Quella volta che Scalfaro difese il comunista D’Alema dai veti del Vaticano

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Il 21 aprile del 1996 dunque si vota. Prodi esce incoronato vincitore, a capo dello schieramento dell’Ulivo. Dovrebbe essere l’ultimo governo del settennato Scalfaro (che scadrà nel 1999), ma non è così. Fausto Bertinotti, il segretario di Rifondazione Comunista, ci mette la coda. Il 4 ottobre del 1998 il suo partito decide di non votare la legge finanziaria. A nulla vale la scissione interna a Rc (il filo-sovietico Armando Cossutta esce e fonda l’Unione dei Comunisti Italiani che invece resta fedele al governo) perché Prodi, che pone un po’ avventatamente la fiducia, alla prova del 9 ottobre si ritrova con un voto in meno di quelli necessari e si deve dimettere. Il gabinetto D’Alema, che uscirà dopo dodici giorni di crisi, non solo sarà il primo governo della Repubblica a essere guidato da un ex comunista. Sarà anche l’oggetto di un duro ‘muro contro muro’ tra il Presidente della Repubblica Scalfaro e il Vaticano.

Lo vedremo. Restiamo per ora alle dimissioni di Romano Prodi. Scalfaro nel prenderne atto ha già in mente un piano alternativo. Punta ancora una volta su Carlo Azeglio Ciampi, ma non riesce a condurre in porto il suo progetto. Francesco Cossiga, che solo qualche mese prima, a febbraio, aveva formato un proprio gruppo parlamentare aggregando un numero consistente di fuoriusciti dal centro e dal Polo, spinge perché a guidare il nuovo governo sia il segretario del maggiore partito dello schieramento uscito vincitore dalle elezioni, Massimo D’Alema. Scalfaro non ha nulla di personale contro D’Alema ma preferirebbe che le sue legittime aspirazioni lo guidassero attraverso un percorso graduale. Si parlava per esempio da tempo della possibilità che Prodi potesse essere chiamato in Europa a svolgere il ruolo di Commissario. Poteva essere quello il momento per un cambio della guardia a Palazzo Chigi, magari attraverso l’investitura operata dallo stesso Prodi. Invece così, per come si sono accavallati gli eventi, Scalfaro intravvede una forzatura che preferirebbe evitare. Lo confida ai suoi collaboratori: «C’è il rischio che questa accelerazione faccia nascere un governo settimino».

Ma i gruppi parlamentari che il Capo dello Stato consulta in rapida successione si pronunciano tutti (tranne ovviamente quelli del Polo) a favore dell’ipotesi lanciata da Francesco Cossiga: incarico a D’Alema. La carta Ciampi resta dunque solo una carta. Il quarto governo del Presidente non vede la luce. Quello che nasce è il classico governo politico scelto dal Parlamento che peraltro concede una larga fiducia.

Abbiamo accennato al muro contro muro che si innesca tra Scalfaro e il Vaticano. Cosa succede? Le figure della gerarchia ecclesiastica più vicine al pontefice Karol Wojtyla, sono il cardinale Camillo Ruini, Presidente della Cei, e Angelo Sodano, Segretario di Stato. Entrambi italiani, entrambi conservatori, entrambi con solidi legami di frequentazione con Gianfranco Fini e Silvio Berlusconi. Durante l’evoluzione della crisi del governo Prodi e prima della nascita del governo D’Alema, Ruini e Sodano ispirano articoli di fuoco che vengono pubblicati sia dal quotidiano cattolico «Avvenire», sia dall’organo di stampa della Santa Sede «L’Osservatore Romano». Destinatario degli strali, neanche a dirlo, è il Capo dello Stato che dovrebbe rifiutarsi – secondo la loro visione – di dare a un ex comunista il compito di formare il governo. Nessuno si sorprende dunque quando Scalfaro nell’argomentare la decisione di affidare l’incarico al leader dei Ds venerdì 18 ottobre 1998, ricorda che l’Italia ha una ‘formidabile’ tradizione cattolica, ma anche una tradizione socialista e laica e una presenza di fedeli di molte religioni e di non credenti. È una affermazione rivolta con palese evidenza alle gerarchie ecclesiastiche che per tutto il giorno precedente gli avevano fatto recapitare messaggi contrari al conferimento del mandato a D’Alema.

Per tutta risposta «L’Osservatore Romano» del giorno 19 nell’articolo di commento alla vicenda italiana espunge le parole del nostro Capo dello Stato. Le ignora. E scrive ancora una volta che Scalfaro sta consegnando il Paese in mano agli ex comunisti.

