Le navi bloccate in mare
e il cinismo di Di Maio che cerca di restare a galla

“Dice Di Maio che l’Italia è pronta ad accogliere donne e bambini delle navi” che non trovano approdi. Come in un Natale fuori sincrono, ecco che il nostro governo così macho con i deboli, tira fuori a sorpresa albero e palle colorate. E sei disposto a convincerti che, in fondo, a tutto c’è un limite, perfino al ruolo da brutalona che Di Maio e Salvini hanno disegnato per questa stanca Italia. Almeno credi. Perché il modo in cui il tg3 delle diciannove di ieri ha dato la notizia favoriva questi scivoli “buonisti”, accompagnava volentieri verso una lettura più clemente anche delle durezze del governo nei confronti dei migranti adesso alla deriva senza prospettive, fin qui, nel gran mare della nostra orgogliosa civiltà.

Ma solo in un secondo o terzo tempo, ecco il racconto del corrispondente da Bruxelles fornire un quadro generale in cui dovrebbe esser letta più correttamente questa nuova gentilezza – magari in extremis – di Di Maio. La questione delle due navi Sea Watch e Sea Eye, spiega, è stata affrontata già da altri paesi europei che hanno manifestato disponibilità a farsi carico almeno di segmenti del problema dell’accoglienza di questi migranti. Precisa: voce non smentita sostiene che Francia, Germania e Olanda avrebbero già fatto un passo avanti. Quindi, Di Maio avrebbe parlato giusto per evitare che altri grandi d’Europa, andando incontro alle navi dei dannati, nel teso scenario del Vecchio Continente di oggi gli affibbiassero d’imperio la parte del perfido, il più cattivo di tutti. Poi, se lui accoglie donne e bambini, gli altri potrebbero ospitare i ragazzi, altri ancora i pensionandi, altri i “nullafacenti che sognano solo le antiche discoteche di Rimini”.

Che gli frega: a lui importa solo stare a galla in questo governo e questa è la seconda mossa elaborata dalla sua direzione strategica per garantirlo. Oggi Salvini, il suo compagno di banco, ha incassato solo con qualche borbottìo il tentativo di Di Maio di fare “il buono” a dispetto del brutto e cattivo leghista. Non deve averla presa benissimo, ma niente che possa disturbarlo davvero. Sa che il suo alleato cerca di darsi da fare per bloccare l’emorragia di consensi che da settimane sta facendo soffrire il M5S. Sa che a Di Maio non resta che elaborare impennate d’orgoglio se vuole evitare di essere vaporizzato dalla storia. E Di Maio ci prova, mentre i suoi dintorni di partito in Parlamento iniziano a tremare come le pendici dell’Etna: aria di rivolta, pare, e sui fondamentali, quelli che decidono se un porto vada aperto a persona salvata in mare oppure no.

L’altro giorno, ha iniziato l’anno con una trovata che deve essergli piaciuta tanto quando gliel’hanno affidata: rieccolo parlar di tagli ai parlamentari, la vecchia mitologia della “casta maledetta”, tagli, riduzioni, smembramenti al reddito di un parlamentare. Mentre tornava in tv su questi temi provava a riprendersi il ghigno minaccioso che lo aveva spinto in alto nella graduatoria degli spietati, quelli che ora piacciono tanto perché giudicati in grado di raccogliere e tradurre senza tentennamenti il testimone della vendetta più totale. Ma ha sbagliato misura nell’interpretazione e così si è visto che si trattava solo di un gesto disperato, di un segnale di debolezza, più che di attaccamento ai temi fondativi. Così, è caduto nell’enfasi e mentre diceva dei tagli pareva che per lui si trattasse dell’appuntamento col destino; insomma: il paese pare sul punto di esplodere su mille mine ma lui è lì in Parlamento con le forbici e gli occhi fuori dalle orbite, teso – per ora con le parole – a decapitare gli emolumenti di qualche centinaio di eletti dal popolo, molti dei quali, tra l’altro, suoi, del suo partito.

Era comunque il primo tentativo dell’anno di smarcarsi da Salvini e dalla sua industriale capacità di produrre immagini. Un tonfo. Fossimo Salvini, ce lo fabbricheremmo un alleato così, perfetto, fa tutto da solo: e questo è un complimento alla diabolica furbizia del trust di cervelli che gli passa le palle al volo. Intanto, la terra a cinque stelle trema. Raggi e Appendino tacciono sul decreto Sicurezza, neanche una parola di apprezzamento. Per non dir che non condividono, che a loro sembra una porcata non gestibile. Tanto che a dicembre in Consiglio a Roma è passato un documento che impegna la giunta a fare quel che può per rimediare ai disastri che quella legge porterà con sé. Sarà un bimbo desiderato oppure no? Più o meno è quel che si chiede in queste ore pubblicamente un senatore cinque stelle, Matteo Mantero che consiglia tutti di ascoltare quel che hanno da dire le sindache di Roma e Torino: lui parla ma quanti tacciono ormai solo per un soffio mentre si apre un’altra bolla, forse anche più “pericolosa”, sull’accoglienza dei migranti, sui porti, sul senso di umanità, in definitiva.

Di Maio, ormai sull’orlo di un crampo al volto, alza il dito e ammonisce i ribelli: all’ordine, chi prova mal di pancia ora doveva provarlo anche quando ha votato il decreto legge, siamo sulla stessa barca. Non tanto: la deputata dissidente Elena Fattori dà voce a un mugugno che serpeggia in alcuni banchi del gruppo e, sfondando un altro fronte di governo, paragona la chiusura dei porti alla decisione di privare un malato delle cure ospedaliere; ma già grandi città insorgono una dopo l’altra contro il blocco portuale e si fa appello alla Costituzione per scoprire la scorrettezza delle scelte di governo in materia. Un colabrodo, tra gruppo parlamentare e partito, di cui deve evidentemente farsi carico Casaleggio con il suo staff che non sembra più così vincente e lucido.

Troppe balle: chi le governa? Espelli di più? Torni alla guerra alla casta mentre impedisci a 49 poveri diavoli di toccare terra perché puzzano di povertà? Non è un gesto classico da casta, proprio questo? Non è il più grande spot pro-casta nella storia della comunicazione politica post-bellica questo rifiuto soprattutto di classe? In tutta questa insipienza manifesta, tuttavia, il mondo cinque stelle sta verosimilmente minando sul terreno i suoi obiettivi, più volte dichiarati: far saltare le istituzioni, portarle ad un punto di collasso e far passare un nuovo ordine, molto poco liberal ma adatto ai tempi nuovi, attraverso il caos. Salvini, da questo punto di vista è uno che te lo promette senza farne parola, il caos. Una bella coincidenza di interessi, con qualche sgroppata molto di immagine in una discesa agli inferi che ora sembra garantita.