Quella sera a cena con Flavio Carboni. E con il mistero della borsa scomparsa

E’ morto ieri, d’infarto, a novant’anni. Portandosi via tanti segreti, come scrivono i cronisti pigri. Nel suo letto. A casa sua, il che – dopo essersi tante volte svegliato davanti alle sbarre – è certamente un risultato. Anzi – va da sé – è morto in una villa. Non so se in quella del Casaletto, ex periferia agreste inglobata nella capitale. O in quella magniloquente, all’Eur dalle parti del Fungo. Dove 37 anni fa, assieme a Wladimiro Settimelli grande, amabile collega dell’Unità, conoscemmo appunto per l’intervista più difficile della nostra vita l’uomo al centro di quasi tutti i gialli del potere della Prima Repubblica: P2 omicidio Calvi banda della Magliana Ior… Al crepuscolo della sua vita Flavio Carboni stava scrivendo un libro “pieno di nomi e cognomi” con un editore in trepida attesa.

La rubrica con migliaia di indirizzi…

A noi mostrò quella volta di sfuggita una rubrica gonfia di migliaia di indirizzi, per ciascuno dei quali gli si accendeva un misterioso sorriso: cardinali, boss, uomini politici, finanzieri. Quasi tutti allora vivi, alcuni morti, uno – il più noto – ammazzato e finto suicidato sotto un ponte di Londra, dal nome jettatorio: il banchiere di Dio, Roberto Calvi presidente del Banco ambrosiano.

Ai domiciliari per motivi di salute, ancora sottoposto alle accuse – poi variamente svicolate – di aver tra l’altro concorso alla bancarotta del Banco Ambrosiano, e di averne spolpato di danari il portafoglio, portato in giro il presidente per l’Europa, e infine averlo consegnato a un boia mafioso (o camorrista?), Carboni ci ricevette come un principe.

Ci inondò di parole e di promesse di rivelazioni, ostinandosi a imbandire la cena a una tavola sterminata buona per quaranta posti, occupata da una dozzina di persone, la sua corte: il segretario Emilio Pellicani, che l’aveva messo nei guai parlando con i giudici, e poi si era pentito di essersi pentito, due gemelle svizzere che accompagnarono Carboni e Calvi nel tragico viaggio verso il ponte dei Frati neri, assieme a un contrabbandiere, e alla fine scoprimmo che non mancava tra i commensali neanche il contrabbandiere.

Intervista a quattro mani con Wladimiro Settimelli

Io ero quello che ne masticava di mafie, Wladi era l’esperto in P2 ed entrava e usciva dalla Commissione Anselmi carico di faldoni, lui ci vietò di registrare la conversazione, a me venne il crampo dello scrivano mentre il Faccendiere parlava a ruota libera, parlava, parlava. Una specie di confessione fiume senza reati, un vortice di nomi, fatti, cifre, date senza contesto né spiegazioni.

Cinque durissime ore, filate ad ascoltarlo e a tentare di infilare ogni tanto una domanda. È lui, il faccendiere sardo ad averci cercato: “Mi chiamano faccendiere, e vi racconto io la faccenda”, fu l’incipit bruciante.

Le domande a Carboni

carboni, calviE noi: Calvi, l’agente segreto Francesco Pazienza, il boss Pippo Calò, come li ha conosciuti?” Un attimo, prima vi parlo di come divento ricco: dei terreni a Porto Rotondo, delle ville a Fregene, in Toscana a Fiumicino, del sindaco di Roma amico di Andreotti, come si chiamava ? Darida? Sì, Clelio Darida, e poi il commissario Francesco Pompò del primo Distretto di Polizia al collegio Romano, che mi presenta Francesco Pazienza , l’uomo dei servizi, collegato con gli Americani, mi dice: può essere utile, certo che lo è , lo sarà… Scoprimmo con Pazienza che eravamo tutti e due nel giro degli strozzini: a Campo dei Fiori nella bottega di Balducci, c’era scritto: qui si vendono denari… Il gruppo si riuniva sempre anche al Monte dei pegni. Per le aste, c’erano sindaci, magistrati, avvocati, poliziotti, questori. Solo io allora sono mafioso camorrista e drogato? Ve lo chiedo, rispondete…”.

