Medaglie rifiutate,
ovvero l’incapacità
di saper perdere

Certo, noi si viene da tempi in cui parte della colonna sonora era tenuta in pugno dai Rokes – inglesi – che cantando impartivano una lezione fondamentale: “Bisogna saper perdere”. Per dire che avevamo e abbiamo nelle ossa una fondamentale diffidenza nei confronti di tutte le competizioni, a partire da quelle letterarie, e così verso i concetti di “successo” e “fallimento”, verso i simulacri incessantemente alimentati dal sistema di potere che governa la globalizzazione, come ad esempio l’essere “vincenti”, principio le cui azioni detengono, secondo questo ordine attuale, il massimo valore sociale.

Il vero senso di una competizione

Siamo cresciuti all’ombra del mito dell’anti-eroe condensato da film come “Piccolo grande uomo” o “Cane di paglia”, “Animal house”… dove Lancillotto è sempre e solo un nessuno di nessuna ambizione, mille miglia distante da un’idea di competizione. Per questo, a tanti di noi la scena che si è consumata poche ore fa a Wembley, in coda alla partita finale del torneo europeo vinta dall’Italia sugli inglesi – a casa loro, per giunta – è sembrata un pugno sotto la cintura in uno stadio che si è svuotato di quasi sessantamila spettatori inglesi in pochissimi minuti. Rendendo così spettrale lo scenario della premiazione a spalti semi-vuoti. La coppa ai vincitori, le medaglie alla pur brava squadra che aveva perso. Normale. Ma ecco che molti atleti con la maglia bianca crociata – non tutti, è bene precisarlo – si sono tolti la medaglia dal collo in una manciata di secondi, giusto affinché la scena del gran rifiuto avvenisse nello spazio dell’inquadratura tv.

Comprensibilmente lividi in volto, ma indignati, come a dire: rifiuto e disprezzo tutto ciò che è avvenuto e sta avvenendo, torneo compreso. Nella cronaca della nottata, questo passaggio è scivolato nelle retrovie dell’informazione, eppure mostra tutte le caratteristiche di un fatto enorme, che ha interessato più livelli del pensiero e dell’agire umano e di quei livelli mostra in trasparenza i valori trainanti, ispiratori oggi di ogni tensione vitale. Un momento: esistono condizioni particolari che comunque renderebbero praticabile l’estremo show di una medaglia strappata dal collo. Se sei convinto di aver giocato più contro l’arbitro che contro l’altra squadra…che alcuni errori arbitrali abbiano manifestamente viziato il risultato…oppure che gli avversari abbiano rubato la partita grazie a qualche gravissima scorrettezza non rilevata dai controllori di gioco…insomma, se pensi di essere stato in qualche modo vittima di una successione di eventi truccati che ti hanno privato di ciò che ti sarebbe inconfutabilmente spettato… Ma non siamo in questi territori: nessuna critica inglese alla conduzione della gara, nessuna nei confronti della lealtà della squadra italiana e della limpidezza della sua vittoria, nessuno ha lamentato: ci hanno rubato ciò che era nostro.

Allora? Siamo di fronte a che cosa? Teniamo a mente il contesto: siamo a Wembley, e cioè in uno dei cuori pulsanti del calcio continentale recentemente tagliato via dalla stessa area europea per volontà della maggioranza delle genti di Gran Bretagna. Con grande e non estinguibile dolore, perché quella grande isola è parte di noi, della nostra complessa identità, amiamo quei cieli, quel verde, quei mattoni, quella storia, quelle genti e non ci rassegneremo mai all’assenza di Londra dal nostro tappeto volante. Il torneo aveva alloggiato proprio in quel cuore la parte decisiva delle partite, consentendo agli inglesi, non più cittadini europei, di giocare in casa le loro carte, il che è un bel vantaggio.

