Question time,
occorre una riforma
sul modello britannico

Una illuminante dimostrazione della pochezza, in Italia, del trasporto pubblico in metropolitana? Il totale della dotazione metro nel nostro Paese si ferma a 247,2 chilometri nelle sette città che hanno una o più linee e in cui vivono circa 15 milioni di persone. Ebbene, il totale di chilometri di tutte le metro italiane è inferiore a quello di una singola città come Madrid, che ne ha 291,3. Non parliamo poi dell’Inghilterra e della Francia (che hanno primati in linee e in km), ma fermiamoci alla Germania (649,8) e alla Spagna (609,7). E il trasporto ferroviario? Al Nord i treni hanno un’età media di 12,5 anni contro i quasi venti (19,3) del Sud, dove si riducono gli intercity e i regionali, mentre persistono ancora linee in larga parte a binario unico (la Palermo-Messina è un classico esempio) e persino con linee non elettrificate (addirittura, qui, le Ferrovie si servono ancora di motrici a gasolio!). Inoltre al Centro-Nord i passeggeri sull’alta velocità sono passati in dieci anni da 6,7 milioni a 40, mentre nel Meridione le Frecce si fermano a Salerno…

Questi dati, così deprimenti, sono stati forniti l’altro giorno, alla Camera dal deputato Nicola Stumpo (Leu) nel corso del settimanale question time con il governo e, in questo caso, con la Ministra delle Infrastrutture e i Trasporti Paola De Micheli. Se ha prudentemente taciuto sull’imbarazzante (anzi, indecoroso) deficit delle metro, la Ministra ha però elencato una serie di nuovi stanziamenti per il rinnovo delle ferrovie soprattutto nel Sud, sottolineando tra l’altro che – alla buon’ora – verranno rispettate le vecchie e sin qui ignorate norme di legge che destinano quasi la metà degli stanziamenti statali al Mezzogiorno.

In sé, e una volta tanto, il question time ha funzionato, è servito a qualcosa di importante. Ma attenzione: le interrogazioni a risposta immediata non sono che una scopiazzatura (in peggio), una imitazione (fasulla) del vero question time che si svolge nel Regno Unito, dove è nato e praticato (con ben altre modalità) da circa un secolo. A Londra, alla Camera dei Comuni, il ministro chiamato a rispondere non sa che cosa gli sarà domandato: è, diciamo, un serio “gioco al buio”, deve cioè rispondere immediatamente a qualsiasi quesito che riguardi l’ambito delle sue responsabilità. E qui si dimostrano o si sbugiardano le sue capacità, le sue conoscenze, la sua prontezza nel rispondere a modo.

Invece a Montecitorio come si svolge il question time, “nato” nel 1983 e mai modificato nella forma e nei tempi? Che si tratti solo di una imitazione un po’ grottesca, per non dire truffaldina, della versione britannica lo rivela lo stesso regolamento della Camera che, all’art. 135-bis, lo definisce come “interrogazioni a risposta immediata”. Al secondo comma si stabilisce che “entro le ore dodici del giorno antecedente” allo svolgimento del botta-e-risposta, “un deputato può presentare un’interrogazione”. Poi le regole in aula, il minutaggio prescritto, la trasmissione in TV. Null’altro.

E invece è proprio nel silenzio tra il momento della presentazione del quesito alla Pesidenza della Camera e il momento del botta-e-risposta che sta il trucco. Intanto perché la domanda può essere presentata non già il mezzogiorno del martedì, ma anche prima e pubblicata negli atti parlamentari. E poi, anche se fosse puntuale come dispone il co. 2 dell’art. 135-bis, ci sono almeno ben ventisette ore a disposizione del Ministro (o del Presidente del Consiglio, ma questo compare solo una volta al mese, cosa che peraltro accade raramente, benché nel regolamento sia prescritta la sua presenza mensile) per preparare la risposta. Vale a dire che c’è tutto il tempo, per il rappresentante del governo, di mobilitare gli uffici o gli enti nel pomeriggio, e nella notte e nella mattinata, di stendere o far stendere una risposta, e finalmente di replicare alle 15, sempre leggendo le informazioni richieste. Nulla dunque è affidato all’improvvisazione, alla prontezza, alla capacità (con tutto il rispetto, nell’occasione di cui abbiamo parlato, per la ministra De Micheli) richiamate dall’illuminante esempio del Regno Unito.

E qui sta un piccolo esempio di uno dei difetti-chiave del nostro sistema parlamentare: la estenuante duplicazione legislativa tra Camera e Senato (stessi compiti, identiche procedure), la pletoricità dei dibattiti, la legislazione eccessiva, le proroghe infinite… Ma il Parlamento è quasi del tutto impotente quando si tratta di esercitare effettivi poteri di controllo, rapido e incisivo, sugli apparati dello Stato, sulle vicende economiche, finanziarie, civili del Paese. E dire che il controllo è un fondamento dei parlamenti in democrazia. Anche senza pensare alla forza immensa dei controlli delle commissioni nel Congresso Usa….