Quel “capitalismo straccione”
che divideva Amendola da Trentin

Spero che siano in molti a leggere il libro di Franca Chiaromonte e Fulvia Bandoli ”Al lavoro e alla lotta. Le parole del Pci” (Harpo editore) Anzitutto coloro che vivono nella sfera magica di Facebook e che raramente si fanno distrarre dalla carta stampata. Oggi la memoria delle grandi esperienze collettive è delegata a gigantesche banche dati elettroniche. Mentre, ricostruzione sempre problematica del passato, dovrebbe essere il più possibile dialogica. Non per caso il piccolo capolavoro della memoria che ci hanno regalato le autrici è frutto della collaborazione tra due donne dalla cultura politica assai diversa, una amendoliana l’altra ingraiana.

Dico intanto ciò che per me il libro non è. Per citare due memorabili film di Sydney Pollack e di Federico Fellini, non è un Come eravamo né un Amarcord, scritto col solo inchiostro della nostalgia. Del resto, quando parliamo di nostalgia bisogna intendersi bene. Il termine nasce come neologismo medico alla fine del Seicento. Parente stretto della malinconia, era il malessere degli sradicati, dei soldati mercenari lontani dalla propria terra. Solo più tardi diventa il senso della perdita del passato, il pathos degli esuli che anima i nazionalismi ottocenteschi. Ecco, non credo che Chiaromonte e Bandoli si sentano esuli in patria, e certamente non sono nazionaliste. Come non credo che il loro libro nasca semplicemente da un rimpianto per il passato, ma da un disagio per il presente. Il Pci non c’è più, ma è vivo e vegeto un fascismo di ritorno minaccioso: nelle pulsioni antisemite e xenofobe, nel rifiuto di chi è diverso, nel disprezzo della Costituzione. Un fascismo che non si è mai sentito sconfitto.

La storia non si ripete, si dice. È vero per gli eventi. Ma non è vero per gli stati d’animo, gli umori, le emozioni con cui gli eventi sono da ciascuno vissuti. E poi, se è vero che la storia non si ripete, nell’èra dell’impostura-come l’ha definita Umberto Eco- è altissimo il rischio di una sua spudorata distorsione. Chi naviga nella Rete e non rinuncia a pensare con la propria testa non può che essere fortemente preoccupato da una lotta politica condotta a suon di menzogne. È stupefacente quanti sono oggi gli italiani a cui le destre -vecchie e nuove- sono riuscite a far credere che la prima repubblica è stata governata dal tandem Giulio Andreotti e Enrico Berlinguer. Chi lo spiega ai nostri giovani .che si tratta di una ridicola fandonia? Chi lo spiega ai consumatori compulsivi di tablet che la politica ha bisogno di conoscere la storia, perché la politica senza la storia -diceva Alessandro Manzoni- è come un cieco senza una guida che gli indichi la via?

Con la rivoluzione informatica si è imposto un nuovo tipo di memoria: ondivaga, occasionale, frammentata. È quel tipo di memoria indagata nelle opere letterarie dei surrealisti, tanto che Franco Fortini già negli anni Ottanta non esitò a chiamare «surrealismo di massa» la capacità tutta italiana di far convivere il carnevale con la tragedia. Diceva Ennio Flaiano che, se il “medium è il messaggio” (Marshall McLuahn), è il postino che dobbiamo leggere, non le sue lettere. Fuor di battuta, significa che basta possedere il medium, ossia controllare il flusso delle informazioni, per disporre del messaggio -e dunque manipolare e ingannare a proprio piacimento. È quello che fanno sul Web i professionisti della provocazione, i killer seriali della verità per demonizzare l’avversario politico, l’immigrato, gli orientamenti sessuali.

Un quadro sconfortante, di fronte a cui la sinistra italiana, con le sue laceranti divisioni e convulsioni, stenta a reagire con la necessaria energia. Qui sì viene da rimpiangere uno dei tratti distintivi del Pci. Quando la “linea” (una delle parole chiave del libro) veniva decisa, non era messa ogni giorno in discussione. Con alti e bassi, con svolte e aggiustamenti, restava la percezione di un partito affidabile e sensibile all’interesse generale del paese, anche se sul piano ideologico persisteva l’utopia di un cambio di sistema. Quando invece l’opportunismo viene spacciato per realpolitik, i mezzi diventano fini e i fini diventano mezzi. E quando contano solo le convenienze elettorali del momento, si possono tranquillamente recitare due parti in commedia: quella di antagonista del populismo e quella di concorrente del populismo sul suo stesso terreno.

