Si allarga l’inchiesta sul Qatargate, che cosa c’è dietro ai sacchi di soldi?

Almeno un dubbio è stato chiarito nella storiaccia della corruzione al Parlamento europeo. Fino a ieri dominava una curiosità venata di sospetto: com’era nata l’inchiesta che sta travolgendo l’immagine (e le carriere) di un bel numero di eurodeputati, prevalentemente, almeno finora, del gruppo socialista? La Procura federale di Bruxelles lo ha spiegato con una punta di rivalsa sui dubbi che diversi media, più stranieri che belgi, avevano discretamente avanzato. Non ci sarebbe nulla di strano, nessun ombra di complotto: tutto sarebbe nato per caso, da un banale controllo alla borsa di un signore che stava partendo da Zaventem, l’aeroporto della capitale. Nella borsa c’erano 600 mila euro in banconote da 50 e da 20 e il signore era il padre di Eva Kaili, vicepresidente del parlamento europeo. È scattato l’ordine delle perquisizioni e nell’appartamento che Eva condivide con il suo compagno Francesco Giorgi sono spuntati altri 150 mila euro in contanti nei famosi sacchi di plastica che hanno colpito l’immaginazione popolare. Sacchi, a quanto pare anche per i 600 mila euro che si trovavano a casa di Pier Antonio Panzeri. Al quale, però, gli inquirenti sarebbero arrivati non per caso ma sulla base di intercettazioni telefoniche che duravano da mesi e il cui contenuto dev’essere abbastanza compromettente se, come pare, le autorità giudiziarie italiane starebbero affrettando i tempi per consegnare moglie e figlia dell’ex eurodeputato ai loro colleghi belgi.

Il personaggio che potrebbe recitare nei prossimi giorni un ruolo importante nell’inchiesta è proprio Giorgi, assistente a suo tempo di Panzeri e poi passato per altri uffici parlamentari, fino ad arrivare a quello di Andrea Cozzolino, deputato d’origine campana che è stato al centro di qualche polemica perché il 22 novembre è stato tra i quattro italiani che hanno votato contro la mozione in cui si chiedeva di applicare alla Russia la definizione di stato terrorista per gli attacchi contro i civili in Ucraina. Cozzolino, che ha dovuto subire l’imposizione dei sigilli al suo ufficio da parte degli uomini della Procura ma non è minimamente accusato, è membro della commissione diritti umani e ha avuto in passato l’incarico di occuparsene per i paesi del Maghreb. Il Marocco, paese del Maghreb, è stato varie volte menzionato insieme con il Qatar nelle cronache delle indagini.

Le indagini si allargano, come si dice. E ne è ben cosapevole la presidente del parlamento Roberta Metsola, che ieri ha pronunciato in aula il discorso certamente più difficile della sua carriera. Qualche malevolo tessitore di retroscena complicati potrebbe anche sollevare il sospetto che Metsola, chiamata a squadernare al mondo il disastro morale della resa della sua assemblea alla corruzione, si possa in qualche modo consolare con la constatazione che chi ne esce con le ossa più rotte sono gli “altri”, i socialisti, che lei – dicono molti osservatori delle cose politiche europee – si preparerebbe a considerare i nemici da battere se si dovesse puntare, in vista delle elezioni europee del ’24, a un ribaltone per sostituire la grosse Koalition che ora regge gli equilibri delle istituzioni brussellesi con un’alleanza tra i moderati e la destra-destra sovranista. Scenari per ora futuribili. Per la presidente è il momento di raccogliere i cocci e parare una spaventosa perdita di credibilità agli occhi dell’opinione pubblica europea.  L’ipotesi cui ha accennato ieri di creare un’entità di controllo che vigili in modo trasversale alle tre istituzioni – Commissione, Consiglio e Parlamento – contro la corruzione e per i diritti della buona e onesta amministrazione potrebbe essere una buona idea. Purché non cada sotto i poteri dei governi, che inevitabilmente ne farebbero uno strumento per ridurre peso e autonomia di Commissione e Parlamento.

Torniamo a quel che si sa dell’inchiesta. Secondo voci che girano a Bruxelles, Giorgi sarebbe stato una specie di animatore di una rete di assistenti parlamentari che si sarebbero dati da fare per favorire la diffusione nel parlamento di argomenti che avrebbero dovuto contrastare la pessima immagine che il Qatar si sta conquistando sul campo da mesi e da anni in fatto di rispetto dei diritti umani e in merito al trattamento riservato ai lavoratori stranieri. Ora, è possibile che la criptopropaganda qatarina abbia avuto qualche successo fino a qualche mese fa ma con l’avvicinarsi del mondiale di calcio sicuramente è caduta proprio nel vuoto, com’è del tutto evidente se si legge la risoluzione, durissima nei toni e negli argomenti, approvata a larghissima maggioranza (compresi i socialisti) dall’assemblea il 24 novembre scorso, che potete leggere nell’articolo di Pier Virglio Dastoli qui accanto.

Resta sul campo, dunque, l’altro dubbio che fa il paio con quello citato all’inizio: perché sarebbero girati tanti soldi – con i 17 mila trovati ieri nella casa lombarda della famiglia Panzeri siamo già a quasi un milione e mezzo di euro e c’è da scommettere che non finisce qui – per ottenere un risultato tanto scarso? Gli emiri pagano per farsi insultare?

