Quirinale, basta gioco dell’oca: un presidente per rianimare i partiti

Toto Quirinale. Croce e delizia dei retroscenisti. Eterno giocone dell’Oca. E grande affare ai picchetti con quote. Oggi si scommette persino su pioggia o sole in Val Padana. Figuriamoci sul prossimo inquilino del Colle. Non sappiamo le quote delle figurine in ballo né ci interessa il rutilante scorrere dei nomi sul borsino che anticipa la chiama e il conteggio. Cartabia. Bianca. Amato. Cassese. Draghi. Draghi. Draghi. Bianca. Amato. Berlusconi. Bianca. Draghi. Mattarella. Draghi…

Caro Pd, batti un colpo

Ora, a parte l’infausta apocalisse di un Silvio Berlusconi al Quirinale che a noi pare una tigre di carta giocata dalla destra per ricatto e per rilanciare su altri argomenti, occorrerebbe parlare di altro. E che non lo si faccia fin qui è una curiosa anomalia specie da parte del Pd. Che non può limitarsi a enunciare il criterio di una larga convergenza in Parlamento perché questa è solo acqua calda. Una ovvietà scontata. E nemmeno, come è giusto, il Partito democratico può limitarsi all’altolà verso Renzi: non fare il furbo con la destra come hai fatto sul ddl Zan e sul conflitto di interessi. Altrimenti salta tutto e si va a votare. Giustissimo ed era ora! Ma c’è qualcosa di più da dire a nostro avviso. Almeno bisognerebbe porsi una domanda. Questa: che presidente vorremmo? Con che profilo? Per quale mission in questa fase delicata? Una donna? Certo sarebbe bello e rivoluzionario. La prima donna al Quirinale! Un segnale stupendo. Ma non basta.

L’ipotesi rivoluzionaria di una donna

Per fare che? Autorevole? Certo. Di prestigio? Ovvio. Esperta di istituzioni? Ecco. Ci pare la prima cosa. Perché, ormai sepolto il mito di seconde e terze repubbliche, e assodato che non si tratta di andare verso il presidenzialismo bandiera della destra populista, sarebbe l’ora di ritornare ai principii. Ai fondamenti direbbe il Machiavelli repubblicano. Ai fondamenti della Costituzione repubblicana. Che deve restare per la sinistra la stella polare che congiunge passato, presente e futuro. Spezzando le deviazioni revisioniste di destra e di sinistra che ne hanno messo a rischio il progetto.

E qual è questo progetto? Presto detto. Centralità del Parlamento. Bicameralismo. Partiti. Antifascismo. Universalismo dei diritti. Eguaglianza. Mutualità. Partecipazione. Economia sociale e civile. Proprietà privata nei limiti dell’interesse collettivo. Costituzione dunque post liberale, come diceva un grande teorico marxista democratico come Galvano della Volpe. Post borghese.

Ecco, il nuovo presidente della Repubblica dovrebbe reincarnare tutto questo, ripristinando il dover essere: una repubblica dei partiti fondata sull’alternanza che stava inscritta già nella Carta. Ma che in ragione della guerra fredda e di interessi geopolitici fu solo un sistema a bipartitismo imperfetto e anche consociato. Con inevitabile esclusione del PCI.

Certo che il bicameralismo può esser riformato. Ovvio che la legge elettorale possa e debba bilanciare governabilità e rappresentanza. Normale che vada riaffermato il primato della Repubblica italiana su un malinteso federalismo oggi riequilibrato dalla Conferenza stato regioni. E altrettanto indubitabile resta la necessità di ricondurre la magistratura alla sua autonomia e alla sua terzietà non correntizia e opaca.

Come superare l’impotenza dei partiti

Ma battuto ormai dalla storia e dal verdetto popolare ogni premierato e ogni cesarismo presidenziale, è giunto il tempo di un presidente che non surroghi più l’impotenza del partiti, ma che all’opposto ne incoraggi la funzione e i limiti dovuti. Anello chiave della volontà popolare tra stato e società civile. Come da Costituzione. Selettori di leadership e programmi per governi di partito. Agenzie pedagogiche e formative. Autonome da affari e lobbies. Fuori da carrozzoni lottizzati: da industria pubblica, a Rai, a Sanità. Partiti finanziati certo dallo Stato o dall’elettorato come persino i 5 stelle oggi riconoscono, in controtendenza rispetto a eccessi demagogici che hanno tramutato i partiti in organismi opachi e personali. Fatti di imprenditori politici senza confini tra politica e affari. Altro che questione morale! Oggi viene bocciata persino una timida misura di incompatibilità tra cariche istituzionali e ruoli imprenditoriali. E da parte di chi voleva rottamare il marcio e il conflitto di interessi!

Fin qui il Quirinale ha riempito un vuoto di rappresentanza democratica, sul vuoto della crisi repubblicana dei partiti. Ora dovrebbe schiudere un altro tempo. Ricomporre il quadro costituzionale: una demiurgia a servizio della democrazia dei partiti. Con l’autorevolezza di un ricostruttore. Di un rifondatore democratico che non scalzi a sua volta il ruolo dei premier in una chiave di semipresidenzialismo alla francese, e con buona pace di Eugenio Scalfari. E in tal senso appare fuori luogo e destinata a creare sconcerto e confusione la proposta di Parrini e Zanda del Pd di abolire semestre bianco e rieleggibilità al Quirinale.

In conclusione senza queste discriminanti non restano che il Toto Quirinale e le manovre. Con cinismo e anti política connesse. Abbiamo già dato. E’ tempo che il Pd esca dall’ombra. E dica una cosa di sinistra. Per un presidente ricostituente della Costituzione.