Ma siamo alle schermaglie. Lo scontro deve ancora accendersi. E come spesso succede, la casualità degli eventi si incarica di amplificarne gli effetti. L’epilogo della crisi italiana si intreccia infatti con uno degli avvenimenti più rilevanti del settennato: la visita di Papa Giovanni Paolo II al Quirinale. Le diplomazie delle due sponde del Tevere hanno lavorato a lungo per realizzarla, ma quando a suo tempo la data era stata fissata, nessuno poteva prevedere una simile coincidenza. La mattina del 20 ottobre il Quirinale è tirato a lucido ancora più del solito. Nel cortile, la guardia d’onore attende l’arrivo del Pontefice. Alle 11,15 il Presidente è già lì e rivolge qualche battuta scherzosa a due giornalisti che di gran passo cercano di raggiungere la tribunetta stampa prima che tutto venga chiuso dal servizio di vigilanza. Poi alle 11,22 la campana del Torrino saluta l’ingresso della Mercedes nera targata SVC1 di Giovanni Paolo II scortata da ventisei corazzieri in alta uniforme a cavallo.

Scalfaro gli si fa incontro ma non lo abbraccia e non lo bacia come fece invece Sandro Pertini il 2 settembre di quattordici anni prima. Gli stringe entrambe le mani con le sue. E dopo gli inni nazionali e gli onori militari ridotti all’osso, conduce il Papa e il suo seguito di prelati e collaboratori nella Sala dei Corazzieri al primo piano del palazzo che prima del 20 settembre 1870 era stato residenza dei pontefici. Lì Scalfaro presenta al suo ospite le personalità previste dal protocollo. C’è il Presidente del Consiglio uscente Romano Prodi, certo, ma c’è soprattutto il Presidente del Consiglio incaricato Massimo D’Alema, oggetto delle frecciate polemiche di queste ore. Anche nell’incontro privato che precede la cerimonia D’Alema è al centro di uno scambio di battute tra Scalfaro e Wojtyla che fotografa in modo chiaro l’approssimazione con cui il Papa è stato informato della situazione italiana dai suoi collaboratori. «Il Parlamento – dice Scalfaro al Papa – mi ha chiesto di affidare a D’Alema l’incarico di formare il nuovo governo. Quando il Parlamento si pronuncia il Capo dello Stato fa il notaio e prende atto». Wojtyla: «Perché, l’ha chiesto il Parlamento?». Scalfaro: «Sì». Wojtyla dopo alcuni secondi di riflessione ripete: «L’ha chiesto il Parlamento?». Scalfaro ancora: «Sì». Wojtyla: «Io questo non lo sapevo».
Scalfaro: «Santità, questo l’’Osservatore Romano’ lo sapeva e lo sa benissimo».

È l’antipasto di quanto avviene nella cerimonia pubblica che culmina nei discorsi ufficiali. Il Capo dello Stato, il cattolico Scalfaro, dà una lezione di laicità, così come fece in quel lontano congresso della Dc del 1952 quando criticò l’ingerenza di Pio XII che tentava di imporre alla Dc l’alleanza con il Movimento sociale in Campidoglio. È uno Scalfaro che mantiene salda la barra degli insegnamenti dell’Azione Cattolica che lo hanno guidato per tutta la vita. «La scelta politica – dice Scalfaro andando dritto alle polemiche sull’incarico a D’Alema, pur senza mai nominarlo – è nella nostra diretta responsabilità». La voce della Chiesa «che prega è lampada che dà luce e forza, ma non può alleggerire il nostro carico». Ancora: «La laicità dello Stato che è presupposto di libertà e uguaglianza per ogni fede religiosa non taglia, ma aiuta l’impegno di chi vive i valori cristiani». Anche la chiosa finale, che cita in modo quasi testuale l’articolo 7 della Costituzione, torna a puntualizzare ciò che gli sta a cuore: «Stato e Chiesa sono ciascuno nel proprio ordine indipendenti e sovrani».

L’applauso che al termine del saluto di Scalfaro viene dalle due delegazioni non ha nulla di formale e di rituale. Anzi tradisce, forse volutamente, i retropensieri e gli stati d’animo dei presenti. Se rivedessimo quell’applauso alla moviola potremmo apprezzare meglio i dettagli che pure occhi attenti tra gli osservatori fanno in tempo a fissare e memorizzare. Vedremmo il cardinale Ruini che solleva le mani dal grembo, batte una sola volta i palmi e poi li riappoggia sulle ginocchia sopra alla tonaca. Vedremmo il cardinale Sodano che non compie neanche quel semplice gesto e resta immobile. Vedremmo il cardinale francese Jean–Louis Tauran, Segretario per i rapporti con gli Stati, applaudire calorosamente sfidando le occhiate interrogative del suo superiore Sodano. Se doveva esserci un giudizio terzo sul braccio di ferro in corso tra l’inquilino del Quirinale e i due più qualificati rappresentanti delle gerarchie ecclesiastiche, non poteva intervenirne uno più appropriato. La sera stessa Scalfaro telefonerà a Tauran per ringraziarlo. Il porporato, sorpreso, risponderà con cordialità: «Ma Presidente, mi ha già ringraziato stamattina». E Scalfaro non perderà l’occasione per un’altra battuta: «Forse lei sottovaluta ciò che ha fatto: ha applaudito calorosamente uno che viene accusato di aver svenduto l’Italia ai comunisti».