Le domande le facciamo noi, però, questa sarebbe la regola…

L’intervistato ogni quarto d’ora, fa un salto in bagno, gli occhi sempre più rossi, la parlantina sempre più a scatti, mentre nelle pause al povero Wladi sono io che chiedo a chi corrisponda quella filastrocca di nomi, tanti prelati, il cardinal Marcinkus, il papa, ma anche lui, Wladi, imbambolato, risponde in silenzio con grandi sorrisi.

Il caso Calvi e la borsa scomparsa

Dal pezzo sterminato che poi facemmo uscire sulla base di una sbobinatura mnemonica da sognarsela ancora la notte, traggo solo qualche frase:
Carboni, da molte parti si è detto che sarebbe stato lei a far ammazzare Calvi

E Carboni, stranamente, sorride ma replica subito: “Io non ne so niente, non c’entro, non sono stato io”.

Ma alla Commissione P2 sono stati avanzati dubbi…

“Alla Commissione P2 non sanno niente! Quegli atti sono carta straccia. Abbiamo fatto buttare via altri soldi allo Stato”.

Il Faccendiere usa stranamente le stesse parole di Licio Gelli in un memoriale. Dica, Carboni. E lui ha qui una sua risposta, l’unica sprezzante: “ Dalle domande che fate, vedo che non sapete nulla…”

E la famosa borsa che Calvi portò con sé a Londra e non s’è più trovata?

“Era piena di chiavi, non di documenti segreti. Chiavi di cassette di sicurezza dove Calvi teneva almeno 150 milioni di dollari suoi, personali e dei quali si è persa traccia. Dove saranno finiti? La moglie certamente lo sa”.

Il messaggio di Carboni nell’intervista

Forse è questo il messaggio che Carboni vuol lanciare all’esterno, per nostro tramite. Quando parla della borsa che il banchiere portava con sé, (e che i giudici non riuscirano a dimostrare che è stato proprio lui, Carboni, a sottrarre), ripete quel suo sorriso gelido e stereotipato.

Ce ne andiamo a notte fonda, decidiamo di dividere la conversazione in tre cartelle per uno, poi saranno il doppio, un paginone spezzato solo dalla pubblicità di una ditta per il conferimento dei rifiuti di Roma.

Passano tanti anni, la verità giudiziaria si liquefa nella verità storica, l’omicidio Calvi (che la giustizia inglese pretendeva di derubricare a suicidio) quanto meno è trattato come tale dalla giustizia italiana, l’hanno ammazzato. Ma killer e mandanti rimangono senza nomi.

Per Alberighi nella borsa c’erano documenti scottanti

Tanti anni dopo, poco prima di morire, uno dei magistrati che ha più insistito nella ricerca di verità, Mario Almerighi, manda in libreria un volume che mi conferma che proprio a quello – ai misteri di quella borsa – mirava il faccendiere ai domiciliari nella sua villa dell’Eur: far sapere i giro di avere in mano i segreti contenuti in quella borsa.

Scriverà Almerighi che nella borsa di Roberto Calvi c’è un tesoro, ma non si tratta di soldi, bensì di carte compromettenti, clamorose. Il boss Giulio Lena, uno di quelli che Carboni nell’intervista dell’’85 ha più volte nominato, ha scritto al segretario di stato vaticano Agostino Casaroli nel tentativo di riavere quel miliardo e 200 milioni di lire anticipati per l’acquisto dei documenti contenuti nella borsa di Calvi, con cui il banchiere voleva ricattare la Santa sede.

Carboni ci aveva detto di un incontro in Vaticano con una commissione di cardinali, da lui ottenuto per Calvi, in cambio di una tangente di cento milioni di dollari. Incontro fallito, per la loquacità eccessiva del banchiere… Il boia che l’ha ucciso voleva spazzare via quelle prove.

Carboni, che non è certo un tipo taciturno quella sera ci ammonisce, congedandoci, e aggiustandosi sul capo il suo buffo parrucchino nero: “…non si deve chiacchierare troppo…”

Onestamente, pensavo che si fosse ritirato, quando solo un paio di anni fa scoprii che un certo “giglio magico” ormai sfiorito ancora concordava con la sua consulenza in Toscana le nomine nelle Banche. Non c’era più Wladimiro per sorridere di questa prova di inquietante vitalità.