candidati. Di fatto sia il “sud” che il “nord” dell’isola (come li chiama lo Sinn Fein che rifiuta l’espressione “Northern Ireland”) hanno per la prima volta in un secolo di storia votato a maggioranza per lo stesso partito.

Si tratta ovviamente degli effetti collaterali della Brexit sostenuta con incauta convinzione dagli unionisti del DUP (che ressero per un paio di anni il traballante governo di Theresa May salvo poi contribuire ad affossarne l’accordo) per poi finire “traditi” dal protocollo aggiunto last minute da Boris Johnson che prevede una maggiore integrazione del Nord Irlanda alle regole del mercato unico europeo, con la conseguente creazione di una barriera doganale tra Nord Irlanda e Gran Bretagna. Proprio questo aspetto di confine marittimo è denunciato con forza dagli unionisti, con una parte dell’elettorato del DUP che ha disertato per scegliere l’ancora più radicale Tradinional Unionist Voice, che recupera circa il 5% dei voti persi.

Tuttavia un’altra novità delle elezioni nord irlandesi è la forte crescita del partito Alliance (13,5% e 4 seggi) europeista e a favore del protocollo, che non si schiera però sulla questione dell’unificazione con l’Irlanda. Sebbene nazionalisti repubblicani e unionisti nel complesso si equivalgono in termini di seggi, Alliance offre un sostegno fondamentale al protocollo togliendo agli unionisti lo scettro della politica nord-irlandese. Non sarà tuttavia possibile formare un governo, in quanto gli accordi del Venerdi Santo che portarono alla pace del 1997 non prevedono la possibilità di governi che non abbiano il consenso sia dei repubblicani che degli unionisti, un’eventualità che il DUP ha già escluso, preferendo la Home Rule di Londra.

Uno stallo che non preoccupa la leader dello Sinn Fein nord irlandese Michelle O’Neill che ha vinto le elezioni anche parlando di investimenti nella sanità e lotta alle diseguaglianze e che nel suo discorso da vincitrice ha affermato di volere “un’opportunità di reimmaginare le relazioni in questa società sulla base di giustizia sociale ed eguaglianza, indipendentemente dal background religioso”. Il partito punta a una strategia di lungo periodo per una riunificazione nei prossimi due lustri all’insegna di un’Irlanda unita e socialista. Un obiettivo che a Downing Street fa molta più paura di Keir Starmer.