“Il Pci -ha scritto Emanuele Macaluso- fece politica, azione sociale concreta e la fecero anche i suoi funzionari. Chi con intelligenza, ironia e rigore, chi con stupidità, settarismo e pignoleria, chi con religiosità e chi più laicamente. A volte quel partito seppe spingere avanti la ruota della storia e lo sviluppo del Paese, a volte li frenò, ma fu parte di una vicenda nazionale, non di una chiesa separata con un Dio chiamato Comunismo”. Un giudizio nel quale mi riconosco, e credo che le autrici non farebbero fatica a condividerlo. Infatti, proprio con intelligenza, ironia e rigore raccontano le parole con cui il Pci ha saputo parlare alle classi popolari, coinvolgendole in un’esperienza democratica che è stata larga parte della nostra storia novecentesca. Parole che sono ordinate in un originale vocabolario di centottanta voci (tante ne ho contate), redatte con un linguaggio asciutto e con onestà intellettuale. Non è poco, anzi è molto. Perché le parole talvolta non sono solo pietre. Sono armi di confusione di massa, di sproloqui e soprattutto di vaniloqui, che non trasmettono significati chiari e universalmente percepibili. Anche per questo è un libro prezioso. Perché restituisce al “lessico famigliare” del Pci, per così dire, la sua perduta autenticità.

Leggerlo è stato come assistere alla proiezione di un film già visto, ma dimenticato in qualche angolo polveroso della cineteca dei ricordi. Di uno di quei film che però, quando lo rivedi, ti emozionano e ti fanno riflettere. Soprattutto quando rivedi una scena di cui sei stato testimone diretto. Come è capitato a chi scrive quando si è imbattuto nella voce “Capitalismo straccione”. Ad essa infatti è legato il mio primo incontro con il mondo comunista, che risale al marzo 1962. Ero stato invitato di straforo a un convegno dell’Istituto Gramsci sulle tendenze del capitalismo italiano, rimasto negli annali della storia del Pci. Eravamo in pieno miracolo economico. Amintore Fanfani presiedeva il primo dicastero di centro-sinistra (con l’appoggio esterno del Psi). Un nuovo ciclo di lotte sindacali bussava alle porte. La compattezza della cultura marxista cominciava ad incrinarsi, interrogata da correnti di pensiero che non vi avevano mai avuto cittadinanza (l’esistenzialismo, i francofortesi, la psicoanalisi). In questo contesto era maturata l’esigenza di una rinnovata riflessione sui principi teorici, le strategie politiche, le strutture organizzative e gli stessi referenti sociali su cui il Pci aveva fondato il proprio radicamento nel primo quindicennio repubblicano. Di tale esigenza fu espressione il convegno del Gramsci, segnato da un memorabile scontro tra Giorgio Amendola e Bruno Trentin.

Ora, provate a immaginare lo stupore di un ragazzo, quale io ero allora, di fronte alla relazione di Trentin, che spaziava da Keynes a Schumpeter, dalla Scuola delle relazioni industriali del Wisconsin ai pianificatori francesi. E provate a immaginare il mio stupore di fronte a un’analisi del capitalismo italiano in cui campeggiavano termini quali alienazione, consumismo, società opulenta, ancora stranieri nella pubblicistica di partito. Per me, che avevo appena iniziato a masticare l’abc del marxismo-leninismo, fu una specie di scoperta dell’America.

Per la cronaca, la tesi di Trentin – come di Vittorio Foa e Pietro Ingrao – era che le forze più dinamiche della Dc avevano un progetto di modernizzazione economica e sociale del paese, basato su un patto neocorporativo tra grandi imprese e movimento sindacale, con cui bisognava confrontarsi. Amendola la liquidò seccamente, ritenendola avveniristica.Il compito del movimento operaio, fu la sua replica, era quello di supplire alle carenze di una borghesia assenteista, responsabile della storica arretratezza del Mezzogiorno, e quindi di tagliare le unghie alla rendita e ai monopoli. Dopo oltre mezzo secolo, si può dire che Amendola non aveva torto quando sosteneva che, per vincere quella battaglia, era necessaria la riunificazione della sinistra in una prospettiva di governo. Ma Trentin aveva ragione quando sosteneva che il miracolo economico non poteva più essere interpretato con le tradizionali categorie dell’extraprofitto parassitario e del supersfruttamento operaio: cardini di un “capitalismo straccione”, appunto, che ormai non c’era più.
Infine, un telegramma sulle interviste alle dieci personalità del Pci, o che sono state vicine al Pci, in appendice al libro (tra le altre, Achille Occhetto, Aldo Tortorella, Luciana Castellina, Livia Turco). Quasi tutte dichiarano di non avere attualmente alcun partito di riferimento. “A loro – scrivono Chiaromonte e Bandoli – ci aggiungiamo noi, che continuiamo ad amare la politica ma non troviamo luoghi confortevoli dove farla con altre e altri”. Se me lo permettono, mi aggiungo anch’io.