Quindi, la scena della chiusura del campionato non poteva contare solo sul fondale sportivo: in nessun caso, avessero gli inglesi vinto o perso, si sarebbe potuto evitare di riconoscere a quella stessa scena un secondo fondale, molto politico, molto strategico proprio in virtù della particolare collocazione spazio-temporale dell’evento. L’Europa tifava Italia e con lei scozzesi e gallesi, che inglesi non sono pur condividendo la sovranità della Regina Elisabetta, che il cielo la conservi. La partita finale è stata giocata lungo un nuovo vallo di Adriano che separa l’Europa nascente da chi invece la rifiuta, se la sfila dal collo proprio come si trattasse di una medaglia da secondo posto, d’argento…

Un gesto deciso tutti insieme

Era ben evidente che quanto fosse accaduto davanti alle telecamere in quel luogo e a quell’ora sarebbe venuto alla luce enfatizzato da una bolla comunicativa immensa e gravato di sensi non solo sportivi. Quindi, dalla stanza di regìa si sarebbe potuta attendere una maggiore accortezza nella calibratura dei passi compiuti su quel prato allora al centro del mondo: il gesto era evidentemente il frutto di una decisione collettiva, era premeditato, organizzato. Invece nessuna mediazione, solo quel gesto brutale, totale, odioso stampato sugli schermi di centinaia di milioni di cittadini del mondo. Un gesto che sinteticamente premette “me ne frego” e in seconda battuta recita “o vinco o butto all’aria il banco”. Nessuna allegria in questa poetica, nessuna gioiosa vitalità in uno sguardo che vede solo se stesso all’infinito, quasi nulla degli altri se non la loro vera o presunta ostilità, “e se gli altri non mi capiscono, allora che il fuoco bruci questa realtà”.

Sono questi gli esiti del sogno inglese insopportabilmente infranto dagli eredi delle cameriere italiane al servizio di nobili inglesi nei gialli di Agatha Christie? Vista solo da questo lato, la vicenda rischia di arroventarsi al fuoco di nazionalismi vuoti e violenti, così crediamo che qualcosa sarà fatto o detto per ripristinare un dialogo in cui i simboli non feriscano e non promettano vendette, non producano sdegno e disprezzo. Infatti, quel togliersi la medaglia del secondo posto non è una novità per i campi di calcio e per le celebrazioni annesse. Lo si fa da anni, si ricordano volentieri i gesti analoghi messi in scena da Antonio Conte come da Cristiano Ronaldo, interpreti di alto rango di quel palco. Insomma, è un po’ “costume”, si usa non volentieri ma… ogni volta che non si arriva primi, ogni volta che non si vince, ogni volta che i fatti smentiscono quella imbecille visione imprenditoriale della vita e dello sport…si può seriamente decidere di “sputare” il proprio rifiuto davanti alle telecamere, aiuta.

E’ una lezione globale, di conseguenza, che non solo da ieri viene impartita da interpreti molto celebri votati a quella morale: non c’è alternativa alla vittoria, vincere, e vinceremo. Del resto, non è forse la stessa lezione che oggi tutti i mezzi di informazione e formazione – intrattenimento tv e pubblicità – ripetono allo sfinimento a miliardi di esseri umani? Solo il successo è legittimo, solo il successo è degno, porta dignità, l’insuccesso degrada, annulla e spetta ai perdenti, quindi largo alle “eccellenze” – ma chi le decide? -, al “merito” – ma chi lo giudica? -, a chi sa vincere e al diavolo il resto, alla gogna della storia. Si insegna, forse ma forse, a vincere, divenuto il primo comandamento di un decalogo atroce, non a vivere, perché vita e piacere perdono potere in questo quadro piuttosto mortifero.

Dove volete che mettiamo i non vincenti?

 

I bimbi crescono con l’immagine del loro Ronaldo, o del loro Conte, che si sfila la medaglia, contestando tutto: scenario, torneo, norme di civiltà, celebrazioni. Con l’argento, nobile metallo in cima alle disdette: ormai una medaglia d’argento, qui dove i miliardi di euro corrono liberi e belli, è una intollerabile offesa, una ferita vera. E’ tutto, purtroppo, molto coerente, tutto concorre alla creazione della spaventosa discarica umana in cui gettare i non vincenti, le grandi masse popolari, i paria, i dannati dal cielo, i perdenti. A questo stiamo più o meno consapevolmente lavorando, accettando questo linguaggio. Dovremmo riuscire a trasmettere i sensi di un’altra morale, più dolce, più tenera, capace di solidarizzare, di creare altra vita, un decalogo che dica intanto: è come vinci o perdi che decide la tua grandezza. Questo conta. Per questo Luis Enrique, allenatore della bella Spagna battuta dall’Italia, ci è sembrato grande e autentico vincitore morale di questo torneo. “Non è una notte triste – ha detto subito dopo la sconfitta – è lo sport…”