Referendum, un flop annunciato. Una débâcle per il centrodestra

La sconfitta della politica, certamente di quel centrodestra che si vanta da mesi di essere vincente. L’election day avrebbe dovuto favorire i referendum trainandoli con il voto per i sindaci. Invece non è andata così. E persi nei distinguo della loro coalizione Salvini il promotore, Berlusconi che continua la sua battaglia personale con la magistratura e Meloni con una indicazione di voto difforme, non sono riusciti a risvegliare il benché  minimo interesse  per i cinque referendum abrogativi in tema di giustizia.

Affluenza ai minimi

legge elettoraleAllarma il dato dell’affluenza negli oltre novecento comuni restata sotto il 60 per cento e per tradizione al ballottaggio va peggio, ma quel 20,9 definitivo per i referendum,  segnala un totale disinteresse per il voto. Malattia ormai cronica, in comune è vero con altri Paesi, che però non aveva mai raggiunto i livelli di questa domenica di giugno. Ed è inutile che i promotori dei referendum per annullare la responsabilità della mazzata, del flop, si attacchino alla poca informazione, al fatto che per i cinque quesiti si è votato in un solo giorno. Stante i dati a votare  non ci sono andati neanche i proponenti, Lega e Radicali in testa che sono stati sostenuti per la proposta formale dall’impegno dai consigli regionali di centrodestra.  Non ci sono andati gli elettori di Forza Italia e di Fratelli d’Italia. Non ci sono andati i sostenitori di Italia Viva che i temi della giustizia li condivide con queste parti politiche in nome di “una giustizia giusta”, antico slogan che richiama, in modo strumentale, quello originale scaturito dalla vicenda ingiusta che vide coinvolto Enzo Tortora.
E’ inutile che il centrodestra attacchi il Viminale per la ritardata apertura di centosettanta  seggi a Palermo per il forfait dei presidenti che hanno preferito andare al mare o vedersi la partita con cui la squadra della città si è giocata la serie B. Sullo sfondo  il sospetto di una strategia per creare il caos in una realtà così specifica come quella della città siciliana potrebbe avere dignità oltre l’ipotesi.  Tanto più che al voto si è arrivati alla fine di una velenosa campagna elettorale.  Ci penserà la magistratura.

Ripartire dalla riforma Cartabia

Ora è augurabile che superata la vicenda referendaria, dal 1946 a oggi in Italia si sono svolti 67 referendum abrogativi con l’intensità di quelli in difesa del divorzio e della 194, si arrivi finalmente ad una riforma della giustizia approvata nelle aule parlamentari che sono il luogo deputato a fare le leggi. Se possibile nel modo migliore e più rappresentativo delle esigenze della collettività. In Parlamento è in discussione la riforma Cartabia in cui ci sono risposte a tre dei quesiti referendari e che è stata bloccata al Senato per consentire la consultazione. Tra un giorno si riprende la discussione. Tutto può essere migliorato. Ma bisogna arrivare in tempi brevi a norme certe.

Come sta la democrazia?

Votare è un diritto e un dovere. Anche il disertare le urne rientra tra le scelte possibili. Tanto più in una consultazione referendaria in cui il raggiungimento del quorum è condizione necessaria. Però questa diserzione di massa, a quattro ore dalla chiusura del voto per i referendum la media nazionale dei votanti è arrivata a poco meno del 14 per cento, non è andata meglio in proporzione alla fine, pone un  problema ai partiti, ai movimenti, alla società civile, a qualunque tipo di aggregazione poiché  mette a repentaglio il futuro stesso della nostra democrazia.
legge elettorale Oltre l’abrogazione anche interessata di questa o quella legge o parte di essa è necessario impegnarsi per una rappresentatività che sembra persa. Che potere potrà avere, come potrà amministrare con serenità un sindaco rappresentativo di una parte minoritaria della sua collettività? Lo stesso varrà per le elezioni politiche, il prossimo importante appuntamento, oltre le regionali siciliane d’autunno. Si presenta una strada difficile per le forze democratiche. Che va affrontata con l’impegno a rappresentare la maggior parte del Paese.