Va da sé che toccherà ai magistrati belgi spiegare, se possono, questa incongruenza. Per ora si può ragionare solo sui fatti e i fatti sono quella valigia e quei sacchi pieni di banconote. E sono anche i contenuti delle intercettazioni  disposte dalla magistratura belga sui telefoni della moglie Maria Colleoni e della figlia Silvia di Panzeri, dalle quali sono venute prove del fatto che l’una e l’altra erano consapevoli delle combines (testuale) del marito e padre nonché dell’esistenza di conti diversi su cui pagare vacanze di lusso e l’anticipo per una casa a Cervinia, nonché di una carta di credito intestata a un personaggio molto prodigo indicato con il nome di Géant. Un gigante con molti soldi da spendere.

Il resto sono domande da formulare con il condizionale. Da chi esattamente Panzeri, Kaili, Francesco Giorgi, il presidente della ONG “No Peace without Justice” Niccolò Figà-Talamanca, tutti arrestati insieme con Maria Colleoni e Silvia Panzeri, ora ai domiciliari in Italia, e con Luca Visentini, capo dell’Unione sindacale europea, intanto rilasciato, avrebbero avuto quei soldi in contanti? Che cosa avrebbero fatto, o promesso di fare, in cambio? Quale sarebbe l’estensione e, per così dire, la “ragione sociale” dell’organizzazione criminale (l’equivalente belga della nostra associazione per delinquere) che la Procura federale di Bruxelles sta cercando di accertare, a quanto pare nell’ambito del gruppo socialista come sembrerebbe indicare le perqusizioni delle ultime ore seguite da inevitabili autosospensioni dagli incarichi? Su quali riscontri si fonderebbero le accuse di riciclaggio e di corruzione? È evidente che si tratta di domande cruciali e finché non avremo le risposte ogni giudizio non potrà essere definitivo.

Eva Kaili

Aspettiamo, allora. Per usare una formula di rito diremo che contiamo sul fatto che la giustizia (non la nostra lentissima, stavolta, ma quella belga che si spera sia meno pachidermica) faccia luce il più presto possibile. Ma intanto, per favore, con un onesto esercizio di chiarezza facciamo l’elenco dei fatti per ora certi, quelli all’indicativo.

  • A casa degli arrestati c’erano spropositate somme di denaro in contanti. È abbastanza curioso che questa storiaccia stia andando in scena a Bruxelles proprio mentre in Italia ci si scontra aspramente sul possibile carattere criminogeno dei contanti. Come se qualcuno a lassù avesse voluto offrire la prova provata di quanto è vero. In ogni caso, si tratta di somme il cui solo possesso se non è un reato di per sé implica che ne siano stati in ogni caso commessi (se non altro quello di evasione fiscale, per stare sul leggero).
  • L’accusa di corruzione indica che gli inquirenti hanno delle prove sul fatto che quei soldi servissero a oliare una macchina del consenso a favore di qualcuno e son stati loro stessi a parlare di un paese del golfo arabico. Non hanno fatto – per ora – il nome del Qatar.
  • L’accusa di riciclaggio dimostra che, almeno secondo i magistrati belgi, con i soldi ricevuti gli imputati avrebbero dovuto corrompere altri soggetti e che forse lo hanno fatto.

Quanto basta per spazzare via il dubbio che si tratti di una pura questione di lobbismo, come qualcuno alla ricerca di vie fuga dall’imbarazzo che la vicenda induce, tende in queste ore a sostenere, come trapela anche dai social. Le lobby a Bruxelles e Strasburgo esistono eccome, ma quello che possono o non possono fare è minuziosamente regolato da direttive che certo non prevedono che i lobbisti vadano in giro con sacchi pieni di banconote.

Se i qatarini hanno pagato Panzeri, Eva Kaili e gli altri, addirittura dal 2016 pare, cioè da quando cominciarono le polemiche sull’opportunità che il campionato mondiale di calcio si svolgesse in un paese in cui i diritti civili sono calpestati e quelli sociali non esistono, non lo hanno fatto con una operazione di lobbying ma con versamenti cash.  Di ricevute fiscali la polizia belga non ne troverà ma ha da lavorare su alcuni riscontri indiretti: per esempio una filippica pronunciata dalla vicepresidente in piena seduta plenaria sul carattere “sociale” della politica di Doha verso i lavoratori che lasciò tutti i colleghi a bocca aperta per lo stupore, eccetto quelli che sapevano e quelli che sospettavano. Oppure certe dichiarazioni di Panzeri, non solo sul Qatar ma anche sul Marocco, che potrebbe essere stato anch’esso un committente della corruzione, o certe uscite sui social della figlia.

Vogliamo trarre qualche morale politica dalla vicenda? Quelle che si presentano immediate alla mente sono molto tristi. Ciò che hanno fatto Panzeri e compagnia (quello che si sa che hanno fatto, ed è già abbastanza) ha assestato un colpo tremendo alla credibilità del Parlamento europeo, unica istituzione comunitaria fondata sulla democrazia diretta e unica sede, nell’Unione, nella quale sono stati denunciati i soprusi, le illegalità e le intollerabili condizioni in cui erano tenuti al lavoro in Qatar i lavoratori immigrati.  L’ex eurodeputato poi ha aggiunto un carico pesantissimo all’immagine della sinistra. Anzi, in un colpo solo a due partiti della sinistra perché nell’aula di Strasburgo ha rappresentato sia il PD che Articolo Uno. Resta solo da sperare che non ne aggiunga, magari senza volerlo, anche un terzo che, a ben vedere, sarebbe il peggiore. Che spinga qualcuno, a sinistra, a negare l’evidenza per amor di patria politica. Peggio del male c’è solo la cecità.