Quella straordinaria lezione
con il maestro bevendo un caffè

Che Ennio Morricone fosse quasi inaccessibile lo sapevo da tempo. Un mio collega di un’università inglese cercava di entrare in contatto con lui, perché volevano attribuirgli un dottorato honoris causa: alla fine non se ne fece niente, soprattutto perché il compositore era spaventato e preventivamente affaticato dal viaggio, oltre che dai lussi un po’ ridicoli che le autorità accademiche britanniche offrivano, pensando a una star del mondo del cinema (l’accesso a un campo di golf da diciotto buche, mi ricordo). Ma da quella storia avevo imparato che per raggiungere Morricone bisognava spedire un fax, al quale eventualmente la moglie o Ennio stesso avrebbero risposto, con un altro fax o per telefono. Non erano gli anni Sessanta: si usava già normalmente l’email, e c’era anche Skype. Qualche tempo dopo, insieme a un altro mio collega che sta in Inghilterra (ma italiano, Goffredo Plastino), curiamo un libro sulla popular music in Italia, e decidiamo che non possiamo fare a meno di un’intervista a Morricone, soprattutto sulla sua attività di arrangiatore e autore di canzoni. Parte il fax, quindi: con una certa fiducia in una risposta, perché anni prima avevo scritto una breve analisi di “Se telefonando”, che mi aveva procurato un elogio pubblico dal maestro e una montagna di invidie (mi aveva citato addirittura al telegiornale). E infatti arriva la risposta favorevole.

Se telefonando…

Arriviamo all’indirizzo che ci era stato comunicato e all’ingresso del bellissimo appartamento veniamo ricevuti da Morricone in persona. Ci accompagna in una sala sontuosa (il piano a gran coda ne occupa solo un angolo) e ci fa accomodare in uno dei molti divani. “Prendete un caffè?” “Sì, volentieri.” Secondo il copione hollywoodiano che abbiamo immaginato, a questo punto il maestro dovrebbe chiamare una persona di servizio e ordinare la bevanda. Invece si alza, va in cucina, lo sentiamo trafficare con la moka e con le tazzine, e dopo un po’ ricompare con un vassoio e con i nostri caffè, che ci serve quasi con deferenza.

Iniziamo l’intervista: precisiamo ancora che siamo interessati soprattutto al suo lavoro di arrangiatore e autore di canzoni, e dunque – parlando di “musica leggera” – Morricone risale agli anni dell’immediato dopoguerra, quando si guadagnava da vivere suonando in orchestrine in locali di intrattenimento romani, frequentati da soldati delle forze di occupazione alleate. E qui arriva il primo colpo al cuore: Morricone ci racconta di quando quei soldati gli davano come mancia qualche sigaretta, e quale senso di umiliazione e di miseria quel gesto gli procurasse. Gli vengono le lacrime agli occhi, e non cerca di nasconderle. Poi va avanti, e arriva ai tempi della RCA italiana, e al suo lavoro di arrangiatore lì. Dalla commozione al divertimento: ci parla del “Barattolo” di Gianni Meccia, dell’idea di far risuonare nel disco un barattolo che rotola (come nel testo della canzone), dei tentativi infruttuosi di registrare un barattolo buttato per terra, fino alla stesura di due parti strumentali (per “barattolo primo” e “barattolo secondo”) da far eseguire a un percussionista, richiamando l’immagine sonora precisa di un’azione reale attraverso la finzione musicale. Pare che la RCA fosse finanziariamente in bilico, a quel punto, e che i dirigenti contassero molto su quel bravo arrangiatore per raddrizzare i conti.

Andò bene. Poi continua: è difficile riassumere i numerosissimi passaggi di quelle ore passate insieme. Qualche accenno: “Abbronzatissima” di Vianello; lì l’arrangiamento si basa sulla fusione tra le voci del coro e il suono degli strumenti, “come nello stile di quel direttore americano… Come si chiama…” “Ray Conniff?”, gli dico. Ecco, sì Ray Conniff. Molti altri, molto meno bravi e molto meno famosi di Morricone, avrebbero fatto finta di niente. Ma no, perché? Morricone ha sempre accettato i suggerimenti, ha aggirato con sapienza e gentilezza anche gli inviti a copiare, come quando Sergio Leone gli chiedeva di rifare il “De Guello” per la colonna sonora di Per un pugno di dollari (“Nun te dico de copià, te dico de fà ‘na cosa simile…”), e lui aveva messo insieme un tema già scritto per una trasmissione televisiva, pensando di farlo eseguire da un trombettista che sapesse ricreare i fronzoli spagnoleggianti del “De Guello”, e ne era venuto fuori uno dei primi “classici” della sua produzione per il cinema. E se un tecnico della RCA aveva imparato dai suoi colleghi americani una nuova procedura per ottenere un suono riverberato e profondo, e lo diceva al maestro, lui si metteva al lavoro, con montaggi e rallentamenti del nastro, e ne veniva fuori “Il mondo” di Jimmy Fontana, un anno e mezzo prima di “Strawberry Fields Forever”.

Qualcosa di sorprendente

Sempre dagli USA arriva una di quelle direttive che sembrano venire dalle serie televisive ambientate nel mondo del marketing: qualcuno ha scoperto che per avere successo un disco deve contenere qualcosa di inatteso, di sorprendente entro i primi dieci secondi. “Sì, mi avevano detto così”. Morricone si alza, va al pianoforte (lo farà diverse volte durante la nostra visita) e accenna a quello strano ghirigoro che c’è all’inizio del suo arrangiamento di “Sapore di sale”. Quante volte l’abbiamo sentito: adesso sappiamo perché c’era. Inevitabilmente, poi, si parla di “Se telefonando”, di quella specie di ruota che gira, con continui spostamenti dell’accento, che rende così bene il dilemma del soggetto parlante della canzone (c’è anche in Metti una sera a cena). “Ecco, sì, a me piace comporre in modo seriale, ma usando serie di cinque-sei note.”

Un serialista, un minimalista, un compositore colto del nostro tempo, ma che non ha mai avuto remore a focalizzare il proprio pensiero nel campo di quella che alcuni si ostinano a chiamare “musica applicata”. Quei suoni, quelle parole, quelle confessioni spassionate (ma piene di passione) continueranno a rimbalzare nelle orecchie mie e di Goffredo, per tutta la vita.

 

Franco Fabbri